C’ERA UN RAGAZZO CHE COME ME…
Eoberto Spazzali | Il Ponte rosso n. 122 - gennaio 2026 | storia
1966: l’anno della tragedia di Brema e della scomparsa di Bruno Bianchi, capitano della nazionale italiana di nuoto
di Roberto Spazzali
La vita è fatta di numeri. Inesorabili, segnano l’esistenza umana. Ore, date, misure, prezzi, valori.
La vita dello sportivo è un numero che si moltiplica e si divide, Aumenta e diminuisce.
Un numero intero che diventa frazione di tempo. E con quella frazione di tempo, di secondo, sali o scendi una classifica. Una frazione di tempo che vale una vita di sacrificio. Puoi diventare il numero uno del rating, di una classifica, di una schiera di legittimi ambiziosi. E c’è invece chi rimarrà il numero duecento. Ma va bene lo stesso.
Il numero assegna un ruolo sul campo. Il nome vale meno di un numero sulla maglia o sulla calottina. E quando il campione si ritira, viene pure ritirata la sua maglia. Nessuno potrà più portare quel numero, il suo numero. Perché lo ha identificato più del suo nome.
Numeri, da eguagliare, da superare.
Numeri.
Non per battere un record ma per giungere fatalmente in fondo alla gara della vita. Non importa se primo o ultimo. 005. È il numero del volo Lufthansa di venerdì 28 gennaio 1966 che si era alzato in volo da Francoforte diretto ad Amburgo. Alle 17.41, con 8 minuti di ritardo, i carrelli del CV-440, si staccano dalla pista 25R.
Il Convair CV-440 ha nella pancia 3.200 litri di carburante sufficienti per un volo di 5 ore e 13 minuti. A bordo vi sono 46 persone. 42 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio. Tra costoro 7 atleti della nazionale italiana di nuoto: 3 ragazze e 4 ragazzi, l’allenatore e un telecronista della Rai.
Il tempo atmosferico: temperatura 4 gradi Celsius, visibilità 700 metri, pioggia battente, vento da sudest a 9 nodi (poco più di 16 chilometri all’ora). Poco più di una brezza. Era stato deciso che in caso di maltempo l’aereo doveva atterrare a Stoccarda. Alle 18.40, dopo 30 minuti di volo a 4.300 metri di altezza, il CV 440 inizia la discesa per raggiungere la pista numero 27. Quella assegnata.
L’anemometro di coda segnala il vento a 6 nodi (11, 11,2 chilometri all’ora). All’aeroporto di Brema è consentito l’atterraggio di quel tipo di aereo con vento fino a 5 nodi (9,26 chilometri all’ora).
Nebbia alla mattina e l’aeroporto era stato chiuso. Poi riaperto nel pomeriggio.
L’areo scende, poi a 10 metri dal suolo si rialza e pochi secondi dopo… (quanti secondi 4,5,6,7?) il CV440 vira a sinistra e finisce la sua corsa in un campo. 400 metri oltre l’estremità della pista.
Pochi secondi… (quanti secondi 4,5,6,7?) e la fusoliera viene avvolta dalle fiamme. Bruciano 2.500 litri di carburante rimasti nei serbatoi. Fiamme furiose e invalicabili. Furono spente dopo 40 minuti di lotta disperata. Rottami e corpi carbonizzati sono sparsi in un ampio terreno paludoso: 42 passeggeri, 4 membri dell’equipaggio.
La pioggia dirada la nebbia salita nuovamente. Nessun superstite. 46 morti in quel pomeriggio di venerdì 28 gennaio 1961. Poco dopo le ore 18.51. La sera è già notte. Notte anche su quei sette giovani italiani e i due accompagnatori.
È una notte italiana come le altre. Fino a un certo punto. Non oltre. Il telegiornale del primo canale della Rai dà la notizia. Non è solo un grave incidente ma una tragedia per lo sport italiano e l’Italia.
Poi i programmi continuano con una commedia di Renato Simoni.
Sul secondo canale invece si trasmette il XVI Festival di Sanremo. Seconda serata. Non si possono essere esitazioni né rinvii. Non un accenno. Adriano Celentano canta Il ragazzo della via Gluck assieme a Cerruti, Santercole e al triestino Lorenzo Pilat. Esordisce Lucio Dalla con Paff… Bum, canzone surreale. Non passano in finale e i sostenitori di Celentano contestano il verdetto fino all’intervento della polizia che li allontana.
C’è un’Italia del Festival di Sanremo. C’è anche un’altra Italia, che ancora attende di essere scoperta.
Quel 1966 è pure l’anno di un’altra canzone scritta da Franco Migliacci e con la musica di Mauro Lusini. L’interpretazione è affidata a un giovane cantante già ben noto al pubblico: Gianni Morandi.
