EBANISTA DELLA PAROLA
Il Ponte rosso n. 123 - febbraio 2026 | In Memoria 3 | Walter Chiereghin
Intervista al poeta triestino Miloslav Košuta nella sua casa di Contovello
(da Trieste ArteCultura n. 170, aprile 2012)
di Walter Chiereghin
Sul far della sera imbocco la stradina davanti alla sua casetta di Contovello, proprio mentre esce dal cancello per vedere se stessi arrivando. Dentro, la signora mi accoglie con la gentilezza che già le ho conosciuto al telefono. Una casa non grande, nessuna vista mozzafiato sul golfo: il piccolo edificio è addossato a una parete verticale di roccia, che nel soggiorno costituisce la scenografia più spettacolare, conferendo alla casa un’immagine di solidità e di attaccamento a questa nostra terra di calcare. Chiedo un po’d’acqua, ma vien fuori subito anche una bottiglia di una memorabile grappa «Domače» specificano, anche se non sarebbe necessario, «la fanno dei ragazzi, qui, i nostri vicini…». Ho subito l’impressione di essere in famiglia, anche se è la prima volta che metto piede lì dentro. Sarà per l’accoglienza al limite dell’affettuoso, sarà per aver già visto la casa nel documentario di Tatjana: so, ad esempio, che nella vecchia credenza, durante un recente restauro, è stata scoperta sul fondo la scritta W LENIN incisa dal padre di Miroslav, Angelo, falegname, anzi “maestro ebanista” al Cantiere di Monfalcone, quando ancora le navi venivano costruite con la cura di ogni dettaglio e nel cantiere si sviluppavano professionalità oggi impensabili. Così, senza che quasi nemmeno io me ne accorga, inizia l’intervista,
Provincia di Trieste, Sala del Consiglio provinciale, 21 marzo 2012
Mio padre era considerato – ed effettivamente era – un agitatore, che venne difatti inviato al confino durante la guerra. Ma allora com’è che lo tenevano? Per quale ragione non veniva licenziato, come allora sicuramente sarebbe stato facile? Evidentemente in cantiere c’era bisogno di lui, della sua abilità di ebanista e doveva essere, oggettivamente, uno che ci sapeva fare, con in più la passione e l’orgoglio di presentare un lavoro ogni volta perfetto. Anch’io sembravo destinato a fare il falegname, mi sarebbe anzi piaciuto. Penso che non ha importanza quello che uno fa, l’importante è farlo bene, al meglio delle proprie capacità, sia che si uniscano tra loro due pezzi di legno, sia che si assemblino parole allineandole in un testo che poi sarà una poesia…
Della poesia, magari, ne parliamo più tardi. Vorrei sottolineare ora che lei è anche traduttore, oltre che autore di testi teatrali, di versi e prose per l’infanzia e l’adolescenza, che è stato anche fecondissimo autore di testi per canzonette. Un paroliere, come si dice in italiano…
Beh, i testi delle canzoni li ho scritti in un periodo abbastanza ristretto, tre anni appena, dal ’66 al ’69, con una ripresa successiva, soltanto due canzoni, nel ’72. Il fatto è che poi quelle canzoni, inopinatamente, ebbero quasi tutte un notevole successo. Lavoravo allora a Radio Lubiana, facevo parte della redazione per i giovani, dove avevo iniziato con lo scrivere radiodrammi. Fui poi richiesto dalla redazione culturale e in quel periodo c’era la Slovenska Popevka, una specie di Festival di Sanremo sloveno, dove si era evidenziata la necessità di un profondo rinnovamento nella musica leggera nazionale, cui io ho concorso con i miei testi.
Quanto intendevo dire parlando dell’eterogeneità dei generi in cui si è esercitata la sua scrittura è che essa sembra denunciare un rapporto quasi ossessivo con la parola. Da dove nasce in lei questa così prepotente esigenza di comunicare?
Nell’anno XIV dell’Era fascista, quando sono nato, la mia gente doveva nascondere i libri scritti in sloveno: era, la nostra, una lingua proibita. Il ragionamento implicito nel nostro resistere era che dovevamo difendere la nostra lingua. E la dovevamo difendere perché essa è un bene preziosissimo, il bene massimo, perché si può crescere benissimo anche esprimendosi in un’altra lingua, ma in quel caso non si riesce a realizzare appieno la propria umanità. Quest’attenzione spasmodica alla lingua, anche al dialetto che si parlava nella mia Santa Croce di allora, discende, paradossalmente, proprio dalla proibizione di essa che ci veniva imposta dal regime. Io ho sentito come un dovere quello di parlarla, di conoscerla a fondo, possibilmente di concorrere a migliorarla.
Questo suo interesse per la lingua ha avuto origine nella sua prima infanzia, in seno quindi alla sua famiglia?
