LA LUNGA AMICIZIA CON FRANCO DUGO
Giancarlo Pauletto | Il Ponte rosso n. 122 - gennaio 2026 | la memoria
La bella vita del critico d’arte / 49
Oltre cinquant’anni di reciproca stima in una storia che ancora non è finita
di Giancarlo Pauletto
Il primo accostamento “critico” alla città di Gorizia e ai suoi artisti avvenne per me nella primavera del 1974, dunque giusto cinquant’anni fa, visto che sto scrivendo queste righe nella primavera del 2024.
Il mio amico Gianluigi Papais mi aveva detto che alla biblioteca di San Pier d’Isonzo era stata allestita una mostra di Franco Dugo, giovane artista goriziano, con una ventina di grandi chine realizzate attraverso una fittissima tessitura di segni, chine – mi aveva assicurato – di strepitosa esecuzione.
Io, che da vari mesi giravo il Friuli e anche il vicino Veneto a caccia di mostre da recensire per la rassegna mensile Sagittaria, pubblicata dal Centro Iniziative Culturali Pordenone, decisi di andare a vederla, ed ebbe così inizio una storia che ancora non è finita.
A volerla un po’ “rappresentare”, questa storia, sarebbero necessarie parecchie pagine, poiché non si tratta solo dell’amicizia con Franco Dugo “artista” – ho scritto più di venti volte su di lui, seguendone da vicino temi e sviluppi – ma anche della sua frequentazione come uomo, persona che ho sentito vicina come poche, quelle poche con le quali si è raggiunta, per buona ventura, una confidenza “fraterna”.
E poi ci sono gli artisti d’area goriziana che attraverso Franco ho conosciuto, e per i quali anche ho scritto con soddisfazione, accostandomi ad esperienze estetiche variamente atteggiate.
E poi gli amici non artisti ma non per questo meno cari, persone dalle quali sono sempre stato accolto con grande simpatia, sicché da molti anni ormai, per me, andare a Gorizia è una festa: è entrare in case dove ti attendono pietanze prelibate, amorose, è andare in trattorie dove la chiacchiera artistica, politica, culturale o semplicemente chiacchiera si accompagna ad un’ottima jota, a un buon bicchiere, a idee e progetti che si sostengono con calore, o ai quali si è chiamati a partecipare.
è girare per i colli, attraversare il confine in cerca di mescite o cantine, oppure portarsi a Trieste per una mostra, e poi magari finire con cren prosciutto e teràn.
sanguigna e grafite su carta, cm. 100×70, 1987
è cantare, come no, cantare arie d’opera per esempio, oppure canzoni popolari che sono state, a volte, da me imparate illico et immediate: perché è così che fa il vero amatore, non pone tempo in mezzo, coglie sempre l’occasione per arricchire il repertorio, e a Gorizia, tra gli amici, ci sono “color che sanno”.
L’arte è il movente, certo, ma è un’arte accompagnata dai suoi migliori condimenti, parola, amicizia, simpatia, estemporaneità, convivialità.
Tutto questo, e molto altro, sempre per merito di Franco.
Si capirà dunque che non mi è facile, ora, riassumere velocemente una vicenda tanto artisticamente ricca, quanto umanamente partecipata.
Ho pensato perciò di rifarmi, semplicemente, all’ultima delle mostre che abbiamo realizzato insieme, lui artista io curatore, quella dei suoi – e miei – ottant’anni, a Pordenone, presso la ben nota Sagittaria, tra il dicembre del 2021 e il marzo del 2022.
Si intitolava Franco Dugo. Interrogare la vita. Dipinti disegni carte d’atelier.
Di comune accordo l’abbiamo concepita come una mostra di inediti, dato che sarebbe risultato abbastanza inutile stampare un catalogo di centotrentasei pagine per far rivedere solo opere già note: certo essa, di carattere antologico, avrebbe riproposto tutti – o quasi – i temi di Dugo, ma espressi attraverso disegni pastelli acquarelli e altre tecniche che non avevano mai, o quasi, trovato modo di essere mostrati, e che invece, per la loro evidente qualità, assolutamente dovevano.
