IL MARE OLTRE LE SBARRE

| |

Un romanzo breve di Dušan Jelinčič sulla figura del padre Zolko (1900 – 1965)

«Se mai potessi tornare indietro, rifarei la stessa scelta, perché non conta quanto si soffre, bensì quanto si ama»

di Walter Chiereghin

Dušan Jelinčič

Dušan Jelinčič arricchisce la sua già notevole bibliografia in lingua italiana con un romanzo storico, come lo ha definito Marta Verginella, autrice della prefazione al libro, Il mare oltre le sbarre, che ritengo abbia costituito per l’autore un doveroso e insieme gratificante omaggio con il quale lo scrittore, immagino, abbia inteso fare i conti – emotivamente parlando – con la figura del padre, Zolko (1900 – 1965), resistente al fascismo, scomparso quando Dušan varcava appena la dubbia soglia (è una citazione di Saba) dell’adolescenza.

Sicuramente non si tratta di una biografia, non in senso stretto, della quale del resto non si avvertiva la stringente necessità, per la fama del personaggio e perché lo stesso Zolko Jelinčič aveva provveduto a pubblicare un testo autobiografico, Sotto un cielo di piombo. Memorie di un capo del TIGR, pubblicato postumo nel 2021 anche in traduzione italiana grazie alla LEG, con prefazione di Paolo Rumiz, che nel volume di cui ci accingiamo a dire qualcosa viene riportata come postfazione. In essa Rumiz sintetizza il perimetro temporale del testo di Zorko e le sue motivazioni: «Per rievocare la fase cruciale della sua esistenza, quella tra gli anni Venti e gli anni Quaranta, egli aspetta l’imminenza della fine per vuotare il sacco, in un ultimo soprassalto di fierezza, in una lunga e meticolosa confessione scritta. Un atto dovuto non solo a sé stesso, ma anche a quelli che non ci sono più, i compagni di lotta. Per scongiurare l’oblio su chi, nelle terre nord-adriatiche, non piegò la testa nella stagione dei manganelli e dell’olio di ricino».

Dušan Jelinčič
Il mare oltre le sbarre
Storia di un resistente sloveno
traduzione di Martina Clerici
prefazione di Marta Verginella
postfazione di Paolo Rumiz
Mladika, Trieste 2024
pp. 136, euro 17,00

Ma chi è stato dunque Zolko Jelinčič?

Era nato nella frazione di Bretto di Sotto (ora Log pod Mangartom, in Slovenia, poche decine di anime nel parco nazionale del Tricorno, Triglavski Narodni Park, caratteristico in quanto circondato da vette montuose che lo rendono ideale per l’alpinismo), attualmente a ridosso del confine di Stato con l’Italia. Fu un operatore culturale, scrittore, alpinista, memorialista e pubblicista sloveno. Dopo gli studi primari nel paese natale e quelli superiori ad Idria, si iscrisse all’Università di Lubiana, continuando poi a Padova, senza tuttavia conseguire la laurea. Nel primo conflitto mondiale combatté nelle file austroungariche. Come i suoi conterranei sloveni del Litorale dovette ben presto subire la durezza delle politiche di assimilazione forzata, delle violenze e dei soprusi del neonato regime fascista nei confronti dei cosiddetti “alloglotti” nelle zone annesse al Regno d’Italia dopo la guerra. Nel 1924 si stabilì a Gorizia dove lavorò come segretario del sindacato insegnanti. Fu tra i fondatori, nell’autunno del 1927, dell’organizzazione slovena clandestina di dura opposizione al regime fascista TIGR (acronimo per Trieste, Istria, Gorizia e Fiume (Reka in sloveno), che a Trieste operò anche sotto il nome di Borba (Lotta). Nel 1931, processato assieme ad altri militanti dal tribunale speciale per la difesa dello Stato di Roma, venne condannato a vent’anni di carcere per attività sovversiva. Scontati nove anni, venne alla fine rilasciato, ma allo scoppiare della guerra fu mandato al confino ad Isernia. Dopo la capitolazione del regime fascista, ritornato a casa, aderì alla Resistenza e fu membro del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale del Litorale. Dopo la guerra, si stabilì a Trieste, dove lavorò come giornalista e come organizzatore di attività culturali nell’ambito della comunità slovena. Ha presieduto inoltre l’associazione alpina slovena.

