SVEVO#JOYCE. ANCORA?
Il Ponte rosso n. 119 - ottobre 2025 | Sabrina Di Monte | teatro
di Sabrina Di Monte

foto di Simone Di Luca
In una città che celebra regolarmente i propri autori con pubblicazioni, conferenze e anniversari, la domanda del titolo può sorgere spontanea: perché di Italo Svevo e James Joyce a Trieste se ne parla e se ne scrive tanto?
E questa è la domanda che mi sono posta anch’io prima di assistere allo spettacolo SvevoJoyce#ZenoBloom, produzione del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia in scena dall’8 al 19 ottobre nella Sala Bartoli del Teatro Rossetti di Trieste.
Il testo è di Laura Pelaschiar, esperta joyciana, e di Paolo Quazzolo, storico del teatro e critico, entrambi professori dell’Università di Trieste, con i quali il Teatro Stabile collabora regolarmente. Gli autori hanno attinto a tutte le fonti disponibili, sia letterarie che biografiche, concentrandosi soprattutto su La Coscienza di Zeno e sull’Ulysses.
La regia è di Davide Calabrese; sul palco, Fulvio Falzarano e Francesco Godina interpretano, scambiandosi continuamente i ruoli, Svevo e Joyce, ma anche i protagonisti dei loro capolavori.
Paolo Valerio, direttore del Teatro Stabile, nell’incontro della compagnia e degli autori con il pubblico tenutosi in Sala Bartoli il 15 ottobre scorso, ha parlato di uno spettacolo che «da un lato attinge ai giacimenti culturali di questo territorio e, dall’altro, aggiunge qualcosa d’innovativo e universale: non siamo in fondo tutti interscambiabili, tutti diversi eppure legati da un immaginario hashtag?»
Lo spettacolo SvevoJoyce#ZenoBloom si basa su un sillogismo, presentato dagli stessi personaggi all’inizio dello spettacolo: se è vero che Zeno Cosini, nato dalla penna dell’ebreo triestino Hector Aaron Schmitz, alias Italo Svevo, incarna molte delle riflessioni e delle nevrosi del suo autore, è vero anche che il signor Schmitz ha fatto da modello al protagonista di Ulysses, l’ebreo irlandese Leopold Bloom.Ne consegue che Leopold Bloom e Zeno Cosini hanno molti punti in comune; e che ovviamente anche i loro autori, che furono legati da un’amicizia ventennale, hanno molto da dirsi.
Ecco allora che Falzarano e Godina si presentano a noi su una scena beckettianamente spoglia, intrecciando i racconti di due tra i più celebri funerali della letteratura del 900: quello a Dublino di Paddy Dignam, e quello a Trieste del cognato di Zeno, Guido, per poi continuare ad interagire in un gioco pirandellianamente fondato sul doppio. Momenti tratti da La coscienza di Zeno e da Ulysses sialternano ad un dialogo immaginato (come in una reciproca intervista impossibile)tra i due protagonisti prima, e tra i loro autori poi, coll’indossare e il togliere delle vestaglie da camera a segnalare il cambio di scena. Il tutto cadenzato dalla musica ipnotica di Anselmo Luisi, giovane e brillante percussionista triestino.
Il regista Davide Calabrese ha raccontato, che quando gli fu offerta la regia dello spettacolo provò sorpresa e preoccupazione: «dopo anni trascorsi tra musical […], parodie e mimi, mi sarei trovato a dirigere un’opera che sembrava seria, anzi serissima». Furono gli stessi autori a rassicurarlo: «Sei l’uomo giusto per questa regia: Svevo e Joyce hanno scritto pagine molto divertenti!». Calabrese ha poi constatato, con sollievo, che il copione era davvero un mix di parallelismi e rimandi tra i lavori dei due autori spesso all’insegna del politicamente scorretto e del dark humour. Se a uno script così congegnato fosse riuscito ad aggiungere una musica dal ritmo intenso e a tratti serrato, giochi d’ombre e di prestigio, gags e l’ironia onnipresente nella recitazione dei due attori, avrebbe scongiurato l’effetto respingente che classici letterari considerati spesso troppo seri e complessi hanno sul pubblico.
Possiamo dire che l’intento è stato raggiunto, il pubblico ha riempito la sala ad ogni spettacolo,e alla fine della rappresentazione alla quale ho assistito, si è applaudito a lungo, al ritmo frenetico di una versione celtic punk rock della ballata di Finnegan’s Wake.
