STREGHE E MADONNE
Il Ponte rosso n. 120 - novembre 2025 | Micol Villa | testimonianze
La maternità tra reale e ideale
di Micol Villa
Mi ero ripromessa di non usare la prima persona singolare e di mantenere un tono il più possibile neutrale, come una sorta di narratore onnisciente, ma il tema che voglio trattare mi tocca in maniera molto personale. Sto scrivendo questo articolo con cinque mesi di ritardo, perché nel frattempo sono diventata mamma. Non sono però qui oggi per parlare della bellezza della maternità e di tutti i fronzoli che ne deriverebbero. Quando qualcosa non si conosce a fondo nell’immaginario collettivo tende ad essere idealizzata: come direbbe Platone le idee sono le vere realtà e il mondo sensibile un riflesso imperfetto di queste. Ecco, la mia idea di maternità era molto diversa prima che mi trovassi a viverla per davvero. Per questo vorrei portare la mia esperienza in un modo che possa aprire la coscienza di chi ancora crede che si tratti solamente di un momento magico e bellissimo: senza dubbio lo è, ma sarebbe un pensiero banale e riduttivo. Si tratta altresì del completo stravolgimento nella vita di una donna, un cambiamento radicale che coinvolge tutto il suo essere spirituale e materiale, un processo di morte e rinascita che avviene attraverso il parto.
Vorrei partire appunto accennando brevemente all’esperienza del parto: nulla di traumatico, si è trattato di un processo naturale e senza troppe complicazioni. Mi sono sentita accompagnata e sostenuta non solo durante il parto ma anche in tutti i mesi precedenti della gravidanza: persino il corso preparto si è rivelato utilissimo. Fin qui tutto bene dunque… ma dopo? Mi addolora ammetterlo, ma ho dovuto constatare che nella maggior parte dei casi nel momento in cui una nuova creatura viene al mondo una madre smette di esistere come entità dotata di bisogni propri. Non solo infatti tutte le attenzioni si concentrano sul neonato e ben poco sulla mamma, che pure è parte integrante e fondamentale del processo, ma a partire dall’istante stesso in cui una donna diventa madre, agli occhi della società appare solamente nella veste di “madonna piena di grazia” che abbraccia il suo nuovo ruolo di nutrice con gioia totalizzante. E questo si riflette anche nei protocolli sanitari post parto: negli ospedali è ormai attiva da diversi anni la pratica del rooming-in, raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che prevede la permanenza del neonato nella stessa stanza della madre durante il periodo di degenza in ospedale giorno e notte per promuovere l’allattamento al seno, rafforzare il legame tra madre e bambino e permettere alla donna di acquisire autonomia nell’accudimento del neonato. Una pratica indubbiamente salutare, se non portata alle estreme conseguenze: spesso capita che i reparti nido degli ospedali si rifiutino di tenere il bambino per qualche ora, dando in questo modo facoltà alla madre di riprendere le forze fisiche e mentali dopo un evento intenso e totalizzante qual è il parto. Non c’è da stupirsi se dopo una, due, tre notti insonni accadano anche tragedie che non vorremmo mai sentire, come quella relativa alla donna che nel 2018, presso l’ospedale di Vigevano, si addormentò di colpo schiacciando il proprio neonato durante il sonno: il bambino sopravvisse con danni permanenti e magra consolazione è stata la sentenza del Tribunale di Pavia che in seguito ha predisposto il risarcimento di un milione di euro da parte dell’ospedale nei confronti della famiglia. Senza arrivare a tanto, ho sentito e letto moltissime testimonianze di donne diventate mamme che accusano la mancanza di empatia e di cura da parte del personale sanitario nella fase del post parto. Io mi reputo fortunata, perché anche in quella delicatissima fase ho trovato persone competenti ed empatiche pronte a sostenermi e guidarmi. Purtroppo, a differenza di quanto successo a me, molte donne raccontano di essere state trascurate o addirittura ignorate, abbandonate a sé stesse quando chiedevano aiuto. Ma purtroppo c’è di più: nel XXI secolo ancora ci troviamo davanti a situazioni che sembrano appartenere all’epoca della “caccia alle streghe”, dove la demonizzazione di ciò che non fa parte di una presunta idea di “naturalità”, in questo caso legata a gravidanza e maternità, porta alla condanna delle donne che non riescono a rientrare nell’ortodossia imperante come “mamme di serie b”. Mi riferisco alla lettera scarlatta con cui vengono bollate le donne che per diversi motivi scelgono l’allattamento artificiale, che decidono di rientrare prima al lavoro o che mandano presto i bimbi al nido: purtroppo la folla di benpensanti è sempre pronta a emettere sentenze ed esprimere giudizi.

