INSEGNARE IL FRANCESE A SEOUL

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di Stefano Crisafulli

Isabelle Huppert in Una viaggiatrice a Seoul

Al centro dello sguardo c’è lei, Isabelle Huppert, ovvero Iris, la protagonista del film del maestro sudcoreano Hong Sang-soo Una viaggiatrice a Seoul (in originale Yeohaengjaui piryo, che significa letteralmente ‘Le necessità di un viaggiatore’), di recente apparso nelle sale italiane dopo aver ricevuto il gran premio della giuria, un anno fa, alla Berlinale. Ma è uno sguardo che spiazza il pubblico in sala, perché di Iris si sa poco o nulla, a parte il fatto che è francese, che vive a Seoul ospite di Won-ju, un giovane universitario (Ha Seong-guk), e che per mantenersi (a stento e senza una preparazione adeguata) insegna la sua lingua madre agli autoctoni. La Seoul dei grattacieli incombenti fa da sfondo ad una non-storia piena di verde (inteso anche come colore) e di natura, a cominciare dai vestiti floreali di Iris e dalle sue caracollanti passeggiate nei giardini, che a volte si concludono con un sonnellino sulle rocce o con una pausa musicale, suonando (a braccio…) un improbabile flauto su una panchina. Lì la incontra per caso il giovane, che viene irresistibilmente attirato dalla ‘pifferaia magica’ e a cui lei chiede e ottiene ospitalità, nonostante le forti perplessità della madre di lui quando, nel sorprendente finale, andrà a trovarlo all’improvviso.

Ma a sorprendere è soprattutto il comportamento di Iris, scostante e, allo stesso tempo, sempre concentrato su dettagli che agli altri sfuggono, come un’emozione inespressa o il significato di una poesia vergata su pietra e ormai divenuta un elemento indifferente del paesaggio cittadino. Per non parlare dell’inusuale metodo di insegnamento del francese, che verrà proposto ad una pianista prima e ad una coppia poi, sconvolgendone le certezze acquisite e scardinando le resistenze dovute alle abitudini relazionali dei sudcoreani, improntate su scambi spesso meramente formali e chiuse ad una comunicazione che possa giungere in profondità. A maggior ragione se questo tipo di comunicazione proviene da una sconosciuta straniera, capace di sorbirsi quantità inusitate di ‘magkeolli’, un vino di riso locale dall’aspetto lattescente, e di incunearsi nelle vite altrui grazie alla sua apparente spontaneità. Ma qual è questo metodo? Iris ad un certo punto della visita domanda, senza preavviso e con insistenza, le emozioni che allievi e allieve hanno provato suonando uno strumento musicale o osservando qualcosa, finché non forniscono la risposta più sincera possibile, poi trascritta in francese su un foglietto di carta. Ne risulta una frase che, nonostante non sia sempre gradevole, dovrà essere ripetuta più volte, sino a farla propria. La lezione, di solito, finisce lì, con grande sconcerto dei presenti, i quali pagano il pattuito e poi guardano la loro insegnante andarsene così com’è arrivata. La commistione di lingue che si alternano nel film, quella sudcoreana e quella francese in primis, ma anche l’inglese che fa da trait d’union tra le due culture, è parte integrante della difficoltà di tradurre agli altri i propri sentimenti e, in generale di comunicare, che il regista Sang-soo ha voluto far emergere da immagini minimaliste ed enigmatiche e, in effetti, averlo visto al cinema in lingua originale si è rivelato un valore aggiunto. Ciò che resta è la poesia, anch’essa di non facile traduzione, che traspare nel film e il film stesso, oggetto a suo modo inquietante e affascinante da scoprire e, persino, da riscoprire quando lo si è già visto, come quei libri che non ci si stancherebbe mai di rileggere più volte, perché portatori di continue stratificazioni di senso.