L’AVVENTUROSA ODISSEA DI FORMICHINO
età evolutiva | Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 118 - luglio/settembre 2025
Rino Rega ha pubblicato un “racconto per ragazzi d’ogni età”
di Fulvio Senardi

Formichino
Racconto per ragazzi di ogni età
prefazione di Massimo Recalcati
illustrazioni di Chiara Florio
Castelvecchi, Roma 2025
pp. 112, euro 15.00
In un dibattito degli anni Sessanta, entrato negli annali della letteratura (e registrato sulle colonne di un giornale allora diffuso, Paese Sera) più per il prestigio dei partecipanti (Arbasino, Moravia, Pasolini, Sanguineti) che per i risultati messi sul tappeto, approfondendo il tema allora di moda della “crisi del romanzo” (se vivi non sarebbe difficile immaginare la loro reazione di fastidio alle tonnellate di carta straccia che annualmente vomitano i torchi per nutrire i 365 premi letterari, più uno negli anni bisestili, del Bel Paese dove il sì suona); i litigiosi intellettuali, in sostanziale disaccordo su tutto, concordano invece sulla “spavalda vitalità” di un genere onnivoro, capace anche di aggrapparsi a modelli ottocenteschi per produrre macchine narrative che conquistano con il fascino dell’intreccio. Attraverso il noir o il giallo, insomma, si sarebbe realizzata la rinascita del genere antico del romanzo d’avventura. Chi avesse la ventura di leggere Formichino. Racconto per ragazzi di ogni età di Gennaro Rega (Castelvecchi, 2025, impreziosito dalle belle tavole di Chiara Florio) si stupirebbe forse a constatare che il ragionamento tiene, in un mondo dove mancano ormai vette da conquistare, terre da scoprire o scommesse da vincere girando intorno al globo (se non quella, temo del benessere e della pace), soprattutto per la letteratura per ragazzi. È lì che la musa dell’avventura può forse ancora giocare le sue carte in maniera non banale. Il protagonista, come il titolo chiarisce in modo evidente, è una formica, anzi, un suo “cucciolo”, un formichino; creaturina curiosa – con cui facilmente potrebbe identificarsi un giovane lettore – che ama l’avventura fino quasi all’avventatezza, come mostra la fase conclusiva della navigazione sul guscio di noce che rischia di trasformarsi in tragedia, se non fosse per il colpo di vento che risolve la situazione mettendo in salvo l’improvvisato marinaio a sei zampe.
Io appartengo a quella generazione che ancora poteva trovare in libreria o, se socialmente fortunata, nella biblioteca del nonno, il Ciondolino di Vamba (alias Luigi Bertelli), pubblicato nel 1895. La storia di un bambino trasformato in formica e le cui avventure il libro racconta a tamburo battente, fino alla conclusione che non conclude, l’incontro di Ciondolino con la sorellina, trasformata ella in lombrico; ultima scena, vera scena-madre (anzi, -sorella) di un libro che, con grande scorno – parlo per esperienza diretta – di chi sognava un sequel (chiedo scusa per l’orrenda parola, ma il faut être absolument moderne tuonava Rimbaud), manca di una continuazione ciclica, come nei romanzi, in quegli anni da me allora altrettanto amati di Salgari. Il ricordo più vivido di quella lettura di bambino è la figura terrificante del formicaleone, al cui agguato Ciondolino riesce a sfuggire, e poi il senso di pena per il desiderio lancinante del piccolo essere di ritornare alla casa e alla famiglia da cui la metamorfosi, incautamente invocata per sottrarsi alla scuola (com’erano pedagogici i nostri bisnonni!), lo aveva per sempre escluso. Aggiungo, visto che siamo sul binario della letteratura comparata (prospettiva che funziona anche nell’ipotesi assai improbabile che Rega non conosca il libro di Vamba), che al mondo di Ciondolino, – quello del contesto coloniale di fine Ottocento e, in particolare, pensando a Vamba e alla sua visione dell’Italia, di un Risorgimento ancora da completare cacciando lo “straniero” (Bertelli sarà prima interventista e poi fiumano a fianco di D’Annunzio) – Rega contrappone una realtà di impronta pacifica e solidale. Nessuno scontro con le formiche rosse, dove Ciondolino, posando da Napoleone, conduce le schiere “nere” alla vittoria, nessun insetto usurpatore che rubi la casa ad altro imenottero; insomma: se il regno di Ciondolino è la versione ottimistica del “giardino malato” di Leopardi (vedi Zibaldone, aprile 1826) di cui Vamba rifiuta la disperazione ma accetta l’agonismo esasperato, il mondo di Formichino è, al contrario, un contesto irenico (e idealizzato) di rapporti inter-specie risolti nell’amicizia e nella collaborazione. Un messaggio adatto ai nostri tempi e ben congruo con la “nonnità” cordiale di Gennaro Rega (ci è anche d’aiuto la saggezza del poeta: «tu sei come la provvida / formica. Di lei, quando / escono alla campagna / parla al bimbo la nonna / che l’accompagna»).

