UNA PENETRAZIONE ACUMINATA
Giancarlo Pauletto | Il Ponte rosso n. 120 - novembre 2025
Al Kulturni Center Lojze Bratuž di Gorizia, settanta ritratti di Franco Dugo raccolti in una mostra, “A Sivia”, dedicata alla moglie dell’artista, recentemente scomparsa. Pauletto così ne parla nel saggio in catalogo
di Giancarlo Pauletto
1982/84
matite colorate e grafite su carta
Dalla puntasecca del ’95 Franz Kafka ci guarda con occhi miti e indifesi, lo sguardo di un uomo che non vorrebbe sapere quello che sa.
E sa che il vivente si nasconde, che scava tane per difendersi come in una sua celebre novella, e sa pure che la difesa è vana.
C’è una serietà definitiva nel ritratto inciso da Dugo, la persona che abbiamo davanti è una di quelle che più a fondo hanno investigato la condizione di un’umanità a lui contemporanea, la quale nel 1914 sprofonda nella prima guerra mondiale, e nei successivi vent’anni prepara la seconda.
Il ritratto, più che un ritratto, è un’icona che appunto dell’icona ha anche la totale frontalità e la presenza esemplare, simbolica, a suo modo potente.
Del ’95 è anche il busto di Pasolini, sempre a puntasecca, tecnica che l’artista padroneggia in toto: anche qui dal corpo della figura emerge lo sguardo che, diversamente da quello di Kafka, è intimamente interrogante, dialettico rispetto allo spettatore, anche agonistico, come in fondo fu, per necessità ma anche per scelta, tutta la vita del poeta.
E nel ’93, in un’altra puntasecca, Dugo aveva rappresentato il veneto Giovanni Barbisan, che certo è stato un culmine nell’arte incisoria italiana: non per nulla l’autore colloca, davanti alla sua figura, un cestino con frutta e alchechengi, mirabile citazione di uno dei soggetti preferiti dall’artista trevigiano.
1990
carboncino e tempera su carta
Qui lo sguardo è quello duro di un uomo pronto a reagire, caratterizza, assieme alla bocca serrata, una personalità con cui non appare facile interloquire.
Tre risultati di grande levatura, splendidi direi, cui vorrei aggiungere, in questo passaggio di discorso, anche il Cézanne del 1997, olio su tela di dimensioni notevoli e ancora, tra tanti, il John Coltrane dello stesso anno, due ritratti in cui lo sguardo è sì importante, ma non centrale, accompagna piuttosto un’ambientazione perfettamente legata alle figure, il cavalletto e la tela per Cézanne, lo straordinario sassofono per Coltrane.
Cavalletto e tela bianca che, nell’olio, sostengono la presenza del pittore: la tela come un grande cielo in cui aspetta di venir dipinto il mondo intero, la figura mirabilmente identificata nel peso dei pantaloni sporchi di colore, nelle mani incrociate, nella palandrana che lo sfioro della luce rende assai concreta, e quasi se ne sente la tattile consistenza; mentre lo strumento di Coltrane appare come una vera favola, con i bagliori della lucentezza, il contatto freddo e insieme sensitivamente caldo del metallo, un oggetto che è protagonista dell’opera tanto quanto l’immagine del suonatore, il quale si impone attraverso la giustezza della mano sui tasti, il bianco della camicia, il mezzo sorriso complice del volto.
1997
matita su carta
Siamo negli anni ’90, dunque, e Dugo è arrivato al culmine della sua capacità di rappresentazione, un vertice assai ben presentito nel corso degli ’80, e si rivedano per esempio il Michele Fenzl del 1987 – grafite su carta – dove è già detta integralmente un’attenzione ai particolari, che è il linguaggio stesso di cui si compone l’astanza seccamente definita della figura, oppure la Silvia dello stesso anno, ancora una puntasecca in cui si manifesta il risultato più alto dei lavori finora citati, il colloquio che si instaura tra opera e riguardante cioè, in fondo, il ritratto del riguardante stesso, che attraverso l’autore non può che scoprire, nell’immagine umana che ha di fronte, la propria medesima umanità.
Non è arrivato subito, Dugo, a questa essenzialità tanto chiaramente individuata.
Negli anni ’70 anche per lui figura e volto sono stati racconto, intenzione implicata con rimandi sociali: la serie dei burocrati, degli alienati, delle anatomie, delle aristocratiche scarnificate rese con un segno sottile, investigante, inquisitorio – oppure con colori e deformazioni di ascendenza baconiana – lo collocavano nell’area di una pittura simbolico-espressionista che non aveva rinunciato al rapporto con le contraddizioni sociali, a un discorso per esempio legato, in Gorizia e nella Venezia Giulia, con la presenza dell’attività psichiatrica di Franco Basaglia, non per nulla soggetto, nel 1996, di un notevolissimo ritratto.
