PER MARIA CAMPITELLI
Francesco Carbone | Il Ponte rosso n. 118 - luglio/settembre 2025 | testimonianze
Diario di una mostra
di Francesco Carbone
La silhouette ritrae Maria Campitelli
Forse è vero che ciò che alla fine conta è quanto si lascia. E cosa si lascerà nessuno lo può sapere: anche il buon seminatore lancia i suoi semi in aria, che cadono sulla terra come dadi dalla mano del giocatore: per quanto con cura abbia preparato il suo campo, non saprà mai quale seme frutterà, quale marcirà, quale sarà rubato dagli uccelli. Nessuno governa la sua eredità. L’eredità è di quelli che rimangono: posteri sempre tentati di tradirla.
Maria Campitelli è morta due anni fa. Aveva 93 anni. Ha fatto fino alla fine ciò che amava: curare mostre di arte contemporanea, studiare, scrivere d’arte, fomentare un movimento artistico importante a partire da una realtà periferica come Trieste: il Gruppo 78. Ha curato 500 mostre, ha tessuto contatti con almeno un migliaio di artisti di tutto il mondo (e qui a Trieste era tutt’altro che facile per un artista incontrarla per farle vedere i propri lavori: il telefono squillava quasi sempre invano).
Un ricordo personale: il 1995 fu l’anno del centenario della Biennale di Venezia, la bellissima Biennale curata da Jean Clair. Campitelli le aveva dedicato un lungo articolo pubblicato sul Piccolo: uno sguardo lucido sulla babele dell’arte del XX secolo, la comprensione sapiente del lavoro che aveva fatto Clair. Allora, con Pierpaolo Ciana (adesso presidente del Gruppo78) avevamo uno studio e Campitelli veniva più o meno una volta all’anno a vedere cosa stessimo combinando. Quel giorno era luminosa: il suo articolo era stato riconosciuto da quelli della Biennale il migliore in Italia.
a Palazzo Costanzi. Trieste luglio 2025
Settembre 2023: quando ho saputo che era morta, mi venne in mente una frase di Benedetto Croce, che immagino non sia stato tra i suoi autori essenziali. Dice più o meno: la morte ci troverà operosi. Per lei è stato così. Pierpaolo, a differenza di me, le è stato vicino fino alla fine, e fino alla fine anche in ospedale ha lavorato: come se ci fosse per il suo Gruppo sempre un domani. Il domani era il tempo che contava.
Giugno 2025: il Gruppo 78 organizza a Trieste, in Palazzo Costanzi, una mostra collettiva per ricordare La lezione di Maria. La regola è questa: ogni artista propone un’opera che sia stata già esposta in una mostra curata da Campitelli; l’opera viene accompagnata da un testo che Maria aveva scritto in occasione della sua prima esposizione. Espongono venticinque artisti.
11 luglio 2025. Allestiamo la mostra. L’inaugurazione è prevista per il giorno dopo. Quadri, sculture, un’istallazione, fotografie, una colonna segnata da una scrittura sulla quale è passato il tempo, un vestito multicolore che sarà sospeso in aria, un robot… oggetti che fino a un momento prima s’ignoravano convergono nella Sala Veruda di Palazzo Costanzi, infagottati in grandi veli di pluriball, in carta da pacco, sigillati nei cartoni… Un gruppetto, che si è formato da sé senza che nessuno comandasse nessun altro, comincia a scartare e a provare dove mettere i lavori: proviamo e guardiamo. Nessuno è più regista dell’altro. Il curatore della mostra, che ha scritto una bella presentazione della mostra che ora fa da introduzione al catalogo, ci ha lasciato liberi: verrà più tardi. Intanto, tra noi è tutto un dirsi: «Che ti sembra? Va bene qui? Perché non là? Più in alto, più in basso? Più a destra?»…Soprattutto, dovendo trovare lo spazio giusto a tante opere diverse tra loro come gli animali dell’arca di Noè, la domanda che torna è: «Secondo te questo dialoga con quello? E la scultura dialoga con la fotografia e con l’istallazione?» Le qui presenti, insomma, «DIALOGANO?»
Istallare una mostra in uno spazio è definire un campo di forze; in questo campo una rete di corrispondenze: è lo stesso quando arrediamo una casa. Nessuna cosa vale per sé: ogni cosa ha senso se sta bene con tutto il resto. Una questione di colori, di dimensioni, di forme.
Sugli atroci proverbiali narcisismi e perversioni degli artisti (che non sono superiori a quelli dei banchieri, dei sindaci, dei pusher, degli idraulici, ecc.), sarà stato un caso, sarà stato lo spirito di Maria che aleggiava ironico nella sala, nei due giorni dell’allestimento non s’è sentita una voce alzarsi, uno scontro tra volontà, neppure mite. Si saliva sulla scala, si appendeva l’opera, si scendeva a guardare con gli altri se spostare, e di quanto (si ragionava anche di millimetri). E si passava avanti. L’11 sera, dopo dodici ore di lavoro, la mostra era in buona parte allestita. C’erano dei lavori che sarebbero arrivati appena il giorno dopo, all’ultimo momento. Tutti sappiamo che in una stanza aggiungere anche solo un vaso – figurarsi un quadro o una scultura – cambia l’equilibrio di tutto. Dopo dodici ore, chiudiamo la porta: noi gatti ce ne andiamo, le topesche opere balleranno?