La canzone è C’era un ragazzo come me che amava i Beatles e i Rolling Stones.
Presentata in ottobre al Festival delle Rose di Roma dedicato soprattutto alla musica beat e ai nuovi cantanti. È una canzone pacifista ispirata alla guerra nel Vietnam. Viene censurata dalla Rai perché metteva in cattiva luce il potente alleato. Diventerà un inno universale grazie alla voce di Joan Baez.
Ci sono altre due di tono pacifista. Ad una cambiano in titolo perché era troppo evidente il riferimento agli attentati in Alto Adige. I giovani. I giovani sono lì ma non sono più quelli immaginari dei film di intrattenimento e dei fotoromanzi: estranei ai fatti del mondo, disinteressati a qualsiasi discorso politico.
Qualcuno più ribelle, per dire, guarda più in là, in Inghilterra e negli Stati Uniti. In Italia si vota a 21 anni, i maschi vanno sotto le armi a 20. Per la patente, invece, sono sufficienti i 16 o 18 anni. Una minorenne poteva sposarsi soltanto con il consenso di chi esercitava la patria potestà.
Anni Sessanta. Decennio della gioventù che dimostra di esistere. Un’aurora lunga un decennio che si chiuderà con una lunga notte italiana.
Giovedì 3 febbraio 1966. Piove a Roma.
Piove su nove bare allineate davanti la chiesa dei Santi Apostoli a Roma. Sono coperte con la bandiera del Coni. Sette sono dei giovani atleti della nazionale di nuoto rapiti in una nube di fuoco, a Brema. Bruno Bianchi, Sergio De Gregorio, Chiaffredo Rora, Amedeo Chimisso, Carmen Longo, Luciana Massenzi, Daniela Samuele. Le altre due dell’allenatore Paolo Costoli e del giornalista Nicola Sapio.
In chiesa rappresentanze del governo, dello sport con le loro tute colorate e i labari sociali. Attonito il giovane Giampiero Fossati che doveva essere con loro ma non era salito su quell’aereo per non rinunciare agli esami universitari.
Cerimonia funebre in latino. «Giovani non ancora ventenni, sembrano già un ricordo, figure dai contorni sfumati» scriveranno i giornali. Sì, perché non sono i conosciuti grandi divi del calcio ma silenziosi sportivi animati da pura passione.
La cronaca si sofferma sull’esile, evanescente figura della figlia di Nicola Sapio: accarezza la bara del papà e poi torna al suo posto e «si isola sotto le ali della mamma, come un passerotto impaurito». Il canto dei frati rende sottile il tormento e l’angoscia. «Libera me Domine». Tremila persone accompagnano il corteo funebre fino al Colosseo.
C’è pure Trieste in una di quelle bare. Bruno Bianchi nato a Trieste il 26 settembre 1943. Tesserato del Circolo sportivo Fiat di Torino. Capitano della nazionale di nuoto. Aveva iniziata la sua attività alla Triestina Nuoto con l’allenatore Carboni. Era più di una promessa. Faceva parte di quella generazione di giovani triestini che si stavano affermando nello sport e per farlo ancora meglio erano stati costretti ad andare altrove. Emigrazione di eccellenze. Campione italiano nei 100 e 200 stile libero. Olimpico a Roma e Tokio. Medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo, argento e bronzo alle Universiadi. Universiadi. Sì, perché era pure iscritto alla Facoltà di ingegneria di Torino. Venerdì 4 febbraio torna a Trieste per l’ultima volta, accompagnato dallo zio.
All’ex posto di blocco di San Giovanni di Duino, lo attendono mamma, papà e il fratello. Da lì alla piscina sulle Rive, dove è allestita nell’atrio la camera ardente. È già stato deciso che l’impianto prenderà il suo nome, perché lì iniziò a stendere le prime bracciate. In consiglio comunale viene solennemente ricordato. Da tutti.
Ore 15. Piscina comunale. Giungono autorità, ex compagni di scuola del liceo Oberdan, una delegazione della sua società sportiva, dirigenti del Coni e della Federazione nuoto, ma anche universitari di ingegneria giunti da Torino. Rappresentanze di tutte le scuole cittadine e giornalisti sportivi. Sono presenti le azzurre Annamaria Cecchi, Violetta Passignoli, Luciana Dapretto.
Il corteo si muove verso la chiesa di Sant’Antonio, attraversa una Trieste silenziosa come non accadeva dai funerali dei caduti del 5-6 novembre 1953. Le parole di Aldo Combatti, presidente del Coni di Trieste: «Il suo animo era puro come lo sport che con tanto amore praticava, e per questa sua serena bontà, tutti lo amavano. Ora tutto è finito». Ora tutto è finito. Risuona come inquieta profezia sulla città.
