LAILA WADIA: UNA, NESSUNA,CENTOMILA
Fabia Trotta | Il Ponte rosso n. 120 - novembre 2025 | poesia
di Fabia Trotta
e La stanza degli ospiti
and The Guest Room
Vita Activa Nuova, Trieste 2024
pp. 202, euro 16,00
Il 23 ottobre Laila Wadia (Bombay, 1966), indiana di origine ma triestina d’elezione, ha presentato alla libreria Ubik di Trieste il suo libro, Identitalie/Identitalies. La stanza degli ospiti and The Guest Room (Vita Activa Nuova, 2024). Hanno dialogato con l’autrice Gabriella Taddeo, Giuseppe Palumbo e Sergia Adamo.
Il volume ha una struttura bipartita: la prima parte contiene poesie bilingui dell’autrice, con testo inglese a fronte, la seconda è una selezione di testi poetici, di autrici e autori diversi, in italiano e in inglese. Il tema, come si evince dal titolo, è quello dell’identità. Wadia avvia il dialogo partendo dai suoi ricordi, in particolare quelli risalenti al 1986, quando, ventenne, giunse in Italia ed esperì che significhi essere straniero in Italia. Valendosi di aneddoti, cui solo il tempo può conferire un tratto faceto, l’autrice ricorda la frustrazione di “non saper difendersi con le parole”. E tale sentimento, che sarebbe potuto sfociare in un atteggiamento di chiusura regressiva o quantomeno di bellicoso sarcasmo, le offrì invece uno spunto di riflessione su alcuni temi fondanti della sua poetica: quali le condizioni degli immigrati, il razzismo, le identità ibride. Argomenti che Wadia ha trattato negli anni con profondità e ironia, segno distintivo delle persone sensibili e intelligenti. Partendo dal presupposto «che tutti sono stranieri per qualcuno», Wadia ha superato la solitudine attraverso la scrittura.
Come il triestino Claudio Grisancich, anche lei, alla domanda «maestro, perché mai te scrivi?», avrebbe potuto rispondere «per farse compagnia co’ la carta e la matita», ma nei suoi versi al sorriso bonario del Maestro fa riscontro la forza prorompente della ribelle che fa piazza pulita di ogni stereotipo, in primis di quelli relativi all’identità. Ecco allora che la poetessa si concede uno sfogo contro le convenzioni dettate dalla burocrazia:« […] E le tue cazzo di scartoffie di informazioni inutili/ Le faccio a brandelli/ E le libro in aria come coriandoli/ Al funerale dell’identità» (Il funerale dell’identità, p.119) Un’identità, dunque, sottolinea Sergia Adamo, che non va intesa come prodotto monolitico delle nostre esperienze ma come frutto di uno scambio costante in perenne divenire fra la nostra intimità e il mondo che ci circonda. Un’identità che non è unica, fissa, immutabile e che, quindi, non può essere incasellata. «Non chiedermi le mie origini:/ vengo dalle stelle/ Chiedimi la mia destinazione:/ è celestiale» (Cosmoidale, p. 45). In questi pochi versi Wadia rivendica il suo diritto ad essere cittadina del cosmo senza altro tratto distintivo che quello del rispetto dovuto agli altri e reclamato per sé stessa: «Oggi cammino in silenzio/ a testa alta/ con un esercito di alfabeti/ che si oppone alle definizioni/ rifiuta le etichette/ rompe le convenzioni-/ognuno cittadino accetto/ della Repubblica del Rispetto». E il riconoscimento dell’altro avviene attraverso la distanza, poiché l’identità, osserva Palumbo, è il prodotto di un «capirsi solo in parte», il bisogno di non coincidere pienamente è vitale. Come accade in amore, dove, in contrasto con la visione romantica dell’amore-fusione, sono proprio la distanza, lo iato a costituire la condizione affinché il sentimento si sviluppi, così l’identità vive di una dialettica costante che non le consente di essere ingabbiata o etichettata. Da qui il tono scanzonato e provocatorio di alcuni versi: «Amico mio, tieniti il tuo Paese./ Io abito universi dentro di me» (Il mio mondo, p. 69). Ma, osserva ancora Wadia, «Entrare e uscire dall’identità, non è un gioco, è doloroso». Eppure il suo dolore diventa gioiosodolore in Kal ei suoi piedi di viaggiatrice sono stancofelici in Viaggio nel tempo. È ancora lo slancio dirompente e dissacrante di uno spirito libero che riecheggia in Cittadinanza (p. 90): «Sono cittadina del cosmo/ Il mio lasciapassare è il mio sorriso» o in Calandraca Girl (p. 62), l’unica poesia non tradotta, dove parole triestine, inglesi, indiane e slovene vorticano in una danza gioiosa. E proprio lo scompiglio linguistico, la contaminazione sono il tratto distintivo della poetica della Wadia, il suo sberleffo alle costrizioni di un’unica lingua.
