UN’INIZIATIVA EDITORIALE NEGLI ANNI ’20
Gabriella Ziani | Il Ponte rosso n | Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025 | Riviste
Femmina: 34 numeri di una rivista di donne e per le donne a Trieste tra il 1923 e il 1925
di Gabriella Ziani
Piccola grande storia durata poco più di due anni, tra 1923 e 1925, quando due intraprendenti donne si passarono a Trieste la staffetta nella direzione della rivista Femmina, fondata da Ave Beltramini Giorgianni (1888-1948, personaggio esuberante, egocentrico, enfatico nei modi e nella penna) e proseguita dall’istriana Ada Sestan (1875-1946, persona invece schiva e modesta, nei modi e come autrice, e però abile imprenditrice). A raccontare minuziosamente che cosa passò attraverso quei 34 numeri che si fecero largo in una città che tra ’800 e ’900 pullulava di riviste d’ogni specie si è impegnata Barbara Vinciguerra, attiva ricercatrice su molte questioni relative alle aree dell’Adriatico orientale, con uno studio che deriva dalla sua tesi di dottorato alla Sapienza di Roma. E che naturalmente è molto attenta a scolpire la fisionomia emancipata delle donne triestine in confronto alle “consorelle” del Regno d’Italia, per contestualizzare una politica editoriale provocatoriamente intitolata alla “femmina”.
È notorio che sotto l’Austria le donne godevano di pieni diritti giuridici, erano scolarizzate come i maschi (il doppio Liceo femminile), praticavano liberamente ogni tipo di attività sportiva, molte ebbero accesso alla scrittura giornalistica anche in senso professionale, e insomma erano – ovviamente nel segmento benestante – meno depresse delle “italiane”, ma questo fu anche il motivo per cui la loro passione civile si indirizzò piuttosto verso la causa nazionale (irredentismo), e con toni molto più incerti, o per niente, verso la rivendicazione femminista propriamente detta, un’impronta che rimase stabile anche quando Trieste passò all’Italia dopo le tragedie della prima Guerra mondiale. Dunque le triestine per un verso erano in anticipo, e per un altro (anche culturale e linguistico) in ritardo.

Ave Beltramini era nata in provincia di La Spezia e nel 1904 si era trasferita a Trieste col marito Giannino Giorgianni, professore di contabilità, ma riparò a Milano negli anni della guerra, e fece ritorno nel ’19. Passionale, vistosa, abile nelle relazioni, lanciò la sua rivista facendo appello al protagonismo delle lettrici e inaugurando con coraggio e inventiva moderne tecniche di marketing, introducendo la pubblicità, creando concorsi (di bellezza), una rubrica di posta, allertando alla sottoscrizione di abbonamenti. Ma quale è il modello di donna che trapela? Ancora la “femme fatale”, seppure più smaliziata. Qual è lo stile? Ancora dannunziano, ancora sentimentale e retorico. Che cosa dicono i racconti e le novelline pubblicate? Che il sogno d’amore non perde di smalto. Che il divorzio è meglio evitarlo. Che per una donna lavorare è un sacrificio: l’ha fatto durante il conflitto mondiale, ma solo perché costretta.
Dopo un anno circa, improvvisamente la Giorgianni lasciò la direzione della rivista, ne aprì una nuova a Milano ma di effimera durata, scrisse romanzi e un’autobiografia (Le sue mani, in cui è adombrata la relazione con lo scultore Marcello Mascherini, autore dei fregi per il frontespizio di Femmina), infine ebbe un malore da cui non si riprese più, rimanendo «inerte» fino alla morte nel 1948. Scrive Vinciguerra: «Rincorse con tenacia un successo che non conquistò mai». E anche: «Attratta dalle seduzioni mondane, protagonista del bel mondo, sempre alla ricerca di riconoscimenti, la Giorgianni non si aspettava certo una fine così drammatica».

