L’ACCADEMIA BIZANTINA AL TEATRO VERDI

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La lettura dell’intero programma del concerto è stata rigorosa, senza ostentazione di virtuosismo

di Luigi Cataldi

Accademia Bizantina

Per la Novantaquattresima stagione della Società dei Concerti lo scorso due febbraio il pubblico che ha riempito il Teatro Verdi di Trieste ha potuto ascoltare un bel concerto dell’Accademia Bizantina.

Di stanza a Ravenna (più precisamente a Bagnacavallo), l’Accademia Bizantina è una delle orchestre più importanti fra quelle dedite alla musica antica. È stata fondata nel 1984 e dal 1996 è diretta da Ottavio Dantone, clavicembalista raffinato e direttore. Nella lunga esperienza insieme, utilizzando strumenti d’epoca o ricostruiti fedelmente e seguendo una prassi esecutiva filologicamente rigorosa, il gruppo ha contribuito in modo sostanziale alla conoscenza delle opere antiche. Per esempio con la prima esecuzione moderna del Giulio Sabino di Giovanni Sarti del 1781 e con una serie di pregevoli esecuzioni, fra cui il Giustino e il Cimento dell’armonia e dell’invenzione di Vivaldi, il Serse e il Rinaldo di Händel, i Concerti grossi di Corelli e l’Arte della fuga di Bach. I premi, prestigiosissimi, non si contano. Basterà citare solo il Premio Abbiati per la critica, diversi Diapason D’Or per i loro dischi e il secondo posto al Grammophone Classical Music Award del 2021. A Trieste l’orchestra si è esibita in formazione piena (tre violini I, tre violini II, 2 viole, 2 violoncelli e violone) e con tre solisti: lo stesso Dantone (cembalo), Alessandro Tampieri (violino e viola) Marcello Gatti (flauto).

Il concerto triestino è una delle tappe del tour che fa conoscere, in Italia e fuori, il programma dell’ultimo CD inciso da quest’orchestra, intitolato Baroque Anatomy #5 – The Eye. Si tratta del primo di una serie di sei CD (gli altri cinque dovrebbero uscire entro il 2028) dedicati ai Concerti brandenburghesi di Johann Sebastian Bach. Ciascuno dei concerti, a cui viene riservato un intero disco, è accompagnato da altre musiche che con esso hanno relazioni di vario tipo. In questo caso si parte da Bach padre col Quinto Brandenburghese BWV 1050 e si ritorna alla fine a lui col Triplo Concerto per flauto violino e cembalo BWV 1044, ma il programma comprende anche il Concerto per flauto e violino in mi minore, TWV 52:e3 di Georg Philipp Telemann e il Quartetto in la minore per flauto viola e tastiera Wq 93 di Bach figlio, Carl Philipp Emanuel. Oltre alla relazione biografico familiare (Telemann, collega ed amico di Johann Sebastian, fu padrino al battesimo di Carl Philipp Emanuel), attraverso le diverse forme musicali coinvolte (concerto grosso e solistico, trio da camera) il concerto fornisce un’idea del cambiamento del gusto che si ebbe nel corso del XVIII secolo, dal rigore contrappuntistico di Bach padre ad una sensibilità già preromantica del figlio. Naturalmente il legame più stretto riguarda l’organico, che prevede l’orchestra e i medesimi strumenti solisti. Per quanto riguarda l’occhio, che campeggia in verde nel CD e che è citato nel titolo del concerto, sebbene Dantone lo indichi come organo centrale dell’epoca barocca (verissimo, ma ciò vale per tutta l’epoca e di certo per tutti i brandenburghesi) a me pare sia un espediente per giustificare l’anatomico titolo e per rendere accattivante il disco ad un pubblico internazionale.

