TRA IRREDENTISMO, NAZIONALISMO E RIVOLUZIONE

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Roberto Spazzali dà voce agli “Ultimi del Risorgimento”: tre generazioni dimenticate che, ispirandosi ai grandi del Risorgimento, si sono battute per un sistema politico democratico, patriottico e legalitario nel rispetto della libertà dei popoli

di Marina Silvestri

Roberto Spazzali

«Manca tuttora uno studio organico e comparativo sull’attività dei partiti politici operanti nell’area dell’alto Adriatico orientale, specificamente nel litorale austriaco fino al 1918 e successivamente nella Venezia Giulia», scrive lo storico Roberto Spazzali nell’incipit del volume: Gli ultimi del Risorgimento: democratici, garibaldini, mazziniani tra irredentismo, nazionalismo e rivoluzione, (Ares Edizioni, 2024) in collaborazione con l’I.R.C.I., stesso editore e stesso Istituto con cui aveva negli anni scorsi dato alle stampe, Pola città perduta. L’agonia, l’Esodo (2022) e Il disonore delle armi: settembre 1943, la mancata difesa della frontiera orientale (2023).

L’autore ripropone e confronta fonti non sufficientemente valutate nella ricostruzione dei periodi e inoltre dà il giusto peso alla stampa quotidiana in cui la cronaca politica che contraddistingueva l’epoca aveva uno spazio significativo ed ha oggi un prezioso valore documentale. Accanto ai percorsi di Galliano Fogar, Elio Apih, Ennio Maserati, Fabio Todero e Marina Cataruzza, per citarne alcuni, troviamo le analisi comparse sule riviste La Rassegna storica del Risorgimento, QualeStoria e i Quaderni di Storia diretti da Giovanni Spadolini, le memorie di Salvatore Barzilai, Vittorio Furlani, Edoardo Schott, le carte esplorate da Almerigo Apollonio in Le “belle époque” e il tramonto dell’Impero asburgico, inoltre e in primis, un’ampia selezione di articoli comparsi sul Corriere della Sera che seguiva la questione politica del Litorale e degli altri territori dell’Impero dove viveva la minoranza nazionale italiana, e seguirà la questione adriatica prima e durante il primo conflitto mondiale, articoli che possono dirsi l’asse portante del testo.

Roberto Spazzali
Gli ultimi del Risorgimento.
Democratici, garibaldini, mazziniani tra irredentismo, nazionalismo e rivoluzione
Ares Edizioni, Milano 2024
pp. 614, euro 30,00

Prende forma così uno spaccato in cui alcune “narrazioni” con cui la storia di quegli anni è stata delineata appaiono deboli e palesi sono le semplificazioni e le lacune. Come Spazzali scrive in un paragrafo successivo: «Contributi significativi sono stati pubblicati principalmente sui socialisti sui comunisti; non sono mancati quelli sui cattolici popolari e analogamente sono rinvenibili opere relative ai movimenti e partiti sloveni e croati, soprattutto per quella fase di costruzione di una propria identità nazionale di un’aspirazione all’autodeterminazione antagonista rispetto a quella perseguita dalle forze politiche italiane. Ben poco si conosce tuttora delle associazioni politiche lealiste austriache. Informazioni rarefatte sono rinvenibili, nelle sue trasformazioni, sul partito liberalnazionale che pure ha avuto un ruolo preponderante, in forza del sistema elettorale dell’epoca, nell’amministrazione pubblica e nell’elettorato moderato del ceto medio italiano». A Trieste, dove i liberalnazionali reggono il Comune dagli anni Sessanta del XIX secolo ai primi due decenni del Novecento, agli inizi del nuovo secolo un’altra forza si profila «sull’orizzonte politico cittadino: i mazziniani dell’associazione Democrazia sociale italiana, erede del Comitato d’azione, fortemente innervato da garibaldini di almeno tre generazioni, che si era attribuito il ruolo di effettivo attore dell’irredentismo più irrequieto, impulsivo e rivoluzionario che poneva al vertice del proprio ideale la triade Mazzini Garibaldi e Oberdan».