Voci di donne: la rivista Femmina
nella Trieste degli anni Venti
Vita Activa, Trieste 2025
pp. 352, euro 19,00
La rivista passò in mano ad Ada Sestan, di cui troviamo qui un approfondito ritratto: nata a Pisino, consapevole della pochezza linguistica che tanto più affliggeva le istriane a confronto delle già deboli triestine, si era da giovanissima molto spinta nel campo letterario e nella scrittura per il teatro, raccomandandosi anche e specialmente a Silvio Benco, il massimo giornalista e scrittore della città, ogni volta ricevendo però giudizi negativi se non pessimi. Il suo unico romanzo, Orietta – storia di una giovane che rifiuta un matrimonio imposto, ma poi di fronte alla violenza del padre che la obbliga, cede, e nel primo giorno dopo le nozze si suicida – fu pesantemente stroncato da illustrissime firme maschili. Secondo Luigi Capuana «faceva parte della “gramigna di scritti femminili”», e secondo Croce «del ”pulviscolo di romanzatrici” che contribuivano alla decadenza della lettura». Di maggiore impatto I nuovi canti dell’Istria edito nel 1910 da Mayländer.
Però quando prese in mano Femmina la Sestan mostrò polso “industriale”, trasformando il giornale in casa editrice, comprando una linotype, allargando il punto di vista con le corrispondenze dall’estero, organizzando un concorso fotografico che ebbe fra i giudici anche il già famoso Carlo Wulz, aprendo un dibattito sulla riforma scolastica di Gentile che fra le materie reintroduceva i lavori domestici (mentre a Trieste le ragazze studiavano da tempo anche fisica, chimica, storia e geografia), dando pieno sostegno al futurismo, inventando un gioco di enigmistica e una serie di cartoline, ampliando moltissimo gli spazi pubblicitari (anche ad altre riviste, a editori, a famosi stampatori come Modiano e Salto), chiamando a collaborare pittori di alto livello per le copertine (Ugo Flumiani ad esempio), inaugurando i fotoservizi, e senza mezzi termini lamentando la pochezza dell’industria a Trieste, il che portava di conseguenza scarsità di sostegno economico. Anche sulla politica “femminile” la rivista cambiò orientamento, combattendo per il voto alle donne, per l’istruzione (Nike Clama scrisse un infuocato articolo sul fatto che le donne incolte saranno sempre sfruttate dagli uomini), toccando temi caldi come la prostituzione e la tratta delle donne, le classi disagiate, l’assistenza ai malati, e aprendosi alla critica d’arte, con contributi poco specialistici ma essenzialmente informativi.

Ampia la rosa delle collaborazioni, dalla scrittrice Delia Benco, moglie di Silvio, alla intraprendente Ninì Centonze che aveva lasciato Altamura per fare carriera a Liegi da dove mandava corrispondenze, a Lina Galli che su queste pagine esordì con dure denunce sulla penosa situazione delle donne istriane costrette a lavorare nei campi come «bestie da soma». Ma apparvero anche le firme della prolifica giornalista e scrittrice Willy Dias, col dente avvelenato contro il matrimonio, di Pia Rimini (che morirà ad Auschwitz), contraria alla eccessiva “maschilizzazione” della donna, di Nora Franca Poliaghi, e di molte altre autrici con sede in varie parti d’Italia, e inoltre del pittore Cesare Sofianopulo e dell’architetto Arduino Berlam. La Sestan supplicò più volte, senza timidezza alcuna, la “stella” Sibilla Aleramo affinché mandasse un testo, a titolo gratuito beninteso, ma non lo ricevette mai.
Di Ada Sestan, ci ricorda Vinciguerra, sono rimasti degli inediti, specie poesie e copioni teatrali, ma nessuna foto. Sappiamo che abitò in via Commerciale 26 perché di casa sua a un certo punto fece anche la sede della rivista, e dopo la cessazione collaborò al Piccolo occupandosi soprattutto di storia, segnatamente di quella risorgimentale. E in quella casa morì dopo una banale caduta, sola e povera, come ricordò un suo lontano parente, lo storico Enrico Sestan. «Con lei – scrive l’autrice – si chiuse la piccola grande storia della rivista, fatta di cultura, amicizie, letteratura e popolata da donne, una microstoria di percorsi esistenziali che, pur non avendo attecchito nella memoria del tempo, ha lasciato una traccia indelebile».