Di tanto in tanto questi materiali sarebbero stati inframmezzati da opere molto note, sorta di pesci guida che avrebbero facilmente indicato, ai conoscitori, temi e periodi cui quei vari materiali inediti si riferivano.
Ne è venuta così un’esposizione dove c’era pressoché tutto Dugo nei temi, e molto Dugo inedito nei lavori allineati sulle pareti: dunque non semplicemente una mostra celebrativa, al contrario, un’ulteriore occasione di conoscenza e penetrazione.
puntasecca mezzotinta fotoincisione
mm. 501×601, 1982
Ciò si manifestava con evidenza già nell’immagine scelta a copertina dell’evento, un acquarello su carta del 2017 intitolato Davanti al mare.
Non solo un bellissimo esempio di inedito, ma anche un emblema di tutta l’arte di Dugo, all’inizio sospesa tra espressionismo e simbolismo, poi via via sempre più nettamente caratterizzata da assolutezza d’immagine, dalla volontà di far parlare il reale – qualunque fosse questo reale preso a motivo di pittura, figura umana, volto, natura morta, albero, paesaggio – dall’interno della sua nuda presenza, del suo essere lì come enigma e domanda.
Così è nell’acquarello citato, dove una figura – chiaramente definita e solida nella sua presenza, ma di spalle, e quindi atta a significare non un particolare, determinato uomo, ma l’uomo in generale, la specie insomma – guarda un mare appena mosso sormontato da un cielo nuvoloso e chiaro all’orizzonte, e sembra, in una sorta di meditante calma, interrogarsi sulla sua vita non solo, ma anche sulla misteriosa presenza della realtà, di tutta la realtà, che cielo e mare rappresentano nell’opera.
Già agli inizi e per parecchi anni l’attenzione dell’artista si era centrata sulla figura umana, considerata anche in dimensione latamente sociologica – i “Burocrati”, le “Anatomie”, la serie sul tema della follia, le “Identificazioni”-; poi venne la lunga sequenza dei “ritratti” e dei “pugili” – vado naturalmente per sommi capi – in cui trovano posto alcuni vertici assoluti dell’arte di Dugo, i Mario De Micheli dell’ ’89, l’Autoritratto e i James Joyce del ’90, il Mio padre del ’92, l’Italo Svevo del ’93, il Battling Siki del ’94, il John Coltrane del ’97 e via e via, in quest’ambito la maestria di Dugo si esprime in grandi e piccole dimensioni e in tecniche diverse, oltre che lungo tutto il tempo della sua attività: e basti a questo proposito citare, solo e per esempio, il piccolo, intensissimo Autoritratto a matita del 2014, così svelato, così totalmente abbandonato: e sempre così sottilmente precisato.
Dalla seconda metà degli anni ottanta era entrata, nel suo lavoro, la natura, dapprima soprattutto attraverso il tema del “cipresso”, albero nello stesso tempo stagliato e tormentato, stagliato per la sua apparenza definita, schietta, tormentato nello stretto, serrato e a volte convulso articolarsi dei rami.
Il grande Cipresso del 1993, seppia carboncino e pastello, ne dava, sulle pareti della mostra degli ottant’anni, uno splendido esempio, che si replicava successivamente nelle serie intitolate L’uomo dei castagni e Prima del bosco, tra 1997 e 2015: qui uomo e natura, alla fine, vengono coinvolti nello stesso destino. Infatti l’uomo che avanza verso l’indefinita e talora luminosa oscurità del bosco, o che osserva il tramonto sopra il mare, sono l’esistere e la coscienza dell’esistere coinvolti nella stessa domanda.
E si andava nel frattempo svolgendo il vasto lavoro sul paesaggio, il cui ombroso simbolismo trovava espressione soprattutto nella meditata calibratura del taglio, mai banalmente naturalistico, e in un tonalismo allontanato da una troppo visibile quotidianità attraverso la costante “severità” dei sapori cromatici.
