MUSICA PROIBITA A CASERTA

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Dopo giorni di aspre polemiche, il concerto previsto per il 27 luglio alla Reggia di Caserta di Valery Gergiev, direttore d’orchestra di gran fama, ma amico di Putin, non si terrà. Ne danno notizia i giornali di oggi, martedì 22 luglio. Gergiev avrebbe dovuto dirigere l’Orchestra filarmonica del Teatro Verdi di Salerno, rafforzata da solisti dell’Orchestra del Teatro Marijnskij di San Pietroburgo all’interno della rassegna Un’Estate da Re, organizzata con il contributo sostanziale della Regione Campania e voluta dal governatore Vincenzo de Luca. La decisione è stata presa da Tiziana Maffei, direttrice della Reggia di Caserta. Sono fra coloro che pensano che il concerto avrebbe dovuto tenersi e quindi la decisione mi rattrista. Prima di conoscerla avevo appena finito di scrivere alcune note, che oggi sono superate dagli eventi, ma che spero possano ugualmente servire per sollecitare una discussione.

Gergiev, dice Yulia Navalnaya, vedova del dissidente russo Alexej Navalny, in una lettera pubblicata il 15 luglio dal quotidiano La Repubblica, «è un promotore della politica criminale di Putin, suo complice e fiancheggiatore». È un «ambasciatore culturale» del regime, attraverso il quale si cerca di affermare una «politica di normalizzazione» per «far uscire il regime di Putin dall’isolamento, liberare Putin e il suo entourage dalla responsabilità dei loro crimini. Per la guerra in Ucraina. Per l’omicidio di mio marito. Per le centinaia di migliaia di prigionieri politici che si trovano nelle carceri russe in questo momento. Per le vite spezzate di milioni di persone in Russia e Ucraina». Il concerto di Caserta è un primo assaggio di questa politica. Oltre a ciò Navalnaya accusa il direttore di aver distratto fondi di un’associazione benefica a lui intitolata per un tornaconto personale, di aver sostenuto nel 2014 l’occupazione della Crimea e di aver diretto a Palmira un concerto per le truppe russe stanziate nella Siria all’epoca sotto il regime di Bashar al-Assad. Ecco la conclusione. «Qualsiasi tentativo di chiudere un occhio su chi sia Valerij Gergiev al di fuori della sua attività di direttore d’orchestra e di fingere che questo sia semplicemente un evento culturale in cui non c’è politica, che Valerij Gergiev sia semplicemente un grande artista, è ipocrisia».

Protesta anche Pina Picierno, vicepresidente PD del Parlamento europeo, e chiede alla Società Campana Beni Culturali «quanti soldi provenienti dai fondi di coesione siano stati effettivamente spesi per quella che appare come una mera operazione di propaganda». Il compenso di Gergiev non è peraltro segreto: 25 mila euro (la quota complessiva per l’intera manifestazione che prevede cinque concerti è di 500 mila euro). C’è poi una petizione indirizzata a Ursula von der Leyen e a Vincenzo De Luca, che ha già raggiunto 16.000 sottoscrizioni, firmata anche da intellettuali e premi nobel (fra loro Oleksandra Matviichuk, direttrice del Centro per le Libertà Civili di Kiev, premio Nobel per la pace 2022, Herta Müller, premio Nobel per la letteratura 2009 e la storica Anna Foa), con la quale si chiede la cancellazione del concerto e «un’inchiesta sull’utilizzo di fondi pubblici per eventi legati alla propaganda russa nel territorio dell’Unione Europea».

Vi è anche chi muove accuse di cospirazione. Secondo Massimilano Coccia (“Linkiesta”, 16/7/2025) nella tenuta di Gergiev di Punta San Lorenzo, nel comune di Massa Lubrense «risiedono in pianta stabile uomini legati all’ex apparato militare russo, con funzioni di sorveglianza, protezione e logistica». Là oligarchi, imprenditori e finanziatori russi mettono a punto strategie per eludere le sanzioni internazionali. Fra le altre cose indicate come sospette nell’articolo c’è anche la proprietà di Palazzo Barbarigo dove si trova il Caffè Quadri a Venezia. Non abbiamo a che fare con un direttore d’orchestra, dunque, ma con un oligarca cospiratore. Accuse gravi, ma generiche di cui semmai dovrebbero occuparsi magistratura e forze dell’ordine. La proprietà di un palazzo principesco, di una lussuosa tenuta e di chissà cos’altro, personalmente mi infastidisce, ma mi sembra frutto più dell’adorazione per la ricchezza della nostra civiltà che colpa specifica di Gergiev.

