IL TRUMP KENNEDY CENTER

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L’esercizio del potere ai danni di una delle più importanti istituzioni culturali degli Stati Uniti

Meglio chiudere per due anni il Centro, che rendere noti i fallimentari esiti della nuova gestione privatistica del bene culturale

di Luigi Cataldi

Interno del Centro

Il Kennedy Center di Washington, una delle più importanti istituzioni culturali degli USA, chiuderà per due anni dal prossimo quattro luglio, 250o anniversario della fondazione degli Stati Uniti, per lavori di ristrutturazione. «Ho deciso di sospendere le attività d’intrattenimento per un periodo di circa due anni. È il modo migliore per portare il Trump Kennedy Center [così lo ha lui stesso ribattezzato] ai massimi livelli di successo, bellezza e grandezza», ha scritto Donald Trump sul suo social network Truth il due gennaio scorso. La ragione addotta è la ristrutturazione (che lo dovrebbe rendere più somigliante alla residenza trumpiana di Mar-a-Lago), ma la decisione viene dopo le disdette di molti artisti, il drastico calo dei biglietti venduti (del 40% per l’opera lirica), le rinunce di molti sponsor, che hanno fatto seguito all’occupazione del centro da parte di Trump. Un osservatore malizioso potrebbe rilevare che due anni di chiusura sarebbero funzionali a che non si parli della gestione fallimentare dell’importante istituzione durante la campagna elettorale per le elezioni di metà mandato al Congresso degli Stati Uniti. Così dopo averlo colonizzato imponendo i suoi uomini, di fronte alla marea montante delle proteste, Trump lo chiude: meglio niente che la libera espressione del pensiero. Negli USA così si sta scrivendo un capitolo importante del rapporto fra cultura e regime: una vicenda che dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore la libertà di espressione e la convivenza civile.

Il Centro

Certo, parlare di questo mentre a Minneapolis le squadracce dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) uccidono cittadini inermi che protestano contro la deportazione di altri cittadini inermi, può apparire (per la sproporzione fra le due cose) velleitario, ma è utile farlo. Perché la politica culturale di uno stato totalitario (o che ha imboccato la via del totalitarismo come mi pare capiti agli USA) è parte importante della politica più generale ed è frutto della medesima concezione autoritaria dello stato. Perché induce al silenzio le persone libere. Perché mina la convivenza civile fondata sul dialogo delle idee e si adopera per la creazione di una massa acritica e asservita. Insomma vale la pena di ripercorrere la storia di ciò che è avvenuto nel presente mandato di Trump e di spiegare, per chi non lo sapesse, cos’è – o cos’è stato – il John F. Kennedy Center for the Performing Arts.

Fu inaugurato nel 1971 in un grande edificio in riva al fiume Potomac, opera di Edward Durell, che ospita una sala da concerto, sede della National Symphony Orchestra, un Teatro d’Opera, sede della Washington National Opera e nel quale si svolgono i Kennedy Center Honors (premi annuali per chi si è distinto nel campo della cultura e dell’arte), il Teatro Eisenhower (sala da oltre mille posti prevalentemente impiegata per commedie, musical e danza) e diverse sale per eventi particolari (il KC Jazz Club, il Conservatory Project, che assegna un premio per i migliori artisti giovani, il Millennium Stage, che offre spettacoli gratuiti per promuovere la cultura e le arti, il Teatro delle famiglie, per l’educazione artistica di adulti e bambini). Vi è poi il pubblico memoriale in onore del presidente John Fitzgerald Kennedy, ma tutta l’attività del centro è concepita come una sorta di memoriale vivente.

Particolare del Centro

Per statuto il centro è retto da un partenariato pubblico-privato, in base al quale i finanziamenti possono venire sia dai privati (oltre alla vendita dei biglietti, l’affitto delle sale, le donazioni) che dallo Stato. Il Presidente degli Stati Uniti nomina il consiglio d’amministrazione e le cariche più importanti. Ciò mette il centro sotto il controllo politico dello stato federale. In generale però, essendo le cariche dirigenziali a lungo termine, col tempo si è creato un equilibrio fra membri nominati da presidenti democratici e repubblicani.

