UN ANNO DI SCUOLA. “ROSE NERE PER KATIA”

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Il più recente romanzo di Alberto Brambilla è una riflessione semiseria in forma di diario sul mondo della scuola

di Fulvio Senardi

Alberto Brambilla

Preso tra lo Scilla e Cariddi delle più inflessibili armonie prestabilite (si legga: clientelismo, nepotismo, amichettismo) e della più assoluta e capricciosa casualità, Alberto Brambilla – filologo e storico della letteratura, un dottorato in Italia ed uno in Francia, ca. 200 titoli sul catalogo nazionale delle opere (OPAC), già docente a contratto all’Università di Verona, abilitato alla docenza universitaria in forza dell’Abilitazione scientifica nazionale (grande presa per il sedere, perché qui vale la fattispecie Scilla per la chiamata in cattedra) – si trova precipitato nei gironi infernali (e pure invernali, visto che l’Amministrazione lesina sul riscaldamento) della Scuola Italiana, e lo narra in un romanzo, un po’ auto fiction un po’ invenzione, Rose nere per Katia. Ricordi di scuola.

Un racconto il cui contesto è il periodo di passaggio, ultimi decenni del Novecento (e poi via così), in cui la Scuola si evolve dal poco al niente, e dal male in peggio. Caduto ogni prestigio del ruolo, che resisteva ancora nei decenni dell’immediato dopoguerra ma è inconciliabile con l’esplosione consumistica (emo ergo sum, e poco si può “emere”, ovvero comprare, con uno stipendio da fame), cancellati i minimi “privilegi” (uno sconto sui treni e sugli ingressi nei musei), aumentati a dismisura gli oneri sia nello specifico professionale che per gli anni di servizio necessari per la quiescenza, allargatasi la forbice tra il sentire diffuso di una società e dei suoi giovani e i cosiddetti Valori Culturali, le insegnanti (maggioranza in Italia, caso unico dei Paesi post-industriali) e gli insegnanti affrontano i cambiamenti di una società dalle veloci metamorfosi del tutto abbandonati a se stessi. Il fatto che la Scuola italiana si regga ampiamente sul precariato, guadagnandosi una tirata d’orecchi dall’Europa, e che l’età dei docenti di ruolo sia tra le più alte del Continente, non migliora le cose, perché l’insicurezza crea ansia e depressione, e l’età avanzata complica il rapporto con le giovani generazioni. Una crisi inaspettata ed improvvisa, oppure un vizietto secolare? Quando l’Italia fu fatta, l’élite preferì puntare sull’esercito che sulla scuola per educare gli italiani, sull’orizzonte del sogno impossibile di essere “grande potenza”. Si figuri, chi legge queste righe, che soltanto con Giolitti lo Stato si assunse l’onere delle Scuole elementari, fino ad allora gestite dai Comuni, nei limiti del loro bilancio e capacità organizzativa (e si capisce bene come).

Di tutto ciò è consapevole (e vittima) l’alter ego di Brambilla, il professor Giacomo che, simile a lui come fra loro due gocce d’acqua, registra fasti e nefasti (più questi ultimi) di un anno di scuola; un periodo che ha deciso di vivere, in omaggio a un certo spirito sessantottesco, fra i disagiati, per cultura e 730, delle Scuole professionali. Un mondo ai margini – per l’accademico in potenza – ma che potrebbe perfettamente anticipare la società di domani: un’umanità etero-diretta dal messaggio pubblicitario, giovani dall’intelligenza usurpata da succedanei “artificiali”, dipendenti dagli schermi quanto nemici giurati della pagina scritta e la cui ampiezza di sguardo ha l’estensione del sobborgo, spesso periferie degradate, in cui vivono.