Infine il ministro Giuli, pur non avendo voce in capitolo, ha però mosso la sua così: «l’arte è libera e non può essere censurata. La propaganda però è un’altra cosa. Per questo il concerto dell’amico di Putin Gergiev voluto, promosso e pagato dalla Regione Campania, rischia di far passare un messaggio sbagliato». Un attacco che attera De Luca e Gergiev «in parti uguali a un sol colpo di spada», come avrebbe detto Ariosto. Tralasciando le censure che il ministero da lui attualmente diretto ha attuato e quotidianamente attua nella corrente legislatura, Giuli dovrebbe spiegare perché quello di Caserta non è un concerto, ma è propaganda. Non è previsto che Gergiev tenga un discorso, nessuno degli autori eseguiti è riconducibile ad ambigui messaggi di guerra o autoritari, neppure in senso lato. La sola presenza del direttore è dunque propaganda?

Lo spiega non Giuli, ma Navalnaya. Quella del musicista e dell’uomo politico «sono due facce della stessa medaglia». Ecco perché chi, come me, vuole che il concerto si faccia è, un ipocrita, un sostenitore di Putin e dell’invasione russa dell’Ucraina, uno che tollera la corruzione, che applaude e sostiene i criminali. Provo a difendermi cominciando da considerazioni musicali, visto che, sebbene le facce siano due, quella artistica viene del tutto cancellata.

Valery Gergiev debuttò nel 1978 come direttore del Teatro Marijnskij di Leningrado (così si chiamava allora) e di quel teatro divenne direttore musicale dal 1988 (strano che nessuno gli abbia rimproverato il suo passato sovietico). Se oggi quell’orchestra è una delle migliori al mondo e quel teatro uno dei più importanti lo si deve a lui. Dopo il periodo sovietico, nel 2003, fu il primo a eseguire in Russia L’anello del Nibelungo in tedesco. Ha portato spesso all’estero autori russi (come accade anche a Caserta) e contemporaneamente autori tedeschi, italiani e francesi in Russia. Almeno in senso culturale nella sua carriera ha mostrato di essere aperto.

Le esecuzioni di Gergiev, anche da chi lo ritiene un criminale, sono universalmente apprezzate. Incarichi di prestigio gli sono stati offerti fino al febbraio 2022 in tutto il mondo. Dal 1995 al 2008 è stato direttore della Filarmonica di Rotterdam, dal 2007 al 2015 della London Symphony, dal 2015 al 2022 della Münchner Philharmoniker. Che quello di Putin fosse uno stato autoritario era cosa già evidente: Anna Politkovskaja, per limitarci a un solo esempio, fu assassinata il 7 ottobre 2006. Eppure onori e incarichi per Gergiev continuarono. Ebbe in Francia la Legion d’onore (2007), a Rotterdam la medaglia Johan van Oldenbarnevelt (2008), in Polonia fu decorato per meriti della cultura con la medaglia Gloria Artis (2008) e nello stesso paese come benemerito del ministero degli Esteri (2012), in Belgio fu premiato con l’Ordine di Leopoldo II (2012) e il presidente Mattarella gli conferì l’Ordine della Stella d’Italia nel 2018. L’elenco, oltre a non includere le numerosissime onoreficenze russe e ossete, è incompleto. Eppure amico e sostenitore di Putin era già.