Un primo contenzioso si ebbe quando Biden rimosse alcuni membri nominati nella precedente presidenza Trump. Ne seguirono contese giudiziarie, che sancirono la legittimità della rimozione, ma che ora costituiscono un precedente a favore della politica di occupazione del centro attuata da Trump nel presente mandato. Nel febbraio 2025 infatti egli ha licenziato Deborah Rutter, da oltre un decennio presidente esecutivo del centro, e i 18 membri dell’amministrazione nominati da Biden e li ha sostituiti con uomini a lui fedelissimi. Nessuno di loro ha mai manifestato interessi di carattere artistico. Lo scopo evidente è quello di umiliare l’istituzione e coloro che in precedenza l’hanno gestita. Il posto di presidente esecutivo è andato a Richard Grenell (nel curriculum diverse cariche ricevute da George W. Bush e da Trump; si dice persino che sia stato lui a negoziare gli accordi del dopo Maduro con Jorge Rodriguez, fratello di Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela). Sebbene non abbia alcuna nozione di musica, lo si può vedere in un video dirigere l’inno nazionale alla testa della National Simphony Orchestra (https://www.thedailybeast.com/maga-loyalist-richard-grenell-with-no-experience-conducts-orchestra-at-donald-trumps-kennedy-center/). Trump si è anche autoproclamato presidente del consiglio di amministrazione, di cui sono entrati a far parte Susie Wiles (capo staff della Casa Bianca), Laura Ingraham (opinionista trumpiana di Fox News), Paolo Zampolli (imprenditore amico del presidente), David Scavino (ex direttore dei social media di Trump) e Usha Vance, moglie del vicepresidente.

Le nomine sono state accompagnate da dichiarazioni minacciose. Il centro, secondo Trump, era diventato luogo di propaganda woke e antiamericana. Lui avrebbe «rimesso le cose a posto» e avrebbe assicurato una politica culturale (si fa per dire) «più patriottica».

Per protesta la celebre soprano Reneé Fleming, la produttrice e sceneggiatrice televisiva Shonda Rhimes (celebre per Grey’s Anatomy), il cantautore Ben Folds, si sono dimessi dalle loro cariche e molti artisti come il pianista Andràs Schiff e il violinista Christian Tetzlaff hanno annullato tutti gli impegni negli USA. Inoltre, poco dopo le nomine, J.D. Vance e la consorte sono stati accolti da una bordata di fischi al loro ingresso ad un concerto della NSO.

Concert Hall (2.454 posti)

La più grande delle provocazioni risale al 18 dicembre scorso, quando per decisione unanime del consiglio di amministrazione (espressione, come s’è detto, del presidente), il centro ha cambiato nome e ha assunto quello di “The Donald J. Trump and The John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts”. Non è facile dire se in ciò prevalga il culto della personalità o la volontà di umiliare la libera cultura.

La decisione ha però determinato altre clamorose proteste ed altri abbandoni. Il jazzista Chuck Redd si è rifiutato di esibirsi per il concerto di Natale (una consuetudine del musicista fin dal 2006). Grenell, per intimidire chi volesse imitarlo, gli ha chiesto un milione di dollari di risarcimento. Nonostante ciò gli abbandoni sono aumentati. In gennaio la Washington National Opera, uno degli enti lirici più importanti degli Stati Uniti, ha abbandonato la sua sede al Kennedy Center, dove si trovava fin dalla fondazione ben 55 anni fa, per ritornare ad essere un’istituzione completamente indipendente, cosa che, evidentemente, non poteva essere più assicurata nella sede storica.

