COSA È SUCCESSO A SHAKESPEARE?
Il Ponte rosso n. 123 - febbraio 2026 | Sabrina Di Monte | teatro
Nelle proposte di Hangar Teatri e dello Stabile FVG due diverse – e diversamente fruibili – modalità di rendere attuali le tragedie shakespeariane
di Sabrina Di Monte
A teatro Shakespeare è come il prezzemolo: non deve mancare mai e sta bene ovunque. Nella stessa settimana a Trieste ho potuto assistere agli adattamenti di due delle sue tragedie: venerdì 23 gennaio Lei Lear a Hangar Teatri e martedì 27 gennaio Otello al Politeama Rossetti. Entrambi i drammi sono rimasti in cartellone solo due giorni. A vedere lo sperimentale Lei Lear mi ha trascinata mio marito: ho spesso notato che nella rappresentazione dei classici passare dall’attualizzare al banalizzare è un attimo.
Alla prima di Lei Lear, quando Goneril e Reagan, le due figlie cattive di Re Lear, si presentano insieme, vestite uguali come le gemellinedi Shining, tenendosi per mano e parlando all’unisono, la loro bravura e l’intelligenza dell’esperimento appaiono subito evidenti: Lei Lear, scritto e interpretato da Chiara Fenizi e Julieta Marocco, con regia condivisa di André Casaca, Chiara Fenizi e Julieta Marocco, ci ha stupiti, divertiti ed emozionati. Nell’attesa che il loro tragico destino si compia, divise dalla sete di potere ma unite simbioticamente in un rapporto ambivalente, le due sorelle malvagie cercano un assassino, cospirano con il pubblico, evocano e sfuggono al fantasma del Padre, esortano gli spettatori ad eliminarsi a vicenda o ad unirsi in un parossismo di aggressività ridiretta e persino incestuosa.
Lei Lear è uno spettacolo cacofonico e clownesco: una rilettura ribelle e geniale di Re Lear riproposta in un contesto spoglio e beckettiano. Le interpreti-autrici fanno parte del Teatro C’art Comic Education che, sotto la direzione artistica di André Casaca, lavora da anni nell’ambito del teatro “fisico” e della comicità non verbale. Un teatro sperimentale che richiede grandi abilità tecniche, vocali, d’interpretazione e gestione del corpo, della scena e del testo. Qui, il risultato è un lavoro scenico di alto livello, caotico, surreale ma anche comico, ironico e contemporaneo. Insomma, irresistibile. Eppure quella sera gli spettatori a Hangar Teatri saranno stati una cinquantina al massimo.
Martedì 27 gennaio al Rossetti invece ho assistito, in un teatro quasi pieno, all’allestimento dell’Otello diretto da Giorgio Pasotti (attore che ha legato il suo successo e la sua popolarità soprattutto al piccolo schermo e al cinema)che qui interpreta anche Iago. L’adattamento drammaturgico è di Dacia Maraini.
Lo spettacolo è stato preceduto in Sala Bartoli dalla presentazione di Peter Brown, direttore della British School di Trieste che, continuando con il Rossetti una collaborazione ormai consolidata e molto gradita, ha parlato al suo pubblico non dell’Otello della Maraini – che non aveva ancora visto – ma della tragedia di Shakespeare, scritta probabilmente a partire dalla fine del 1601 durante gli ultimissimi anni del regno di Elisabetta I Tudor e messa in scena per la prima volta il 1° novembre 1604 alla corte del suo successore Giacomo I Stuart.
Sala Bartoli era come sempre quasi piena e fra il pubblico c’erano anche gli interpreti, affascinati come tutti noi dall’eros pedagogico e dalla simpatia di Peter Brown, ma messi in difficoltà da alcune sue domande, chissà se ingenue o soavemente perfide, come: «Sapete se Dacia Maraini per il suo adattamento ha usato la versione dell’In-quarto del 1622 o dell’In-folio del 1623? Ci sono differenze interessanti! Soprattutto le bestemmie!». Gli attori si sono detti umilmente grati a Peter Brown per la lezione di letteratura inglese: «C’è sempre così poco tempo per studiare e approfondire!» si è giustificato Pasotti, che ha poi simpaticamente esortato chi avrebbe assistito allo spettacolo a dimenticare la lezione erudita di Peter Brown e ad avere pietà dei poveri interpreti. Ha poi aggiunto, più seriamente, che con questo adattamento si è voluto portare sulla scena l’attualità, ribadendo l’importanza per il teatro di oggi di essere moderno e di saper parlare ai giovani.
