L’ULTIMA NOTA DI MARIAGRAZIA CIANI

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La storia di una vocazione musicale un po’ forzata dalla famiglia, negli anni più giovani di un’illustre filologa

di Luigi Cataldi

Jean-Baptiste Camille Corot
Orfeo ed Euridice dagli Inferi
olio su tela, 1861
Museum of Fine Arts, Huston, Texas (USA)

L’ultima nota. Elogio del rigore tra musica e letteratura di Maria Grazia Ciani (Marsilio 2025) è un piccolo libro di memorie su ciò che lo studio del pianoforte ha rappresentato per l’autrice, la quale poi scelse un’altra strada, quella della filologia classica, che l’ha condotta ad una prestigiosa carriera accademica, di docente di Storia della tradizione classica all’Università di Padova, di traduttrice (dell’Iliade, dell’Odissea, dei tragici greci fra le altre reputatissime traduzioni) e di studiosa (in particolare della tragedia, dell’epica e della sopravvivenza dei miti antichi nell’arte). Sono memorie dei luoghi, dei maestri, degli spartiti e dei mondi da essi evocati, di ciò che si è appreso, di ciò che sembra essere andato sprecato. Le memorie permettono una riflessione su sé, condotta con essenzialità, stile cristallino e impietosa sincerità.

Il titolo allude ad una conclusione e richiama quello del capitolo finale: L’ultima riga. La «nota» è il libro stesso, naturalmente, ma evoca anche il mondo musicale di cui si parla, ricorda quella che si ascolta (o si suona) prima del silenzio e degli applausi ad un concerto. Un confine fra ciò che, con essa, è irrevocabilmente concluso e ciò che vive (nel senso più profondo e sostanziale del termine) anche dopo, ciò che resta. Il confine è anche quello fra l’esperienza musicale, fino al diploma di pianoforte, e quella letteraria che seguì (che è però fuori dal libro) e, contemporaneamente, tra due città, Venezia e Padova, rispettivamente.

Maria Grazia Ciani
L’ultima nota. Elogio del rigore tra musica
e letteratura

Marsilio, 2025
pp. 64, euro 10,00

Attraverso i ricordi si snoda il racconto, condiviso con il lettore, ma certamente nato dall’autrice per se stessa. È lo stesso atteggiamento che lei percepì nel modo di suonare del suo maestro al Conservatorio, Sergio Lorenzi, di cui non ricorda il timbro della voce, ma «il suono morbido» e «il messaggio rivolto a tutti e a nessuno, ma soprattutto a se stesso».

L’educazione musicale fu imposizione familiare, della madre, pianista col rimpianto di non esser diplomata, del padre, violinista ungherese di nascita e tzigano nell’anima, di tutta la famiglia, di cui faceva parte il cugino in linea paterna, nientemeno che Dino Ciani, che già allora era magnifica promessa del pianoforte e che ebbe poi una folgorante ma breve carriera, troncata dalla morte prematura a soli 32 anni. Venezia, città che «ha un volto luminoso e un retroscena oscuro», è il teatro di quest’esperienza.

I luoghi evocano suoni. Il primo è l’«arcigno» Palazzo Pisani, sede del Conservatorio, «che si apriva su un campiello disadorno […] vuoto e triste», in cui però «risuonava un’armonia confusa, quella dei vari strumenti che proveniva dal palazzo come un accordo multiplo e indecifrabile. Le Sirene di Ulisse, seducenti e incomprensibili». All’interno del conservatorio «la piccola stanza, luminosissima, con una vista straordinaria sui tetti e le altane» in cui fu rinchiusa per studiare una composizione di Malipiero estratta a sorte per l’esame dell’ottavo anno, suscita un ricordo lieto: là, «pasticciando il mio Malipiero, passai ore serene e tutto sommato felici». Ma al conservatorio non restò per molto: bocciata all’esame di passaggio fra il primo e il secondo anno a causa della tecnica non adeguata e la mano troppo piccola per arpionare l’ottava, proseguirà gli studi privatamente con Luisa Baccara, nella casa di lei ai Frari.

Luisa Baccara fu la compagna di Gabriele D’annunzio, lo accompagnò nell’impresa di Fiume e visse con lui al Vittoriale dal 1920 fino alla morte del vate nel 1938. Tornata a Venezia, la sua città, condusse una vita ritirata e dignitosa. «Venezia fece quadrato e la protesse, rispettando il suo silenzio», ricorda l’allieva devota.

È lei l’insegnante della vita. «Ero troppo piccola per rendermi conto del personaggio che era entrato a far parte della mia vita. Lei fu per me sempre e solo la mia insegnante di pianoforte». Con lei Maria Grazia Ciani impara il rigore dello studio (è il sottotitolo del libro): la fatica della tecnica, la parcellizzazione e la ricomposizione dello spartito, la lettura a freddo, la memorizzazione. Un insegnamento non certo solo meccanico: «c’era qualcosa di sacrale nella lenta conquista della maturità pianistica, per cui, insieme alle mani, lei preparava anche la mente a una comprensione più vasta». Ma qui, nonostante gli enormi progressi, ecco che cresce un senso di inadeguatezza. «Il confronto autore-interprete è sempre un duello impari», ammette. Ora esegue in modo impeccabile i suoi pezzi, ma «in perdita d’anima», senza mai riuscire a percorrere «il cammino che porta all’interpretazione», forse per il proprio carattere «rigido, chiuso, incapace di abbandono». Un giudizio severissimo che prelude all’abbandono del pianoforte dopo il diploma. Si tratta dunque del racconto di un fallimento? Per certi aspetti sì, per altri, lo riconosce anche l’autrice, assolutamente no.

Se è un fallimento, si deve anche riconoscere, che il fallimento sta in ogni cosa umana, come d’altro canto ogni proclamata vittoria (come il nome stesso della dimora del predatorio amante di Luisa Baccara) è menzogna. Al contrario, riconoscere il proprio, di fallimento, vedere i propri limiti, è virtù di pochi. Per questo adattissima, oltre che bella, è l’immagine di copertina del libro, Orfeo di Jean Françoise Paul Duqueylard, che raffigura l’eroe con la lira in mano e il capo chino a terra in segno di sconforto. A me pare l’immagine del più grande dei musicisti, capace della musica più trascinante mai ascoltata, che ha tentato l’impresa più eroica mai concepita (riportare Euridice in vita dall’Ade) ed ha fallito. Insomma, il più umano fra gli uomini.

Ed è la riflessione sui propri limiti che conduce l’autrice a riconoscere il valore profondo e vitale di questo tormentato rapporto con la musica. Si dice stanca e disincantata dai greci antichi, frequentati per tutta la vita. E i dieci anni di musica? «Dieci anni di studio gettati al vento?», si chiede. Forse no. «Non furono il greco ed il latino a fornirmi le basi degli studi, ma la musica ad accompagnarmi nel processo di ogni apprendimento». Lo studio del pianoforte le ha dato «il metodo per percorrere qualsiasi strada». E l’incontro con Luisa Baccara è stato fondativo della propria personalità e vitale. Le ha lasciato «la consolazione e, sì, la gioia di sentirsi ancora vivi quando le parole hanno perduto forza e valore. E non incantano più», mentre il suono «ti riporta in vita».