Il culmine è stato raggiunto con Philip Glass, il padre della musica minimalista. La sua Sinfonia n. 15 “Lincoln”, commissionata dallo stesso Kennedy Center, avrebbe dovuto essere eseguita in prima mondiale nel giugno prossimo, ma il compositore ha ritirato la sua opera con queste parole: «Dopo attenta riflessione, ho deciso di ritirare la mia Sinfonia n. 15 “Lincoln”. […] I valori attuali del Kennedy Center sono in diretto conflitto con il messaggio della sinfonia. Pertanto, ritengo mio dovere ritirare la prima esecuzione di questa sinfonia dal Kennedy Center sotto la sua attuale direzione».

Eisenhower Theatre (1.161 posti)

Le disdette degli artisti, il drastico calo dei biglietti venduti (del 40% per l’opera), la rinuncia degli sponsor sembrano addirittura ingigantire l’arroganza di Trump e Grenell, il cui scopo, non è né di tipo culturale, né artistico, ma politico, cioè imporre un controllo assoluto sull’attività del centro, che in effetti oggi è divenuto una semplice emanazione dei gusti (ma forse è meglio dire dei capricci) di Trump. Lo hanno dimostrato gli Honors, i premi annuali, del 2025. Sono andati a Sylvester Stallone, al cantante country George Strait, alla stella della disco music Gloria Gaynor e al gruppo dei Kiss, tutti sostenitori del presidente. Sono stati consegnati nello studio ovale della Casa bianca e non al KC (dove si è svolto solo il gala di festeggiamento); sono stati decisi dallo stesso Trump. Julia Jacobs ha scritto sul New York times del 7/12/25 (https://www.nytimes.com/2025/12/07/us/politics/trump-kennedy-center-honors.html) che ciò «ha messo in mostra in modo plastico l’occupazione culturale di Washington e delle sue istituzioni da parte dell’amministrazione Trump».

Sconcertante è che di fronte all’abbandono di artisti di prima grandezza il Trump-Kennedy Center (qui è proprio il caso di chiamarlo così) ospiti in pompa magna il documentario Melania, agiografia della moglie del presidente (la regia, sia detto per inciso, è di Brett Ratner che nel 2017 aveva avuto sei accuse di molestie sessuali nello scandalo #MeToo). L’evento si è svolto il 30 gennaio scorso ed è stato riservato alla stampa amica, mentre è stato impedito l’ingresso ai giornalisti non graditi (del New York Times e del Washington Post fra gli altri). È evidente l’intenzione di umiliare chi è percepito come oppositore e di esaltare chi appartiene al clan del capo, a prescindere da qualsiasi questione di merito.

Infine è giunta la decisione di chiudere il centro per due anni. Così ci è andato di mezzo anche chi ha cercato di star fuori dalla mischia. L’altra grande istituzione, la National Symphony Orchestra (tre concerti alla settimana, circa 150 ogni anno da programmare con lungo anticipo), aveva confermato tutti i propri impegni ben oltre il 2026. Il direttore, l’italiano Gianandrea Noseda, intervistato dal New York Times (https://www.nytimes.com/2026/01/27/arts/music/kennedy-center-national-symphony-orchestra-gianandrea-noseda.html?unlocked_article_code=1.H1A.7TZH.MJ6XA_BewU8X&smid=nytcore-ios-share), ha detto di non aver ricevuto pressioni dall’amministrazione federale e ha aggiunto: «non posso accontentare tutti: ci sarà sempre chi dirà che sei dalla parte dell’amministrazione e chi dirà che sei uno spirito libero. Io mi sento uno spirito libero». Ora la chiusura anticipata impone anche a lui e alla sua orchestra di cambiar sede… e di dimostrare quanto libero sia il suo spirito.

Il Trump-Kennedy Center dopo la ristrutturazione risorgerà ad immagine di Trump, ma, a ben guardare, a sua immagine è già: aperto a parenti, amici e sostenitori, interdetto a chi manifesta liberamente il proprio pensiero, infine chiuso del tutto: l’immagine della cultura nell’era Trump.