Essenzialmente ha avuto origine da mia madre, che proveniva da una famiglia di credenti e di nazionalisti. Il nonno, suo padre, era difatti un nazionalista sloveno. Mio padre invece era uno dei comunisti “della prima ora”: due personalità apparentemente inconciliabili, ma che invece costituirono la più solida delle basi per la mia formazione. La mamma, in particolare, era una biblioteca vivente, com’era riconosciuto anche dai compaesani per la sua incredibile memoria. Ricordo nelle lunghe serate, nelle beata assenza di un televisore fortunatamente ancora di là da venire, le sue recitazioni del fior fiore della letteratura slovena: declamava per me quanto poi avrei imparato, più ordinatamente, a scuola.
Lei è figlio della generazione immediatamente successiva a quella di Boris Pahor, che non ha dovuto subire, se non di striscio, le persecuzioni antislovene del regime fascista. Negli anni della sua formazione si viveva – tra Trieste e Lubiana – in un clima di rinascita a livello culturale e anche esistenziale, individuale?
Sa, è stato un periodo difficile, l’immediato dopoguerra, mio padre ancora lontano da casa, poi senza lavoro. Mancava tutto, c’era il freddo, la fame, non avevamo di che vestirci, però la libertà, la libertà che si respirava, il senso di essere usciti dalla lunga nottata e la fiducia in un avvenire (che assai poco si è poi avverato), la speranza nel futuro, tutto questo ha costituito un lungo momento di sollievo, di grande speranza, entro il quale ho vissuto la mia adolescenza.
Lei ha potuto frequentare scuole con lingua d’insegnamento slovena, a parte il primo anno alle elementari.
Sì, avevo poi scelto, dopo le medie, di frequentare il liceo scientifico, come aveva fatto anche Kosovel. Non era nel raggio delle mie aspirazioni quello di poter frequentare l’università: io avrei dovuto fare il falegname, però sarei stato un falegname con un certo livello d’istruzione. A questo mio padre teneva molto, che cioè suo figlio fosse il primo di tutta la famiglia Košuta a studiare.
Invece poi, grazie a lui che aveva aderito alla lotta di liberazione jugoslava arruolandosi direttamente dal confino in Lucania nelle Brigate slovene d’oltremare che venivano formate in Puglia, ero riuscito ad ottenere una borsa di studio che mi consentì di frequentare addirittura l’Università di Lubiana e di laurearmi.
A quale facoltà si era iscritto?
Sloveno e Inglese. Ma più tardi cambiai. Fu dopo un episodio alquanto drammatico: mi ero seriamente ammalato, al punto che si risolsero a mandarmi a Trieste perché potessi “morire in casa”. Era il Natale del 1955. Come vede, mi ripresi e l’anno successivo ero di nuovo all’Università di Lubiana, dove cambiai corso di studi e m’iscrissi a Letterature comparate e Teoria letteraria.
È arrivato il momento di parlare di poesia. Ne scriveva già, in quegli anni?
Diciamo che avevo fatto i primi tentativi. Il problema era che non sapevo con precisione come muovermi, nemmeno quale lingua usare, se il mio dialetto di Santa Croce o la lingua vera e propria. C’era il fatto che la lingua che avevo appreso dalle recitazioni di mia madre era una lingua letteraria, quella ad esempio di Simon Gregorčič, sorpassata più o meno da un secolo. Sarebbe come se lei adoperasse la lingua di Carducci… E poi c’era la contaminazione culturale più sottile. Le prime poesie che mandai alla rivista Mlada pota fecero dire al mentore Mitja Mejak, allora stimatissimo critico, che sembravano scritte in italiano, benché con parole slovene. Perché lo schema, il ritmo, il pensiero che sottostava a quelle parole erano frutto della mia cultura in un’altra lingua. Quando lo capii davvero, tutto iniziò ad andare meglio.
Nel paesaggio che lei dipinge nelle sue liriche è impossibile per un triestino non riconoscersi in quello che è il legame di ciascuno di noi con questa terra, con questo mare, con questa città. Tuttavia lei non fa del vedutismo: la sua descrizione di Trieste è tesa a riconoscervi gli elementi di decadenza non soltanto economica, ma anche di spossatezza, di incapacità di collocarsi utilmente nel mondo.
In effetti è come dice lei. Sono ovviamente molto legato a questa nostra terra, alla nostra città, anche, della quale ho però percepito purtroppo anche il sottile senso di decadenza, che era già vivo negli anni dell’immediato dopoguerra, quando i piroscafi partivano da qui per portare tanti triestini dove avevano al possibilità di trovare un lavoro, in Australia, in America… Ciò accentuava la sensazione di decadenza, e che a tale decadenza reale, economica, corrispondesse anche un’incapacità di trovare una propria collocazione nel mondo, una ragion d’essere che derivasse direttamente da quello che è un afflato di vitalità che pure è presente in noi che l’abitiamo.