In classe è la guerra con i mulini a vento, un duello perso in partenza che suscita nel malcapitato un malessere complessivo, con le più devastanti somatizzazioni. Del resto il missionario in terra ostile presto capisce l’inanità dello sforzo e, raccontandoci per tragicomiche peripezie le quotidiane sconfitte e il fastidio crescente per il cosa e il dove, sfoga la rabbia in un diario (svevianamente richiestogli dal suo terapeuta) nutrito di aggressività e turpiloquio, sadomachistica resa ai codici dei giovani con cui è quotidianamente in contesa. Una tribù i cui rituali in gran parte sfuggono alla capacità di comprensione dell’adulto colto e che oppone alla sua opera di alfabetizzazione nel nome di Dante e di educazione ad una decorosa socialità modi di essere di rozza spontaneità, che si ammantano di tutti gli accessori e gli addobbi del più eletto stile cafonal, celebrando la vanità dell’apparire. Insieme strafottenti e fragilissimi, i giovani individui di una generazioni senza padri autorevoli e troppo radicati nell’effimero delle mode, quelli che il professor Giacomo incontra a scuola, sognano incontri magici con un “tronista” ben palestrato o una influencer o star dei media, mentre, auricolari alle orecchie e cellulare in mano, ingaggiano una quotidiana sfida sintattica contro subordinate e congiuntivo in nome dello stile semplice dei messaggini e di una espressività enfatica e pre-linguistica, e manifestano una costante ribellione alle forme di pensiero complesso cui la scuola li espone, barricati dentro la bolla di una cognitività depauperata che si accontenta degli scarti del senso comune.

Alberto Brambilla
Rose nere per Katia
Ricordi di scuola

Nerosubianco, Cuneo 2025
pp. 134, euro 13,00

La domanda che questo libro avanza è quella stessa che si sono poste generazioni di insegnanti italiani sul crinale tra secondo e terzo millennio, per lasciarla poi cadere, irrisolta, quando abbandonavano definitivamente la cattedra per ritornare con sollievo alla vita libera. E dimenticare. Ovvero: fra le sterpaglie della sottocultura si può gettare un seme fertile (e più radicale ancora: ciò che un adulto di preparazione universitaria giudica “fertile”, lo è veramente per una massa bruta di giovani arenati in una condizione di svantaggio socioeconomico, culturale e linguistico)?

Forse sì, ma è fin troppo vero che assai spesso il povero (in tutti i sensi) laureato in lettere, scaraventato nella gabbia dei leoni e preso tra l’incudine di una normativa pletorica e il martello del nichilismo di giovani per i quali scuola uguale segregazione nella noia, e armato di uno strumentario spuntato (la sua cultura accademica e i “manuali”), continua a sbattere il capo contro un muro, invece di arrendersi all’evidenza, accettare cioè di appartenere al suo tempo, volgare e degradato piuttosto che ripetere alle orecchie dei sordi la litania dei Valori Culturali. La necessaria contromisura (ma lo permette un investimento in istruzione nettamente inferiore alla media europea?) sarebbe forse il deus ex machina di un intervento dall’alto, il Ministero, i suoi gangli periferici, gli esperti, i centri di ricerca pedagogica, ecc., per fornire metodologie e strumenti capaci di perforare il muro di gomma di una generazione apatica, che batte il mondo per l’incidenza dei Neet (giovani che non studiano e non lavorano), sviluppando “la capacità di rivolgersi a un pubblico ampio”, come scrivono i comunicati stampa degli editori quando propongono romanzi-spazzatura. Un’impresa che il singolo insegnante non può (e non saprebbe) affrontare da solo. E alla quale, per altro, molti colleghi si negherebbero in nome della libertà di insegnamento. Un vicolo cieco? Forse sì.

Non sarà un romanzo, dunque, pur divertente e garbato, a farci risolvere uno di quei grandi problemi sui quali, da quando esiste come Stato, la società italiana si impegna in una patetica corsa sul posto. Ma almeno, mostrando la scuola o una porzione di essa, a chi è curioso di scoprirla, sgombrerà il campo dai tanti pregiudizi. Il re è nudo, lo vediamo in molti; si tratterebbe ora (il condizionale è d’obbligo) di trovargli gli indumenti adatti.