Generato nel secondo matrimonio del padre, lo scrittore e giornalista Dušan interviene direttamente nella storia, raccontando di aver trovato tra le carte di Zorko un manoscritto di appunti, un mero elenco di parole, di nomi e di luoghi, che lo scrittore – più che il giornalista – s’incarica di espandere «in preda a una tempesta di emozioni», riscrivendo in prima persona e dando profondità (e dignità letteraria, aggiungiamo noi) alla lunga e tormentata elencazione del manoscritto, quasi raccogliendo dalla mano del padre scomparso il testimone di una staffetta ideale e intergenerazionale. Si concreta così una sorta di piccola “enciclopedia” degli anni cruciali nella storia personale e penitenziaria del giovane antifascista, dove i sostantivi espunti dal suo «inventario di parole» costituiscono le singole voci, che sono anche, assieme, i titoli – e il sommario – dei brevi capitoli che si succedono nelle due parti nelle quali è diviso il volume.

La prima di tali due parti si fregia anche di un titolo, Il dovere di resistere, che in questo contesto narrativo è, con ogni evidenza, anche il dovere di testimoniare. E questa parte racchiude una serie di sei capitoli che descrivono l’acuminata situazione della lunga detenzione di Zorko, ad iniziare dalla fine, nel confino di Isernia, quando già è finalmente caduto il fascismo ed è alle spalle dell’internato l’esperienza dei nove anni di carcere duro, anche se perdura la sua condizione, che avverte però «i primi scampoli di libertà» e cerca di darsi ragione della fine, che si annuncia appena, del prolungato incubo vissuto per tanto tempo. E il racconto inizia dal termine “olio di ricino”, «la parola in cima alla lista che ho compilato e che presto spiegherò, […] Quello che mi hanno somministrato in recipienti da mezzo litro per giorni e giorni, costringendomi a ingurgitarlo tutto d’un fiato». Una tortura che gli fu somministrata poco prima della scarcerazione, i cui effetti si protrassero indefinitamente, con grave danno del fegato.

Ma anche senza tanta bestiale violenza, il carcere era una tortura costante, lenta e insinuante nel pensiero, che lo induce a confessare: «Non posso scrivere la parola “anni”, fa troppo male. Anni di niente assoluto. In quelle onde e in quel nulla ho consumato gli anni più belli della mia vita. Un passo davanti all’altro, dentro la cella d’isolamento: il nulla». E ancora il pensiero costante che lo tormenta, quello che gli fa considerare se sia stato opportuno evitare la fuga, l’esilio oltre il confine, che lo avrebbe messo al riparo da quanto era costretto a subire, ma la risposta è sempre la medesima, perché «con tutto ciò, se mai potessi tornare indietro, rifarei la stessa scelta, perché non conta quanto si soffre, bensì quanto si ama».

Nella seconda parte di questo romanzo breve Jelinčič presta a suo padre Zorko la propria scrittura, per consentirgli di dirci ancora qualcosa sui suoi anni di opposizione al fascismo, uscendo dalla memoria del carcere e del confino, per completarne il ritratto con le fattezze dell’uomo di pace e di cultura, amico del poeta Srečko Kosovel e dello scrittore Vladimir Bartol, col quale condivideva la passione per l’alpinismo. La vocazione non lo distrasse mai del tutto dalla sfera dei suoi affetti e dei suoi interessi, sebbene lo rendesse costantemente preoccupato, anche prima della condanna, della responsabilità che s’era assunto in quanto leader del movimento nazionale rivoluzionario del quale aveva condiviso la nascita e la gestione. ma anche nella militanza attiva si portò dietro i suoi interessi culturali, i libri scritti in sloveno contrabbandati in uno zaino per tenere viva la fiammella di una lingua che un regime ottuso e violento avrebbe voluto cancellare. E anche il ricordo atroce della moglie Fanica, amica e corrispondente di Kosovel, morta di parto nel breve intervallo che fu concesso ai due coniugi tra la liberazione dal carcere e l’invio al confino di Isernia all’entrata in guerra dell’Italia.

Il rischio insito nello scrivere del proprio padre è quello di comporne un monumento agiografico, ma mi pare che in questo caso si sia evitato, grazie a una scrittura che evita di cadere nella retorica. Il libro invece mi sembra segni una continuità che ha ragione del tempo e del succedersi delle generazioni. La lettura di questo singolare intenerito rapporto tra autore e personaggio mi ha riportato alla mente un verso di Rafael Alberti, scritto in occasione dell’assassinio di Salvator Allende: «la morte non finisce nulla».