MATERA – TRIESTE, ANDATA E RITORNO

| |

Su e giù di una pendolare della cultura: Tiziana D’Oppido da un capo all’altro della Penisola

Gli anni di studio alla Scuola interpreti e poi i frequenti ritorni

L’esperienza nella Giunta comunale di Matera, un periodo di attività straordinaria e gratificante per i risultati ottenuti

di Walter Chiereghin

Ci conosciamo poco, meno di quanto mi piacerebbe, ma m’incuriosisce la storia di questa giovane dinamica donna la cui biografia include una sorta di suo personale gemellaggio tra due capoluoghi diversissimi, l’uno nella Venezia Giulia, l’altro in Basilicata, inseguendo una formazione linguistica alla Scuola Superiore per Traduttori e Interpreti dell’Università di Trieste e un prestigioso incarico di assessore comunale alle attività culturali a Matera. E in entrambi i poli di queste periodiche transumanze l’impegno di insegnante, con due digressioni letterarie che hanno prodotto due corpose opere di narrativa.

Tiziana D’Oppido

Cominciamo a parlare delle lingue straniere, che hanno una centralità nella tua formazione e poi nella tua vita. Sarà iniziato, questo tuo interesse, fin dalle superiori, a Matera, immagino.

Non propriamente a Matera, perché lì non esistevano scuole secondarie superiori di quel tipo. Ho frequentato il Liceo Linguistico ad Altamura, in provincia di Bari ed è stata un’ottima base di partenza. Poi ho frequentato il primo anno di università presso l’École d’Interprètes Internationaux di Mons, in Belgio. La mia idea iniziale era di proseguire poi in un’omonima scuola a Bath, nel Regno Unito, e da lì spiccare il volo per una vita di studi e di lavoro in giro per il mondo, ma per un problema personale sono tornata in Italia, dove c’era la possibilità di continuare scegliendo tra due sedi: Forlì e Trieste, previo superamento di test d’ingresso, che se non ricordo male si svolgeva nelle stesse giornate in entrambe le città. Come sai, ho scelto Trieste, per frequentare la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, dove poi mi sono laureata in Traduzione quattro anni dopo.

Quando era nato in te questo interesse per le lingue straniere?

Giorni fa mi è tornato in mente un ricordo dopo decenni di oblio: rammento distintamente di me bambina – potevo avere quattro o cinque anni – seduta a gambe incrociate davanti alla grande libreria di casa, parlare a un interlocutore immaginario in lingue sconosciute che mi era capitato di ascoltare in tv. Più volte, per anni. Era un gioco, che prendevo però molto sul serio, perché immaginavo di essere una scienziata, un’astronauta, e così via, che veniva intervistata o che intervistava. Una specie di bilingue o di interprete. Non so a quanti sia capitato di inventarsi un gioco come quello, considerato poi che erano anni diversi da oggi, in cui nei media non c’era familiarità con lingue diverse dall’italiano. Insomma, avevo una passione precocissima per le lingue straniere e una grande voglia di impararle. Stessa scoperta ho fatto con la scrittura: ho ritrovato due quaderni da me trasformati in libri a nove, dieci anni, con titolo, copertina, nota biografica e, all’interno due interi romanzi da me scritti a mano, uno d’avventura e l’altro di fantascienza. E non è che bazzicassi in ambienti letterari o linguistici, o respirassi quell’aria in ambito familiare, che era invece piuttosto tecnico. Avevo queste passioni proprio nel sangue.

Come è stato il primo incontro con la città, così diversa dalla Matera dalla quale provenivi?

Sono arrivata a Trieste per la prima volta accompagnata da mio padre, per sostenere l’esame d’ammissione alla Scuola di Interpreti e Traduttori. Ricordo bene che appena poggiato il piede per terra, scendendo dal predellino del treno, ho provato la netta sensazione di essere arrivata a casa. Non era mai successo prima di quel momento con nessuna città in cui ero stata. Abitandoci, poi, ho avuto conferma di quella piacevole sensazione: Trieste è la mia città elettiva e qui mi sento a casa, è come se ci fossi nata e la vivessi da sempre. Un po’ è vero, del resto: la frequento e la vivo da venticinque anni.

