A QUALCUNO PIACE GIALLO

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E’ il genere oggi preferito dai lettori italiani: il trionfo (annunciato) della Trivialliteratur. Anche Trieste ha svolto il suo piccolo ruolo: prima ancora dei thriller di Veit Heinichen

di Roberto Curci

Ci risiamo. Smaltita da poco la serie dei Gialli di Natale graziosamente elargita ai propri lettori da Repubblica, è partita d’emblée la collana intitolata GialloItalia, proposta invece dal Corriere della Sera, con una serie di thriller firmati da Cristina Rava, specialista del genere benché mai assurta alle vette delle classifiche di vendita, come Carrisi, Carofiglio, De Giovanni, Manzini, Malvaldi. Suo protagonista fisso Bartolomeo Rebaudengo, il solito, ineluttabile commissario, ennesimo clone del Montalbano di Camilleri.

Inchiniamoci dunque, o rassegniamoci. è questo – chiamiamolo giallo, thriller, noir, mystery, poliziesco – ciò che oggi gli italiani soprattutto leggono (i non molti che leggono, beninteso): una forma di rassicurazione, di fuga dal mondo più che ansiogeno in cui ci ritroviamo? Certo non tranquillizza lo slogan escogitato dal “Corrierone” per reclamizzare a tutta pagina le previste quaranta uscite della serie: “Passerai la notte in giallo…”.

Una cosa è sicura. Si celebra di questi tempi il trionfo della Trivialliteratur, quella cui dedicò parecchi dei suoi studi Giuseppe Petronio, lungamente titolare della cattedra di Letteratura italiana all’Università di Trieste: studi controcorrente, all’epoca, eppure – col senno di poi – singolarmente antesignani o profetici. Triviallitteratur, cioè «opere letterarie prive di originalità intellettuale e artistica, o di valore morale, destinate a un largo pubblico di scarse esigenze e a un rapido consumo». Treccani dixit. Come dire narrativa di serie B o C, per bocche molto buone.

E tuttavia. Mica è detto che, gialli o neri che siano, tutti i prodotti editoriali del genere siano validi soltanto per capacità di intreccio e brillantezza o scaltrezza di scrittura artigianale. Pare perfino inutile dirlo. Ma è possibile che una critica superciliosa (ammesso che ancora esista) deplori e condanni in toto un genere che, comunque, induce a leggere anche chi a leggere non è abituato. Per restare in Italia, e andando un tantino a ritroso, è innegabile che i due cosiddetti gialli di Fruttero e Lucentini, La donna della domenica (1972) e A che punto è la notte (1979), non siano soltanto abilissime elaborazioni di un plot sorprendente e avvincente, ma altresì opere letterarie di degnissimo rango.

Né va affatto scordato, pur senza innalzarlo alla gloria degli altari della letteratura, lo stile impeccabile (assieme alle trame perfette) del Giorgio Scerbanenco giallista: tardiva scoperta da parte di un vasto pubblico, che nello scrittore ucraino vedeva soltanto l’abile confezionatore di vicende rosa per riviste femminili, alla Peverelli o alla Gasperini. Fa piacere che proprio ai polizieschi di Scerbanenco si stia dedicando – traducendoli in quelli che oggi vanno definiti graphic novels, cioè visualizzandoli – un fumettista egregio quale Paolo Bacilieri. Dopo Venere privata è uscito da poco Traditori di tutti (per i tipi di Oblomov), e ci si augura che il progetto di Bacilieri si allarghi anche a quell’Appuntamento a Trieste memorabile non soltanto per basse ragioni campanilistiche.

Del resto, non rientravano affatto nei canoni restrittivi della Trivialliteratur coloro che, a ragione, sono considerati gli augusti “pionieri” del racconto o del romanzo cosiddetto giallo: Edgar Allan Poe, Arthur Conan Doyle e colui che perfino Agatha Christie (la scrittrice, si sostiene, oggi più letta in assoluto nel mondo) riteneva il vero “padre” del genere, l’inglese Wilkie William Collins (1824-1889). Per lui, maestro degli intrighi più avviluppati, garantisce perfino (?) Alessandro Baricco («è impossibile smettere di leggere Wilkie Collins»). Ma certamente più di lui garantisce oltre un secolo di traduzioni e ristampe de La donna in bianco e de La pietra di Luna, i titoli più celebri, nonché di loro trasposizioni cinematografiche e televisive: sul primo una dozzina di film addirittura nel solo periodo del cinema muto.