A proposito di streghe: circa un mese prima del parto ho visto un documentario sulle malattie mentali perinatali, i disturbi psicologici che possono insorgere durante la gravidanza e nel periodo del post parto e che includono depressione, disturbi d’ansia, maternity blues, psicosi puerperale. Il titolo del docufilm, Witches, rimanda a qualcosa di oscuro e sommerso e non solamente per il modo in cui tali malattie si insinuano nelle parti più buie e profonde della mente, ma anche e soprattutto per il modo in cui ancora oggi vengono considerate alla stregua di tabù. Se si pensa all’ideale comune di madre di solito non viene in mente una strega ma una madonna piena di grazia, come accennavo prima: ebbene, questa grazia per diverse mamme può trasformarsi in un vero incubo, con l’aggravante che parlare di questi problemi spesso è considerato ancora qualcosa di cui vergognarsi. Le donne che soffrono di depressione post partum sono metaforicamente bruciate sul rogo dell’oblio, allo stesso modo in cui, in un Medioevo non troppo lontano, le donne detentrici di poteri considerati pericolosi erano arse vive sulla pubblica piazza con l’intento di cancellarne l’esistenza. La britannica Elisabeth Sankey, regista, sceneggiatrice e responsabile del montaggio del documentario, ha realizzato un lavoro molto complesso e articolato: grazie a un’efficace mescolanza di interviste, spezzoni di film e testimonianze, inclusa la propria, ha saputo realizzare un prodotto di qualità e in grado di creare legami tra le donne di tutte le epoche nel senso più empatico del termine e di dipingere un quadro realistico quanto inquietante della condizione femminile nell’immaginario collettivo nel corso dei secoli. La regista analizza infatti il rapporto tra l’idea di strega nella cultura popolare della società occidentale, a partire dal Medioevo fino ai giorni nostri, e salute mentale: ciò che scaturisce da questi novanta minuti di documentario è, in sostanza, che allo stato attuale nulla è sostanzialmente cambiato rispetto al passato, poiché la stigmatizzazione delle donne che soffrono di malattie mentali perinatali è onnipresente, alla stessa maniera in cui nel corso dei secoli la condotta femminile è stata considerata deviante o non deviante rispetto alla morale e alle norme tradizionali. La Sankey insiste molto sul concetto di strega cattiva: in un passaggio del documentario, in cui spesso interviene in prima persona, afferma: «La Strega Cattiva doveva spaventare, ma fu anche creata come avvertimento per donne e ragazze: «Comportati bene e sii bella, altrimenti ti distruggeremo». Alle donne è stata insegnata questa lezione per secoli, quindi ora è intessuta nelle nostre ossa, mescolata al nostro sangue, tatuata nei nostri cuori che battono. È nella nostra cultura, in tutte le nostre storie. Le donne sono messe in competizione le une contro le altre. «La vergine. La prostituta. La fanciulla. La vecchia. La strega buona e la strega cattiva». Già tutto questo di per sé basterebbe al genere femminile, sembra dirci la Sankey, se non fosse che Madre Natura ha scelto proprio la donna per affidarle il delicato compito della maternità, con tutte le sue dolcezze ma anche i suoi lati oscuri, che ancora nel ventunesimo secolo, in una società occidentale che si professa civile, vengono tenute nascoste come polvere sotto il tappeto. Questo emerge in maniera evidente all’interno del docufilm: le donne che soffrono di malattie perinatali devono rimanere nell’ombra della loro mente e non possono uscire allo scoperto perché il loro mostrarsi alla luce del sole rovinerebbe l’immaginario collettivo della mamma dalla carnagione