Nella sua presentazione, Peter Brown aveva ricordato le parole che alla morte di Shakespeare scrisse di lui l’amico e collega Ben Jonson: «He was not of an age but for all time» (Non era di un’età, ma di tutti i tempi). In Grazie per le magnifiche rose (Adelphi 2020), a proposito dei tagli, delle contaminazioni e delle libere interpretazioni delle opere di Shakespeare, il giovane Alberto Arbasino scriveva: «Presto, però, di queste operazioni pseudo-culturali del Rinfreschiamo con la strizzatina d’occhi, si comincia a non poterne veramente più». Ed eravamo nel 1959. Figuriamoci oggi. Certo, una rivisitazione in chiave moderna fatta bene non snatura i classici ma li può rendere appetibili anche ad un pubblico più giovane. Lei Lear ne è stata una conferma.
Quanto all’Otello, la scenografia con le immagini di Thierry Lechanteur è bella ed efficace anche grazie all’idea di pareti specchianti che riflettono le tele dipinte coi vari scenari srotolate via via sul palcoscenico: con le luci di Marco Palmieri dialogano in modo affascinante. L’attualizzazione dell’opera invece non convince: si avvicina troppo ad una banale semplificazione in cui il carismatico Otello (interpretato da Giacomo Giorgio che debuttò nella serie TV Mare Fuori) diventa una sorta di giovane sociopatico con comportamenti alla Turretta; e Iago un bulletto inacidito che qui ha perso completamente la sua sottilissima e realmente malvagia capacità di ingannare e manipolare. I costumi di Sabrina Berretta, molto orientaleggianti, sono slegati dai luoghi in cui è ambientato il dramma, Venezia e Cipro. Pasotti-Iago indossa una camicia rosa sopra un hakama grigio, la gonna pantalone maschile della tradizione giapponese. Abbiamo anche assistito a un duello Kendo fra Otello e Iago. Cosa c’entra il Giappone con Otello? Nulla, ma la scena era bella. La regia e la recitazione invece ricalcano gli stereotipi televisivi di una soap opera: è sopra le righe, impostata sulla tecnica dell’overacting: se si è arrabbiati si urla molto, se si è disperati si piange, se si è angosciati e si hanno istinti femminicidi si grugnisce e ci si dà colpi in testa.
Tutto considerato, fra gli attori alla fine il più convincente è Salvatore Rancatore, che nella piccola parte del Doge appare efficace: trasgressivo e divertente, entra cantando i Queen e parlando un misto di inglese e napoletano; nel finale tocca a lui girare con un monopattino in mezzo ai cadaveri, propinando un pistolotto moralistico sul femminicidio. Che la condanna al razzismo, alla discriminazione e alla violenza di genere siano al centro di questo adattamento è finanche troppo evidente. Tutto è troppo didascalico; un esempio è Desdemona (Claudia Tosoni) che urla al padre «razzista!» prima di andarsene con il bel Moro. Il risultato è una favola pedagogica e moraleggiante che finisce per banalizzare sia il dramma classico che piaghe sociali come il fenomeno tragicamente attuale del femminicidio. L’opera di Shakespeare può reggere mille rivisitazioni, ma non proclami univoci e semplificazioni in bianco e nero. Vengono in mente le parole di Nabokov: «Se avessi voluto mandare un messaggio avrei fatto il postino». Il pubblico triestino applaude come sempre tutto contento, stavolta con qualche eccezione. Eppure, all’uscita, incontro alcune mie studentesse, fruitrici di una felice iniziativa del Teatro Rossetti che permette ai giovani di andare a teatro pagando relativamente poco: «Salve prof, le è piaciuto lo spettacolo?»; «No, e a voi?»; «A noi sì, molto!». Forse hanno ragione Dacia Maraini e Giorgio Pasotti, penso; o forse, mi illudo, è perché a scuola non abbiamo fatto ancora Shakespeare.