Ottavio Dantone

La lettura che l’Accademia Bizantina dà dell’intero programma è rigorosa, senza ostentazione di virtuosismo (neppure dove le pagine eseguite lo permetterebbero, come nell’assolo di cembalo al termine del primo tempo del Quinto brandenburghese, o in quella sorta di moto perpetuo del violino costituito dal Presto della composizione di Telemann). Un atteggiamento diverso da quello che caratterizza, per esempio, alcune esibizioni dei Barocchisti di Diego Fasolis (si può pensare alle Stagioni vivaldiane, caratterizzate da un vorticoso stacco dei tempi e da esibita passionalità). D’altro canto il rigore filologico non soffoca mai l’espressività (come a tratti mi è apparso sia accaduto nella recente esecuzione del medesimo Quinto brandenburghese eseguito dal Pomo d’oro sempre per la corrente stagione della Società dei Concerti). Lo stacco dei tempi non è mai eccessivamente veloce, l’ornamentazione mai appariscente, il contrasto fra volumi sonori è netto, ma mai spropositato. Ciò permette di ascoltare in modo nitido, in particolare nelle due composizioni di Bach padre, l’intreccio delle voci e di apprezzare il dialogo fra i tre solisti, ottenuto grazie a un perfetto affiatamento fra gli esecutori.

Rimaneggiato durante il periodo in cui fu Director Musices a Lipsia (dal 1723 alla morte), il concerto BWV 1044 è esempio eloquente di auto-imprestito. Dal Preludio e fuga in la minore BWV 894 (che risale all’epoca di Köthen, probabilmente fra il 1715 -1725), vengono il primo e il terzo movimento, mentre il secondo tempo viene dalla Triosonata in fa maggiore BWV 527 per organo (probabilmente del 1735, sicché non è facile dire se il concerto la preceda o la segua). Come accade per il BWV 1050 nei due tempi estremi pur nel continuo dialogo fra i tre solisti (e non contrapposizione), tende a prevalere il clavicembalo, con l’orchestra che resta sullo sfondo e che tace addirittura nel tempo centrale, quando la composizione si riduce a sonata in trio senza basso continuo, come capita anche nell’Affettuoso del Quinto Brandenburghese. Equilibrio nel dialogo delle voci e limpidezza del fraseggio hanno caratterizzato l’esecuzione.

Apprezzato dagli esecutori, per la felice musicalità dei brevi e contrastanti suoi cinque movimenti, (senza indicazione, Adagio, Presto, Adagio, Allegro), il Concerto per flauto e violino in mi minore, TWV 52:e3 di Telemann (di datazione incerta ma collocabile intorno al 1740), cattura l’ascoltatore per la vivacità dei tempi veloci (in particolare il virtuosistico Presto in cui il flauto tace) e per la dolcezza del dialogo melodico fra i due solisti accompagnato dai pizzicati degli archi del primo Adagio. Il flauto traverso ha la parte meno virtuosistica. Marcello Gatti la esegue in modo puntuale e asseconda bene il violino di Alessandro Tampieri che suona con naturalezza anche le parti più ardue della partitura.

Prima di chiudere il cerchio con il triplo concerto di Bach padre, l’Accademia Bizantina, ristretta ai tre solisti in formazione da camera, ha eseguito il Quartetto in la minore per flauto viola e tastiera (“Clavier”) Wq 93 del figlio Carl Philipp Emanuel, da lui composto nell’ultimo anno di vita, il 1788. Fa parte di un gruppo di tre quartetti (Wq 93-95), commissionati dalla clavicembalista mecenate berlinese Sara Levy (1761-1854), il cui titolo può sorprendere, visto che si riferisce a tre strumenti. Si pensi però che la partitura prevede quattro pentagrammi corrispondenti alle quattro linee contrappuntistiche, due per la tastiera e due per gli altri strumenti. Dantone esegue la sua parte al cembalo (ma la presenza di segni dinamici in partitura lascia aperta l’ipotesi che Bach pensasse al fortepiano). Ciò induce il gruppo ad attenuare il volume sonoro e al tempo stesso a scegliere un’esecuzione più rivolta al secolo cadente che al successivo. La lezione di papà Bach è presente nella sapienza contrappuntistica e nel paritario intreccio delle voci, caratteri ben resi dai tre esecutori, ma lo stile Empfindsamkeit si annuncia nella scelta dei temi (spigoloso quello del primo tempo, più dolci quello degli altri due) e nell’impasto timbrico. La viola di Tampieri dà calore nel suo registro intermedio, il flauto di Gatti in quello più acuto dà leggerezza e il cembalo (abbandonata ormai ogni funzione di basso continuo) completa nel grave l’impasto. Gli esecutori hanno saputo mantenere il raffinato equilibrio fra le voci e il tono di cordiale conversazione fra gli strumenti previsto dalla partitura.