rosea, felice e sorridente con in braccio il suo bellissimo bimbo angelico. La realtà è però molto diversa: diventare madri è una gran gioia certo, ma allo stesso tempo comporta uno stravolgimento a livello di equilibrio neurobiologico che, se non correttamente gestito, può trasformarsi in una bomba a orologeria. Le notti insonni, il ribaltamento repentino degli equilibri familiari, il cambiamento dei ritmi quotidiani, la messa in secondo piano dei propri bisogni, il trovarsi improvvisamente le giornate scandite da pannolini sporchi, biberon, poppate può portare a non riconoscersi più e a smarrire in certi casi la propria bussola interiore. Le giornate possono trasformarsi in un pendolo che oscilla tra il dolore e la fatica, che talvolta possono far affiorare un senso di colpa intollerabile. Perché una madre si sente triste e felice allo stesso tempo, piena di gioia e poi di dolore in un battito d’ali, in un circolo che si ripete sempre uguale. È una leonessa che protegge il suo cucciolo e al tempo stesso un’antilope che scappa da sé stessa. La vera sfida sta nel trovare un punto di equilibrio in questa giostra emozionale che può portare alla follia. Una cara amica saggia, ormai diventata nonna, una volta mi ha detto una sacrosanta verità: una donna appena diventata madre è di cristallo, bisogna maneggiarla con molta cautela e farla sentire accolta e compresa. Non ha bisogno di giudizi, ma di carezze; non di consigli, ma di concreti gesti quotidiani di attenzione. Ha la sensazione di aver bisogno di tutti e di nessuno, spesso non si comprende, fatica a tenere insieme i pezzi della tua identità: si guarda allo specchio e non si riconosce. Per quanto ami suo figlio, a volte fatica ad accettare la sua nuova vita e una quotidianità scandita da un piccolo esserino totalmente dipendente da lei, che diventa come un tiranno.
Se vogliamo trovare un’immagine rappresentativa di quanto detto finora possiamo richiamare alla memoria Il sonno della ragione genera mostri, titolo di un’acquaforte di Goya facente parte di una serie di ottanta incisioni intitolata Los caprichos. Il suo significato più semplice, soggetto a diverse interpretazioni, può essere questo: la ragione, sprofondata nel sueño, genera incubi nell’uomo che dorme, rappresentati da una serie di bestie mostruose che suscitano sentimenti negativi. Se sostituiamo la figura dell’uomo in primo piano che dorme con la testa appoggiata sul braccio con quella di una madre distrutta dal sonno, i monstruos dietro di lei, per la precisione un gatto e una serie di uccelli notturni, in senso più ampio potrebbero rappresentare i pensieri-tabù di cui abbiamo parlato finora, quelli generati dai luoghi più oscuri di una mente messa a dura prova dalla mancanza di sonno e dal pianto inconsolabile di un bimbo neonato.
In conclusione vorrei però offrire una nota positiva: nell’epoca attuale perlomeno si inizia a prendere coscienza dell’esistenza di questi problemi e a parlarne, seppur non abbastanza. In epoche passate, in particolare quella fascista, l’immaginario collettivo della moglie e madre perfetta comportava un ampio restringimento della forbice dei comportamenti considerati accettabili: per questa ragione diverse donne in quel periodo furono chiuse in manicomio perché non si comportavano secondo quel modello e molte non ne uscirono più. La famosa legge Basaglia del 13 maggio 1978 ha disposto la chiusura dei manicomi e all’epoca si è trattato di un’azione fondamentale in direzione della normalizzazione della malattia mentale. Oggi occorre compiere un passo ulteriore, perché siamo ancora lontani dalla chiusura dei nostri pregiudizi in questo ambito.