… un’elegante libellula azzurra
Ne so troppo poco di entomologia per asseverare o negare la verosimiglianza del costruttivo incontro di Formichino con individui da lui tanto diversi, come la libellula per esempio o, peggio ancora, il rospo (che forse se lo sarebbe mangiato piuttosto che concionare, nella vita vera), ma senza dubbio questi episodi vanno letti come una metafora dell’ “ama il prossimo tuo …”, comandamento (vale anche per i laici come me) che spesso e volentieri gli umani dimenticano e che Rega si prende la licenza di vedere realizzato nel mondo delle formiche. Sullo sfondo, non occorre forse dire, di un vivissimo senso della natura che rivela un autore con competenze di botanico esperto e navigato, e che va coniugandosi ad un amore nutrito di tolleranza per ogni manifestazione del Vivente. Certamente una delle più importanti valenze educative del racconto.
Se poi ci mettiamo a tergo del minuscolo eroe, come una candid camera che scruta nella direzione dei suoi ommatidi, scopriamo in lui una insospettabile (e oso dire, poco “formichesca”) vocazione: «le barrette di cristallo del lampadario liberty […] tintinnano in alto sul soffitto»; «un armadio in noce scuro appoggiato al muro di fronte ha l’anta con la specchiera spalancata come un’enorme bocca; all’interno le grucce sorreggono alcuni freschi abiti femminili primaverili»; «nella camera più spaziosa della casa, quella da pranzo: pochi solidi mobili di legno chiaro disposti linearmente lungo una delle pareti fanno da corona a un tavolo più lungo del rettangolo di terra dove sono disposte le piante di pomodoro nell’orto»; «Formichino […] soppesa la grandezza dell’ambiente in cui si trova. È pavimentato con grandi quadrati in cotto dalla tonalità terrosa […] al centro troneggia un tavolo in rovere massiccio dove possono stare seduti almeno dodici umani». Potrei continuare a lungo registrando altre scoperte del minuscolo protagonista nella casa che sta esplorando con tanta attenzione. Una invincibile passione di Formichino per l’interior design, o non piuttosto l’affiorare di ricordi e il concretizzarsi di nostalgie che appartengono all’autore?, che per un attimo (anzi per più attimi) scivola nella pelle chitinosa del protagonista, facendone il portavoce del proprio ricco mondo interiore? Uguale interesse ed attenzione per la famiglia umana che abita la casa (Gioele, Olivia, Isabella e Alessandro), con Formichino, in questo caso, antropologo oltre che arredatore.
Un’ultima riflessione su un autore simpaticamente ma inguaribilmente “letterato”. E a riguardo dell’appariscente virtuosismo espressivo del racconto, che si manifesta soprattutto in un lessico particolarmente sofisticato (noto a memoria: murella, panaro, cellario, mirmidonesco, berceau, ecc.). Se dei bimbi affronteranno il racconto, avranno bisogno di avere a fianco un adulto di buona cultura, o meglio, armato di vocabolario. Colti almeno quanto Formichino, che certo ha gustato la pioggia nel pineto, per come descrive (con verbi e aggettivi eletti) i suoni dell’acquata.
Concludo: non mi abbandona l’impressione che il Formichino, di cui è innegabile la piacevolezza, nasca però destinato, consapevole o no l’abile autore (non ci ha insegnato Eco che anche l’opera possiede una sua propria, autonoma “intenzione”?) a quei “ragazzi di ogni età” che affrontano la quarta delle stagioni della vita.