Ampio è lo spettro temporale e spaziale di questo studio che legge i fatti attraverso i sogni delle generazioni che si fanno protagoniste degli stessi, in un coacervo di ideali che sono eredità dei padri e ribellione all’acquiescenza e ai compromessi. Come sottolinea nell’introduzione Franco Degrassi, presidente dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata: tre generazioni dimenticate che, ispirandosi ai grandi del Risorgimento, si sono battute per un sistema politico democratico, patriottico e legalitario nel rispetto della libertà dei popoli. «L’irredentismo italiano è stato interpretato come pretesto nazionalista e strumento imperialista e pertanto emarginato come una espressione fondamentalmente aggressiva della politica italiana soprattutto nei riguardi del contiguo mondo slavo», – scrive Degrassi – «ignorando invece che analoghe e non meno violente rivendicazioni erano sorte quasi contemporaneamente e non per effetto di un’aggressiva minaccia in quel mondo nei riguardi dei territori abitati da popolazioni di cultura italiana. Codeste semplificazione, proposte in termini unilaterali e liquidatori, non hanno permesso la comprensione di un complesso movimento politico costituito da slanci anche molto difformi, che si è sviluppato per tappe e itinerari diversi tra il 1867 e il 1920 esaurendo infine la sua energia vitale».

Le documentate ragioni di mazziniani, garibaldini, radicali e democratici aiutano a comprendere le contraddizioni di una stagione le cui diverse anime hanno avuto ed hanno non poche ripercussioni sulla lettura del nostro presente nel quale l’invito a schierarsi è molto più praticato del pensiero critico.

Valentino Pittoni

Smentendo la frequente lettura ex post del movimento irredentista in chiave nazionalistica o imperialista, l’autore evidenzia la natura rivoluzionaria del movimento e la sua ricerca di uno spazio di consenso per una trasformazione della società che non passasse per la lotta di classe. «Nel 1905 – scrive Spazzali – il movimento mazziniano aveva riproposto, con un programma ispirato ai principi sociali mazziniani, la questione nazionale: si riteneva l’Impero un’istituzione non riformabile dal punto di vista politico, per cui soltanto la sua dissoluzione avrebbe potuto garantire la piena emancipazione dei popoli oppressi e di conseguenza l’unione degli italiani d’Austria all’Italia. C’erano richiami alle concezioni teoriche della giovane Europa, ovvero alla costituzione di una federazione degli Stati nazionali europei liberi e indipendenti […] Parimenti era stato posto il problema dell’emancipazione economica del proletariato e della trasformazione della proprietà dei mezzi di produzione». La volontà era di farsi antagonisti al movimento internazionalista operaio.

Una rilettura delle pagine del giornale L’Emancipazione che se ne faceva portavoce sottolinea gli obiettivi che portarono il movimento ad essere ritenuto pericoloso dall’Austria che lo mise sotto stretta sorveglianza e mandò a processo più volte gli esponenti per fatti conclamati o solo sospetti. Era, quella dei mazziniani, un’aperta ribellione alle posizioni dei liberalnazionali, la maggiore forza politica italiana, da sempre contigua agli ambienti massonici, «che si schieravano a parole contro il pangermanesimo, ma di fatto gestivano il potere e le posizioni lealiste fondate su accordi e compromessi» ma – commenta lo storico – non seppero comprendere la portata dei flussi migratori che complicarono i rapporti sociali e nazionali, né farsi portavoce se non in parte degli industriali con interessi sovranazionali. La posizione dei demosociali contrastava allo stesso tempo con la posizione dei socialisti austromarxisti che a Trieste avevano in Valentino Pittoni il principale esponente, intransigenti aprioristicamente sull’internazionalismo rispetto all’idea di patria e auspicanti la sopravvivenza di un Impero fondato sulla coesistenza pacifica delle nazionalità. Semplice non era nemmeno il rapporto con i socialisti italiani che riconoscevano ai socialisti austriaci il dovere di difendere i diritti della minoranza italiana relativamente alla lingua e alla cultura, «il sostegno all’autonomia del Trentino quale premessa per ottenere altrettanto a Trieste e in Istria, ma si impegnavano a contrastare con tutti i mezzi l’irredentismo e le mire annessionistiche italiane sulla terre irredente. Questo era il patto politico».