Perché allora osserviamo, nel corso degli anni ’80 e successivi, questo concentrarsi sulla figura, questo togliere ogni allusione ai precedenti dati “di contorno” – la pazzia, il corvo, le identificazioni, la saga del Ratto della Gioconda ecc – se non perché, come altra volta ho scritto, è il tema dell’esistenza in sé, è l’esserci dell’uomo – e delle cose – a proporsi come il vero, integrale problema, a darsi come nucleo centrale in una coscienza che va sempre più a fondo nella domanda sulla realtà?
Ciò che, a mio parere, si vede perfettamente in un acquarello molto significativo del 2017, quello che caratterizza la copertina del catalogo fatto per gli ottant’anni dell’artista: un uomo di spalle che guarda, davanti a sé, il mare e il cielo: in un momento assoluto di sospensione e di domanda che implica il sentimento non solo della propria vita, ma anche quello dell’infinito e irrapresentabile universo.
Sicché tutti i ritratti di Dugo diventano, in questo contesto, un colloquio con gli altri uomini che è anche un colloquio con se stesso, un compito di grandissimo impegno comprensibilmente rivolto anzitutto alla cerchia umana a lui più vicina, gli amici e i familiari, e poi a quegli uomini che, per la loro presenza e forza culturale, più hanno da dire e forse da insegnare, coloro con i quali, anche, più si desidererebbe interloquire: gli artisti, naturalmente, i consanguinei, coloro che hanno conosciuto e conoscono gli stessi problemi da cui anche noi siamo affascinati e disperati.
È questo parlare e riguardare, è questo vedere attraverso l’apparenza l’interiorità, è questo acuminato sforzo di penetrazione che spiega i risultati costantemente alti di Dugo nel ritratto, anche non considerando, nel contesto della mostra, il tema dei pugili, così caro al pittore e così legato a un’epica sportiva che è anche un’epica popolare.
Si spiega così il Mario De Micheli del 1989, una figura potente che emerge dall’ombra dello studio, perfettamente equilibrata in uno spazio, fisico e mentale, totalmente posseduto; si spiegano i Joyce e i Picasso del ’90, il Joyce aristocratico che nulla concede di sé al riguardante, perso com’è nei suoi pensieri, e il popolaresco Picasso, fermamente individuato nella massiccia presenza del corpo, oltre che nello sguardo, che è quello di chi assorbe con pazienza l’attenzione altrui.
E poi, con inevitabile salto di decenni – perché non ci è possibile, ora, seguire passo passo l’enorme lavoro di Dugo nell’ambito del ritratto – la serie dei poeti che egli ha realizzato, nel 2017 per una importante mostra vicentina: Seamus Heaney, da cui spira una condiscendenza che non è, tuttavia, disarmata; Tomaž Šalamun, che sta cercando un verso in aria, o forse un accento, così quotidiano nel suo tuttavia spirituale aspetto; Mario Albanese, un amico di cui Dugo sottolinea l’intensa, direi elegiaca personalità; Eric Andersen, uno sotto i riflettori, ben consapevole della sua persona: e infine la figura simbolica, letteraria ma non meno vera di Minerva Jones, la poetessa di Spoon River immaginata da Edgar Lee Masters, che Dugo rappresenta in quel lirico, saturnino, drammatico volo di fogli che il vento si porta via come una voce che si disperde, come una poesia che, non raccolta, è come non fosse mai stata.
E c’è, in questa figura, anche la pena e forse la disperazione dell’artista – a torto o a ragione – non riconosciuto.
Ma piacerebbe a me, come credo a molti, vedere una volta tutta la serie di ritratti che Dugo ha fatto anche a se stesso: tutti, in tutte le tecniche, di ogni dimensione: quello del ’90 a carboncino e tempera è certo di grande intensità, è nello stesso tempo positivo, consapevole e interrogante; e ricordo, per citarne solo un altro, l’Autoritratto con Grigetta del 2021, in cui si esprime una tenerezza umana che non è certamente solo rivolta alla gatta che l’artista tiene in braccio.
Ma vederli assieme – per quanto ne so, ce ne sono almeno una ventina – credo sarebbe un’integrazione, al lavoro di Dugo, molto utile anche per la miglior comprensione di tutto il suo percorso artistico.