(Curioso poi, sia detto per inciso e tra parentesi, che questi precursori del mystery siano stati pure – incluso Charles Dickens, sorta di “gemello” di Collins, suo grande amico e collaboratore – scrittori affascinati dal fantastico, dal soprannaturale e in particolare dalle storie di fantasmi, le ghost stories tipicamente made in Britain).

Tornando dalle nostre parti, anzi finendo per giocare in casa, val la pena di rammentare che il già citato prof. Petronio si prodigò anche per far entrare Trieste nel “giro” culturale del romanzo giallo: organizzando nel 1997 un convegno sul giallo in Italia e sul giallo in Germania messi a confronto, ed “esportandone” poi i risultati al prestigioso MystFest di Cattolica. In effetti, dagli studi e dalle relazioni risalenti all’epoca risultò, quasi a sorpresa, che anche Trieste si era ritagliata un angolino in una tematica allora poco frequentata, se non dagli appassionati del genere: c’erano insomma dei giallisti locali, mentre in ambito cinematografico la città era stata inserita in contesti narrativi legati, se non propriamente al mystery, alle spy-stories e agli intrighi internazionali. Trieste dunque c’entra nel romanzo poliziesco Il mistero della signora scomparsa dell’inglese Ethel Lina White, che nel 1938 ispirò l’omonimo, fortunato film di Hitchcock, e pure in due dei romanzi di Ian Fleming imperniati sulla figura di James Bond: Dalla Russia con amore e L’uomo dalla pistola d’oro.

Inoltre: triestina è Giuliana Iaschi, fedelissima autrice di gialli (L’uomo nell’ombra, Partita doppia, Le ciliegie sono mature) a partire dall’Assassinio di via Malcanton (1996), quasi una citazione-omaggio di quell’Assassinio di via Belpoggio firmato Ettore Samigli (alias Italo Svevo) apparso a puntate sul giornale L’Indipendente nel 1890. Triestina era Franca Clama, giallista una tantum con La valle delle croci spezzate, pubblicato nella collana dei Gialli Mondadori e vincitore dell’edizione 1983 del Premio Tedeschi.

Monfalconese era Sergio Miniussi, autore di un solo romanzo, pubblicato da Rizzoli nel 1968 come primo titolo di una collana dedicata ai nuovi giallisti italiani. Ambientato a Trieste, il suo I peccati del corvo era opera di eccellente caratura, immersa in un’atmosfera simenoniana, ma con un impianto giallistico dei più classici: una città decadente, scene dimesse, gente qualunque e senza qualità, anzi con molti, piccoli, sordidi segreti e tanti vizi accuratamente celati dietro i quattro muri domestici. Un romanzo che varrebbe una riedizione.

Infine. Il più famoso giallista triestino rimane tuttavia – sorpresa, sorpresa – Lillian O’Donnell, popolare e prolificissima autrice statunitense,  ripetutamente tradotta e pubblicata in Italia (Omicidio sotto il sole, Stella cadente, Buio sulla metropoli, Una buona notte per uccidere, ecc.). Vero nome Lillian Udvarty, figlia di un ungherese e di una triestina, nata appunto a Trieste e qui vissuta fino ai sette anni, poi trasferitasi negli States e sposata con un irlandese, Leonard O’Donnell.

Veit Heinichen

Pare sia stata lei la prima giallista a inserire nelle sue storie un ufficiale di polizia come investigatore al posto di un detective privato. Sarebbe dunque lei la colpevole dell’alluvione di nostrani commissari che indagano da Vigata a Milano, da Genova a Trieste… Eh già, Trieste: stavamo per dimenticarci – imperdonabile gaffe! – di Veit Heinichen e del suo Proteo Laurenti (già vicequestore, peraltro).

Chapeau dunque all’immaginifico inventore e al suo nuovo, recentissimo romanzo, A maglie strette (Edizioni e/o), come sempre abilmente inquietante e stavolta legato a doppio filo all’attualità. Compreso un certo mega-yacht ormai entrato stabilmente nel panorama cittadino…

La Sailing Yacht A, dal 2022 sotto sequestro in rada nel Golfo di Trieste