A breve il nazionalismo slavo che rivendicava l’emancipazione dei popoli dal gioco austro-ungarico, trovando consensi nelle grandi nazioni europee, si scontrerà con un nazionalismo italiano declinato in chiave espansionistica e coloniale che farà proprie strumentalmente le ragioni patriottiche degli irredentisti. Parallelamente il mito di Garibaldi mai esauritosi e rinverdito dai numerosi figli e nipoti trovava a Trieste, e soprattutto in Istria, ampio seguito e volontari che si batteranno sui diversi fronti dalla Grecia, alla Macedonia, all’Albania, nelle guerre balcaniche e sulle Argonne; rifletteva la delusione per la deriva centralista dello Stato sabaudo che aveva piegato il processo risorgimentale nei sui aspetti rivoluzionari e aveva sostituito potere a potere.

Il libro prende in esame gli appuntamenti elettorali del 1907 con l’affermazione del partito socialista e le successive tornate in cui i liberalnazionali recuperano elettori per la scelta imposta dai primi di un candidato sloveno in un collegio, mentre anche il sindacato si spacca e nasce la Camera del Lavoro su base nazionale. Scelte che non erano piaciute alla direzione nazionale del Partito socialista italiano. Si inserirà nella questione Angelo Vivante proponendo un “triestinismo autonomista” «generatore di una prassi politica tanto antislava quanto anti-italiana, strettamente funzionale al ruolo portuale della città espresso dalla sua classe dirigente».

Ma anche all’interno di Democrazia sociale italiana si consumerà una crisi: «Diomede Benco aveva proposto che il movimento sostenesse la pregiudiziale repubblicana dichiarando l’Austria non riformabile, per contro Angelo Scocchi proponeva la difesa della nazionalità pure in un contesto plurinazionale, perché rimaneva prioritaria la missione sociale a favore delle classi popolari».

Con queste spaccature si arriva alla Grande guerra, all’interventismo e alle delusioni, poi alla nascita del progetto di Democrazia sociale irredenta che parteciperà al Convegno di Roma delle nazioni oppresse, con aperture al mondo slavo che fecero scandalo; infine il sogno di una rivoluzione proletaria di sinistra che porterà non pochi a Fiume al seguito di D’Annunzio.

Piazza Grande
1912-1913 Trieste
Civici Musei di Storia ed Arte,
Fototeca, inv. CMSA F9622

 Definito una “biografia corale” il libro di Roberto Spazzali restituisce l’itinerario politico di decine di personalità di cui la storia di Trieste porta il segno, e pone interrogativi sui vuoti interpretativi, sui perché e sui percome si sia estinta nel dopoguerra la funzione di guida di un intero ceto dirigente entrato in crisi che si spaccò all’irrompere dello squadrismo, ricollocandosi in parte durante il fascismo, e non riuscendo ad opporvisi se non individualmente e a caro prezzo con il riemergere di alcuni dei sopravvissuti anni dopo su posizioni antifasciste. «Era finita un’epoca – conclude Spazzali – e con essa le illusioni che, in ultimo, l’Irredentismo potesse diventare una rivoluzione politica a compimento di un Risorgimento mancato. Invece quegli incrollabili visionari della politica erano stati gli ultimi del Risorgimento. Non senza eredi».