Miei amici o conoscenti meridionali affermano che Trieste non è, come a prima vista appare, una città molto aperta: pare sia un luogo dov’è difficile stringere amicizie, dove ce ne vuole prima di entrare in casa di qualcuno…

L’ho sentito dire anch’io. A me non è successo, probabilmente perché la mia facoltà universitaria è frequentata da studenti provenienti da ogni parte del mondo In un ambiente così cosmopolita i tanti stranieri si mescolavano ai pochi autoctoni, tutti ci siamo sempre sentiti cittadini del mondo. A Trieste ho tuttora molte amiche di varie nazionalità, che dopo gli studi hanno deciso di fermarsi a vivere qui, perché si sono trovate bene, come me, del resto, che ogni volta che sono andata via per ragioni di lavoro vi sono poi ritornata. Considero anche Matera la mia città, non elettiva ma di nascita e ci sono legata, benché Trieste e Matera siano diversissime tra loro sotto molti aspetti. Una curiosità: quando parlo di Matera e di Trieste, non so in quale dei due casi utilizzare il verbo “tornare” dopo essermene allontanata per brevi o lunghi periodi. Prima o poi dovrò prendere una decisione!

Sei riuscita ad ottenere lavori che avessero attinenza con la tua specializzazione universitaria?

Direi di sì: prima ancora di laurearmi ho lavorato come traduttrice, perché il bello delle competenze che ci sono offerte dalla Scuola Interpreti è che si trova facilmente lavoro. O perlomeno ai miei tempi era così. Comunque devo dire che ho sempre trovato facilmente tutti i lavori che desideravo fare, e credo che il merito sia stato proprio della Scuola dove ho completato la mia formazione.

Una volta laureata, hai lavorato qui a Trieste?

No, ho lavorato in aziende italiane e straniere per molti anni. Subito dopo la laurea, ad esempio, ho lavorato a Roma, per l’ENI e per l’ENEL, come assistente di alta direzione. è stata un’esperienza interessante e fortemente dinamica, una professione ho portato avanti per un buon decennio e che in seguito mi sono pentita di aver lasciato. Tornare a Matera dopo quell’esperienza lavorativa così intensa nella Capitale, e dopo aver vissuto per anni in una città dal respiro internazionale come Trieste è stata un po’traumatico. Avevo però trovato lavoro in una azienda alimentare che esportava prodotti da forno in tutto il mondo nella grande distribuzione (Coop, Aldi, Lidl, Spar, etc.), cosa che anche lì mi consentiva di sfruttare la mia conoscenza delle lingue e di viaggiare molto con le mansioni di direttrice del commercio estero e qualità.

Tra gli anni a Roma, all’estero e questo tuo ritorno nella tua città, Trieste era un po’ svanita dai tuoi personali orizzonti?

Neanche un po’! Ad ogni occasione tornavo qui e mi tenevo strette le mie amicizie triestine, che perdurano ancora oggi. Tant’è che quando mi sono decisa a presentarmi a un concorso per l’insegnamento, sono tornata a viverci come docente, professione che ho sospeso quando mi sono messa in aspettativa oltre quattro anni fa per svolgere l’incarico di assessora alla cultura del Comune di Matera.

Tiziana S’Oppido

Ecco, racconta un po’ questa storia, in effetti abbastanza originale. Sei stata chiamata dal sindaco, appena eletto, senza essere stata candidata al Consiglio comunale. Eri sua amica?

No, non eravamo amici e non ci frequentavamo, ma l’avevo conosciuto anni prima perché eravamo entrambi nel direttivo dell’associazione “Amici della Biblioteca Tommaso Stigliani”. Avevamo preparato insieme dei manifesti e organizzato proteste e sit-in per difendere la Biblioteca provinciale, a rischio di chiusura, e salvaguardare il patrimonio librario di inestimabile valore della biblioteca provinciale Stigliani che rischiava il più totale abbandono per penuria cronica di personale e assenza di copertura finanziaria per le spese di gestione. Abbiamo condotto diverse battaglie culturali insieme.

Come si chiama il sindaco?