12 luglio. Ricominciamo il giorno dopo alle 10: otto ore prima dell’inaugurazione. Troviamo subito che alcune scelte di ieri non vanno. Arrivano anche gli ultimi lavori. Qualcosa, ma non tanto, va spostato: alla fine ci pare che tutti i lavori tra loro «dialoghino». L’arca di Maria Campitelli è finita. Il disordine, il diluvio, è fuori.
Puliamo il pavimento, mettiamo via la scala, facciamo in modo che le code dei fili d’acciaio che tengono i quadri non scodinzolino oltre i bordi; esponiamo anche una parte dei cataloghi che in tutti questi anni ha pubblicato il Gruppo 78, tutti con introduzioni di Campitelli. (Prima o poi bisognerà porsi il problema di arrivare a una pubblicazione, scientificamente curata, che raccolga almeno una parte di quanto ha scritto il miglior critico d’arte che ha avuto Trieste in questo mezzo secolo). Colpo d’occhio finale: la mostra è bella. – Per essere bella davvero, mancano solo le persone che la percorrano e la guardino come parrà a loro.
12 luglio, ore 17.30. Le persone iniziano ad arrivare. A me pare che il momento perfetto è quando ce ne sono trenta. Ma presto diventano cinquanta, poi cento, poi ho perso il conto. Succede quasi sempre che un’inaugurazione sia il momento in cui il rito celebra se stesso: ci sono i discorsi, ci si compiace di essere in tanti, tanto più in una mostra d’arte contemporanea, e a luglio!… Per vedere i lavori, sarà il caso di tornare.
13 luglio. Non ho fatto i nomi di nessuno o quasi. Sto raccontando la storia della mostra come la mostra di venticinque anonimi: ognuno come la cellula di un caleidoscopio possibile – tra i tantissimi – dell’eredità di Maria Campitelli. Quanto ai nomi, proprio con questo numero del Ponte rosso tutti i lettori hanno ricevuto il catalogo della mostra: lì c’è tutto.
31 luglio. Disinstalliamo. Alla fine, abbiamo contato un po’ più di mille visitatori. Nel quaderno in cui tutti potevano lasciare un commento, ci sono molti ricordi di Campitelli insegnante. Tutti quelli che me l’hanno raccontata, ne hanno parlato come una di quelle rarissime che quando faceva lezione fermava il tempo.
Sarebbe piaciuta a Maria Campitelli, questa mostra? Scommettiamo di sì. Ma questa è una domanda rivolta al passato. Guardando avanti, impossibile non chiederci: se il Gruppo 78 è stato capace di questo adesso, senza più il suo critico-artista-demiurgo, cosa potrebbe fare domani (il tempo che interessava a Campitelli)? Ognuno andrà per la sua strada? O il Gruppo avrà un’idea di sé – e quindi del mondo – e quest’idea può essere buona? Per quanto ho capito io, ciò che interessava Campitelli di un artista era che il suo lavoro fosse una ricerca, e che questa ricerca parlasse del – e al – contemporaneo. Questo contava molto di più che essere figurativi, performer, videomaker, informali, concettuali, ecc. Nel caos apparente, poi, il collante era lei. Ma adesso? E, in generale, un critico che incarni lui la poetica di un gruppo esiste ancora? O è rimasto solo il mercato e i suoi piazzisti? O qualcos’altro che non so dire? O il Gruppo 78 saprà fare da sé? «Il futuro è in noi molto prima che accada» (Rilke).
a Palazzo Costanzi, Trieste luglio 2025
Maria Campitelli è nata a Trieste nel 1930. Suo padre era il pittore e critico d’arte Giuseppe Matteo Campitelli (1888 – 1970). È stata insegnante, critica d’arte e curatrice di arte contemporanea. Ha insegnato all’Istituto d’Arte “Enrico e Umberto Nordio” di Trieste, formando generazioni di giovani, non pochi dei quali sono divenuti in seguito artisti, critici e curatori. Nel 1978, anche per la presenza a Trieste degli artisti del Wiener Aktionismus, con altri artisti e intellettuali triestini ha fondato il Gruppo78, di cui è stata presidente fino alla morte.
Ha organizzato centinaia di mostre locali, nazionali e internazionali. Tra queste: Minimi intenti (Muggia, Casa Veneta 1986-1992 e Sala Negrisin 1993-1997) e PRACC Progetto Arte Contemporanea Carà (Muggia, Museo Carà 2007-2019). Nel 1995 ha curato la grande mostra Achtung auf den Zug al Museo Ferroviario di Trieste; dal 1996 ha curato le tredici edizioni di Natura naturans (1996-2010). NEL 2013, Grazie a un ponte internazionale che ha realizzato tra Italia e Messico, 36 artisti del Gruppo78 sono stati ospitati e hanno esposto a Oaxaca e Torreón; l’anno seguente, 87 artisti messicani hanno esposto al Castello di Miramare di Trieste. Per questa iniziativa ha ricevuto il Sigillo Trecentesco della Città di Trieste e la Medaglia del Presidente della Repubblica. Negli ultimi anni, si è dedicata soprattutto al rapporto fra arte, scienza e tecnologia con iniziative sempre di respiro internazionale. In quest’ambito vanno ricordate soprattutto le quattro mostre internazionali Robotics – Arte e robotica realizzate a Trieste. Di tutta quest’attività, restano i cataloghi realizzati principalmente da Comunicarte edizioni e Juliet editrice.