Il vero discrimine è la guerra d’Ucraina. Da quel momento Gergiev non è tanto un artista, quanto un ambasciatore, anzi un alter ego di Putin e la sua presenza in Europa suona come una provocazione. La Scala di Milano fu la prima istituzione a licenziarlo. Era stato ingaggiato per dirigere La dama di picche di Čajkovskij. Il 23 febbraio 2022 diresse la prima, ma il giorno dopo il sindaco Beppe Sala pretese da lui una esplicita dichiarazione contro l’invasione russa, che naturalmente non venne. Fu licenziato e, con modalità simile, anche il sindaco di Monaco, Dieter Reiter, lo allontanò dalla Filarmonica di quella città di cui era direttore musicale. Seguirono la Carnegie Hall di New York e la Filarmonica di Vienna. La bufera non colpì lui solo, ma anche Anna Netrebko, la quale, pur contraria alla guerra, ritenne ingiusto pretendere dagli artisti pubbliche dichiarazioni contro la propria patria. Il caso forse più desolante si ebbe nella nostra regione. Tre giovani violiniste russe, Lidia Kocharyan, Anastasia Pentina e Carolina Averina, furono espulse dal concorso internazionale per violino Rodolfo Lipizer dal direttore Lorenzo Qualli. La vicenda si concluse grazie all’intervento del sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna, contrario all’espulsione, che organizzò per le tre escluse un concerto per la pace in forma di riparazione. Da quel momento molti intellettuali, come lo scrittore Paolo Nori e la studiosa di letteratura russa e traduttrice Laura Salmon, per fare solo due esempi, hanno visto revocati i loro interventi pubblici. Ma Gergiev resta il caso più noto e discusso: dal 2022 non ha tenuto più concerti in Europa. Sono passati oltre tre anni di guerra e di massacri sul fronte ucraino, ma il clima ancora oggi pare lo stesso e il nome del direttore russo suscita le medesime polemiche di allora.

È bene sapere ciò che gli artisti, in quanto personalità pubbliche, pensano e fanno, ma le cose vanno raccontate per intero. Navalnaya rimprovera a Gergiev il concerto di Palmira del 2016 con una ricostruzione parziale e tendenziosa. Il concerto di Gergiev con l’orchestra del teatro Marijnskij si tenne il 5 maggio 2016, subito dopo la riconquista, fatta dall’esercito siriano di Bashar al-Assad con il supporto delle truppe russe, della città, che era caduta dal maggio del 2015 sotto il dominio dello “Stato Islamico”. Fu dedicato alla memoria del tenente dell’esercito russo Aleksandr Aleksandrovich Prokhorenko, morto durante la riconquista della città, e a quella di Khalid Asaad, il grande archeologo che spese l’intera sua vita nello studio del patrimonio di Palmira. Quando la città cadde nelle mani dell’ISIS (maggio 2015) egli fu catturato, torturato e infine decapitato (18 agosto 2015). Aveva avuto rapporti con gli infedeli; aveva studiato gli idoli dei miscredenti, furono le accuse. Ci fu un discorso di Putin di cui ignoro i contenuti, ma non mi pare un concerto di cui ci si debba vergognare. Della ricostruzione offerta dalla Navalnaya mi pare invece di sì.

Si tende anche a dimenticare cosa Gergiev eseguirà alla Reggia di Caserta. Il programma prevede la sinfonia della Forza del destino di Giuseppe Verdi (la cui prima esecuzione ebbe luogo proprio al teatro di San Pietroburgo il 10 novembre 1862), la Sinfonia n. 5 in Mi minore, op. 64 di Pëtr Il’ič Čajkovskij e il Bolero di Maurice Ravel. Si tratta di autori che non possono in alcun modo essere ricondotti alla propaganda evocata da tutti. Non sono previsti discorsi. Non mi pare ci sia alcuna provocazione.

Ma ormai l’intero oggetto della discussione, il concerto, viene completamente cancellato e sostituito con un altro: la presenza di un nemico, amico di Putin. Ragioniamo come in tempo guerra, quando non si può che essere o amici o nemici, o fedeli o traditori. La questione, al contrario di ciò che si dice, non ha più neppure a che fare con Gergiev, ma con il nostro rapporto col nemico. Ragionando così non vogliamo affatto la pace, ma la guerra e questo non è un male solo per la musica, ma per la società intera. «La pace non è assenza di guerra: è una virtù, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia», diceva Spinoza. Lo abbiamo dimenticato.