Domenico Bennardi. è stato eletto nel 2020, ma non era un politico di professione. Era anche lui un emigrante di ritorno, da Firenze, nel suo caso. Quando a sorpresa è diventato sindaco nel 2020, lui così giovane e semisconosciuto, battendo noti politici locali con una percentuale altissima di preferenze, ero a Trieste e ricordo che pensai: «C’è speranza!». In questi anni ci abbiamo creduto e abbiamo lavorato come matti, sbloccando problemi atavici e dissotterrare annose pratiche sepolte decenni prima. C’è voluto coraggio a smuovere il sistema, può farlo solo chi è libero e in pochissimi lo sono davvero. Alla fine politicamente l’abbiamo pagata, ma molti progetti fino ad allora impensabili sono stati avviati e portati a termine. A vederla adesso, in prospettiva, mi rendo conto che abbiamo ottenuto risultati prima inimmaginabili, da quelle parti.

Come avviene qua con la ristrutturazione di Palazzo Biserini, in attesa di ristrutturazione da quasi diciassette anni.

Sì, storie diverse ma purtroppo problematiche e conseguenze simili. Come si può privare i cittadini di infrastrutture e contenitori culturali fondamentali come questi? Eppure accade, e sempre più spesso, purtroppo e c’entra la politica. Comunque, all’epoca delle elezioni amministrative materane, io ero lontana dalla Basilicata, Bennardi, che si era candidato a sindaco a capo di una coalizione di varie liste civiche oltre a Socialisti, Verdi e Movimento 5 Stelle, venne eletto e dopo qualche giorno mi contattò telefonicamente per dirmi che aveva pensato a me per l’incarico di assessore alla cultura. Era il 2020, ero a Trieste, in piena pandemia, stavo svolgendo altri progetti ma, dopo averci riflettuto a lungo, accettai la proposta, poiché la proposta riguardava un settore che conoscevo bene e nel quale lavoravo da decenni. Sono stata assessora alla Cultura per oltre quattro anni, fino all’ottobre scorso, quando il sindaco è caduto per contrasti politici nella maggioranza e il Comune è stato commissariato. Peccato davvero, era ed è un uomo libero, onesto, molto diverso come ideali, idee e azioni dai politici di professione che vedo riemergere a frotte nelle elezioni amministrative ormai imminenti. Pazienza, è andata così, è riuscito a resistere anche troppo. La politica italiana è costellata di storie come la sua e di politica potremmo parlare per ore. Va bene così, e gli sarò sempre grata per avermi voluto, con convinzione e fiducia, al suo fianco in giunta per un incarico così prestigioso per più di quattro anni.

Tiziana D’Oppido, Dodici
Robin Round Editrice. Roma, 2024
pp. 360, euro 16,00

Cos’hai combinato come assessore?