In sede critica si è osservato – secondo me opportunamente – che tale suo atteggiamento nei confronti della città fosse in effetti anche frutto di una riflessione introspettiva: anche la persona è coinvolta in questo processo di disgregazione, benché anch’essa sia ispirata da un vitalismo insopprimibile, da un irragionevole amore per la vita.
È decisamente così. La riflessione, il ragionamento su quanto osservo intorno a me mi inducono a considerare con amarezza la realtà, il che è in contrasto con un entusiasmo di fondo per la vita che pure continua a permanere, anche sotto i colpi più feroci che la sorte ci riserva. Io credo di aver tratto molta parte di questo entusiasmo dalla famiglia: mio padre, mia madre i due miei fratelli (la sorellina nacque molto dopo di me, per la caparbia volontà di papà di ricercare una femmina, e siamo stati poco assieme, in casa) mi hanno sempre dato il senso di un grande calore, di uno spazio in cui ci si poteva fidare uno dell’altro, in un senso di condivisione profonda. Ho poi avuto la fortuna, soprattutto per merito di mia moglie, di riprodurre nella mia famiglia lo stesso senso di unitarietà che c’era in quella da cui provenivo. Abbiamo avuto due figli, uno purtroppo ci è stato tolto, ma assieme abbiamo saputo riprodurre – soprattutto per merito suo, ripeto – una sostanziale unità che è la componente che più ci mette in grado di affrontare i colpi della vita. Credo che anche questo si possa percepire in quanto ho scritto.
La sua poesia non è però solo un fatto intimistico: lei è una personalità che sta nel mondo, che ama e osserva gli uomini intorno a sé, i pescatori di Santa Croce, il lavoro dei pàstini, quello del falegname. E, naturalmente, la condizione di appartenenti a una minoranza etnica e linguistica, osservata a volte con acuta autoironia…
Non trovo ci sia contraddizione tra l’osservare quanto si muove attorno a noi e quanto invece avviene dentro di noi, le emozioni individuali e i grandi percorsi collettivi. Sono vissuto, anche dal punto di vista artistico, in un periodo che oscillava tra l’impegno militante dell’intellettuale e invece il recupero di una liricità legata all’interiorità, alla rappresentazione di sentimenti ed emozioni. Tra Pasolini e Saba, se preferisce. Ungaretti è stato un grande maestro, per me, e devo molto anche a Neruda, alla poesia spagnola. Declinando il tutto nella tradizione slovena, ho sempre cercato, naturalmente, una mia via personale, il che però non mi ha impedito di scoprire con meravigliata attenzione quanto altre grandi personalità hanno inteso indicare a tutti noi, non soltanto a quelli che hanno l’ambizione di fare poesia.
L’impegno politico, l’adesione a un progetto solidaristico è stata anche una forte componente della mia vita, un complemento a quanto artisticamente ho cercato di produrre, anche se ora sempre più spesso vado a votare con poca convinzione. Sempre per partiti della sinistra, s’intende, ma con crescente sfiducia…
La storia è stata con lei meno matrigna di quanto fu nei confronti della generazione che immediatamente ha preceduto la sua. Mi pare che oggi si possa guardare con qualche speranza in più a quello che sarà, pur nella divisione tra le due comunità principali di questa città, il futuro delle generazioni che si affacciano adesso alla vita, in una città non più avvilita da un confine di stato alla sua periferia. Non pensa sia così?
Sì, fortunatamente! Lo penso anch’io. Vedo i giovani che se ne infischiano delle differenze linguistiche, che sono in grado di stabilire tra loro relazioni da un capo all’altro del pianeta, approfittando delle opportunità che anche la tecnologia mette loro a disposizione, viaggiando, scambiandosi esperienze. Anche quanto osserva lei, questa famosa linea di confine che sembra non esserci nei comportamenti quotidiani prima o poi finirà anche per aver ragione dei confini di dentro, quelli che individualmente ci creiamo a separarci dall’altro. Il processo di integrazione europea è una grande speranza che va in questo senso e non posso non rilevarlo con favore e con partecipazione. Dove invece la mia fiducia nel futuro vacilla, per questi giovani, è sul piano sociale, dell’equità nella distribuzione della ricchezza. In quest’ambito vedo segnali inquietanti che si profilano all’orizzonte delle loro vite. Se l’Europa non riuscirà a fornire risposte anche su questo piano, accogliendo i ragazzi nel mondo del lavoro, fornendo ad essi opportunità ed equità sociale, temo che fallirà il suo compito.