Qui non possiamo dilungarci, è necessario tuttavia almeno accennare all’esteso e impegnatissimo lavoro calcografico di Dugo, che ha risultati certo non meno alti che nelle altre tecniche e che dal suo inizio, per l’artista, è sempre stato altrettanto importante, come sa benissimo chi ricorda, ad esempio, le tavole eccellenti del Ratto della Gioconda, o quelle realizzate per il ciclo Di casa, o le puntesecche dedicate a Rembrandt, Kafka, Pasolini, o la stupenda serie dei “grandi cipressi”, o la Deposizione del 1999, una impressionante tavola di due metri di altezza per un metro di base.
Anche qui più di alcuni esempi non si possono fare: resta da dire che, certo, molti trasalimenti, molte emozioni ci ha trasmesso l’arte di Franco Dugo, e di ciò tanti di noi gli sono grati.
Personalmente gli devo anche la più bella passeggiata notturna della mia vita.
Andò così: decidemmo di bere il bicchiere della staffa in un luogo insolito e alto, una “tana” sopra Cormòns.
Piacevole fu la sosta, ottima la bottiglia.
Al momento di tornare – verso le undici di sera se ricordo bene – dissi a Franco, che era alla guida: Aspetta un momento, che ti faccio segno, qui è stretto per girare» e, uscito di macchina, cominciai a far segnali.
Qualche manovra, e lui parte.
Io, fermo in mezzo al piccolo spiazzo, aspetto che torni indietro.
Ma lui non torna.
Non usavano ancora i telefonini.
Dopo mezz’ora sono ancora lì che aspetto.
Penso ad uno scherzo, ma lo scherzo sarebbe durato cinque minuti, Franco non è il tipo che abbandona un amico che abita a Portogruaro – e che ha la vettura davanti al suo studio in via Giustiniani a Gorizia – a mezzanotte, sulla collina di Cormòns.
Non tornava, e me ne feci una ragione.
Cominciai a scendere la collina, magari lo avrei incontrato per strada.
La notte di settembre era fresca, bellissima, stellata.
Ogni tanto qualche cane ululava lontano e qualche collega gli rispondeva da altrettanto lontano.
Io andavo di gusto, dopo mezz’ora la testa mi si era del tutto snebbiata, le gambe giravano volentieri, guardavo le stelle e aguzzavo occhi e orecchi, a sentir rumore di motori.
Ma niente.
Arrivato a Cormòns presi la strada interna lungo la ferrovia, e avanti di buona lena fino a Capriva.
Qui pensai, per un attimo, di chiedere aiuto a Sergio Altieri ma scartai subito l’idea, con che faccia mi sarei presentato? E poi Sergio non guida.
La faccio breve, arrivo a Gorizia davanti allo studio di Franco, non c’è anima viva, salgo in macchina e vado velocemente verso casa.
Verso le quattro e mezza di mattina mi infilo, il più silenziosamente possibile, nel letto coniugale.
Credo per un istante di averla scampata, ma la voce di mia moglie dice, con tono molto tranquillo: «Avevo già pensato che vestito metterti nella cassa da morto».
Sul tardi, sotto mezzogiorno, Franco mi racconta quel che era accaduto.
Parte credendo che io sia al suo fianco, e mi parla, ma io non rispondo.
Allora allunga una mano per sincerarsi della mia presenza, ma non mi trova.
Gira e torna su.
Vuol far presto, e prende quella che gli sembra una scorciatoia.
Non è una scorciatoia, la strada porta in mezzo ai grebani, in un posto nel quale, tra l’altro, è pericoloso manovrare.
è costretto ad aspettare la mattina.
Verso le sei arriva finalmente un trattore, che lo aiuta a rimettersi in direzione.
Ovviamente non trova traccia di me e allora va dai carabinieri di Cormòns e dice loro che forse un suo amico è disperso sulla collina.
I carabinieri prendono la pantera e partono alla ricerca, alcuni giorni prima già un’altra persona era stata vittima di un incidente più o meno dalle stesse parti.
Successivamente il mio amico li avvertirà che sono sano e salvo a casa, ero arrivato a Gorizia a piedi, avevo ripreso la macchina etc.
Tutto è bene quel che finisce bene.