Hai una settimana a disposizione per ascoltarmi? Ero assessora alla Cultura ma anche agli Spettacoli, ai Grandi Eventi, al Cinema e alle Pari Opportunità, ai Sassi al Patrimonio Mondiale UNESCO, al Turismo e alle Politiche Sociali ventidue deleghe in totale e ho portato avanti moltissime attività. Sai che soprannomi ho scoperto di avere, durante il mandato? “Il mastino”, “il vento”, “Flash Gordon”, “Duracell”, “Signorina tante cose”. Non mi risparmiavo, sapendo che ogni giorno di mandato poteva essere l’ultimo. Nella pubblica amministrazione i tempi sono lunghi, la burocrazia è infinita, se tu politico stai in poltrona a filosofeggiare è la fine. E poi non è da me. Io imparavo più in fretta che potevo, correvo e velocizzavo i processi, ma sapevo di avere davanti un altro anno e mezzo di mandato – che poi ci è stato tolto, peraltro – e mi ero organizzata di conseguenza. Il meglio doveva ancora arrivare. Per le mie deleghe ho avviato ad esempio grandi rassegne musicali, diversificato gli spettacoli introducendo con bandi comunali organizzazioni che per decenni erano state escluse dal panorama culturale cittadino, introdotto grandi eventi, internazionalizzato, destagionalizzato, sbloccato pratiche nei Sassi ferme dagli anni Novanta, intercettato e vinto bandi europei su cultura e pari opportunità, canalizzato fondi PNRR per infrastrutture culturali e politiche sociali, aperto gratuitamente cinema e auditorium a scuole e studenti, raddoppiato il numero di spazi pubblici intitolati a donne. La toponomastica è importante per cultura, identità e storia di una città e allora primo parco, primo busto intitolato a una donna, docente e filantropa materana, strade intitolate a vittime materane di femminicidio, a donne lucane della Resistenza e superstiti dell’Olocausto, etc. Inoltre venendo dal mondo della cultura, conosco i vincoli che impone chi ha potere di finanziare ma non ha competenze per valutare, e con me è andata diversamente: operatori e artisti hanno avuto piena libertà di espressione nelle loro attività teatrali, cinematografiche, musicali e così via. Questo ha permesso l’emersione di nuove proposte, nuovi artisti, sperimentazioni più ardite. Non darlo per scontato, perché lo è soltanto in un mondo ideale. Avendo sviluppato per i miei trascorsi anche una mentalità imprenditoriale, abbiamo fatto crescere anno dopo anno gli incassi della tassa di soggiorno, fino ad arrivare a due milioni di euro, battendo persino i record del 2019, anno in cui Matera è stata Capitale Europea della Cultura, che abbiamo reinvestito fino all’ultimo centesimo nel settore turistico, culturale ed eventistico, in un circolo virtuoso. Matera è una realtà culturale molto diversa da quella triestina, che è radicata e storica. Matera è vivace, turisticamente giovane e sta crescendo molto, ma mancano luoghi di aggregazione e infrastrutture culturali di base, un polo fieristico, uno spazio espositivo, grandi teatri, aree per spettacoli all’aperto, uno spazio per gli spettacoli viaggianti e così via. Ancora una volta molto, quasi tutto, dipende dalla politica.

C’è una cosa che non hai fatto durante quella tua esperienza: ci sono dei fili che collegano Trieste alla Basilicata, per esempio il periodo del confino di Carlo Levi – notoriamente legato a Linuccia Saba – ad Aliano, dal quale è nato Cristo si è fermato ad Eboli. Un altro filo sei proprio tu… Come mai non hai pensato a prendere contatto con il Comune di Trieste per inventare qualche iniziativa comune?

Ho provato più volte a chiamare il mio omologo triestino, l’assessore Rossi, ma non ho mai avuto risposta, né alla mail né alle telefonate o ai messaggi che avevo lasciato alla sua segreteria. Uno dei fili dei quali parli, ad esempio, certo più importante di quello che mi riguarda, era quello relativo alla figura di Margherita Nugent, un’aristocratica, storica dell’arte e appassionata collezionista d’arte che è vissuta tra Firenze, Irsina, in provincia di Matera, e Trieste, dov’è morta nel 1954. Alla sua scomparsa lasciò una cospicua eredità immobiliare e di collezioni d’arte in tutti e tre questi luoghi (a Trieste il Palazzetto Leo, attualmente sede del Museo d’Arte orientale). Avrei voluto unire le forze dei due Comuni per dare risalto a questa donna, importante sotto molteplici aspetti culturali per entrambe le città, ma, come ti ho detto, non mi è riuscito nemmeno di parlarne con l’assessore triestino. Avevo anche molte altre idee di scambi culturali, contaminazioni e mostre da proporgli, ma, come dicevo, non è stato possibile parlargli.

Hai un progetto in testa per il tuo futuro più prossimo?

Ho tantissimi progetti e il mio cassetto trabocca sempre di sogni. Oltre a insegnare lingue, letteratura e culture straniere al liceo, ho ripreso a pieno regime le mie attività editoriali di traduttrice, scrittrice, ghost writer, conferenziera, organizzatrice di festival… Inoltre sono molto contenta che il mio ultimo romanzo, Dodici, ambientato a Trieste e pubblicato dalla casa editrice romana Round Robin, sia stato essere selezionato al Premio Strega 2025. Ora per proseguire nella selezione del Premio dovrei scontrarmi con le grandi case editrici, vere e proprie corazzate. La vedo difficile ma… chissà!

Beh, ad ogni buon conto, tanti auguri!