UN PO’ DI DÉCO, PER PIACERE
grandi mostre | Il Ponte rosso n. 112 - febbraio 2025 | Roberto Curci
La breve stagione dello “Stile 1925” rivive cent’anni dopo in una mostra a Milano
Arte, costume, moda, musica, danza: una ventata di modernità targata Parigi
di Roberto Curci
Centenari, cinquantenari, ventennali, decennali. La voga di ricordare/commemorare, alla scadenza di qualsiasi anniversario purché tondo, fatti ed eventi più o meno importanti, nascite o morti di personaggi più o meno insigni, è – si sa – largamente invalsa e non sempre rappresenta una comoda via di fuga per riempire le pagine dei superstiti giornali cartacei o per escogitare opinabili serie televisive. Talora è giusto, anzi doveroso, segnalare che – perbacco! – è passato già un secolo, o mezzo secolo, dacché. Ciò vale soprattutto per i grandi eventi storici, su cui meditare: sacrosanto, ad esempio, rammentare che sono trascorsi ottant’anni dal 1945, con tutto ciò che di terribile e di salvifico rappresentò quell’anno nel mondo intero.
Certo, a fronte della ricorrenza dello sconquasso finale della seconda guerra mondiale, può forse far sorridere che il 2025 preveda anche un’altra, ben più pacifica, ricorrenza, attinente alla civiltà dell’arte e della cultura. E tuttavia val la pena di parlarne, dato che cent’anni fa visse il proprio apice una somma di eventi attinenti principalmente le arti visive ma, al tempo stesso, il costume, la moda, la musica, la danza, i
l modo stesso di porsi (almeno nel mondo occidentale, di qua e di là dell’Atlantico) nei confronti di una realtà umana e geopolitica che da quello sconquasso era uscita da non molti anni.
Stanza da bagno nell’alloggio presidenziale del Chanin Building, New York, 1929
Quel 1925 segnò dunque una sorta di pausa di decantazione e di ingannevole ottimismo, perfino in un’Italia che già era precipitata nella voragine della dittatura. Fu la Francia, in realtà, a dare il “la” al multiforme fenomeno: la Francia di Joséphine Baker e di Mistinguett, di Man Ray e Gertrude Stein, del charleston e delle jazz-band, della Revue Nègre e dei nuovi costumi femminili: gonne corte e capelli à la garçonne. Nelle arti visive si apriva uno spiraglio lietamente decorativo, lussuosamente minimalista, fatto di piccole cose eleganti e leggiadre, contro le asprezze del cubismo e dell’espressionismo, e nell’attesa di un ritorno all’ordine che avrebbe comportato un nuovo impatto contro gli spigoli del Novecento.
A quella fase, che investì di sé l’intero arco degli Anni ’20, si diede poi il nome di Art Déco, o Stile 1925. E la consacrazione si ebbe a Parigi, con l’Expo ’25, ovvero l’Exposition International des Arts Décoratifs et Industriels Modernes: una breve, effimera stagione, rispecchiata nelle lievi silhouette delle donnine disegnate da Barbier, Lepape, Erté e dall’italiano Brunelleschi, nei manifesti pubblicitari, nei mobili e negli squisiti oggetti d’arredo (dorature, lacche, marmi, ceramiche, cristalli, ferri battuti) inventati da architetti e gruppi di designer talora ispirati dal fascino antico del neoclassico e da quello recente dell’arte africana.
Alla fin fine, come scrisse nel 1965 la più precoce studiosa italiana del fenomeno, Giulia Veronesi (Stile 1925. Ascesa e caduta delle Arts Déco), l’Expo non fu che «un’immensa fiera sistemata nel Grand Palais e nei diversi padiglioni, fra i quali spiccava per la sua balordaggine architettonica quello dell’Italia». Eppure da Parigi quelle scelte estetiche si irradiarono a gran velocità, contagiando anche l’Italia, con la II e la III Biennale di Monza, 1925 appunto e 1927: da cui spuntò, però, una sola, autentica stella, quella del giovane architetto Gio Ponti, «elegante disegnatore di mobili, oggetti e specialmente di ceramiche in pezzi unici finemente decorati prodotti dalla Richard Ginori di Doccia, in Toscana» e, nel ’28, fondatore della più diffusa rivista italiana di arti decorative, Domus.
Al Déco dedica ora una nuova rassegna il milanese Palazzo Reale (fino al 29 giugno): “Art Déco. Il trionfo della modernità” a cura di quel Valerio Terraroli che già nel 2017 aveva allestito sul tema una mega-mostra, corredata da un mega-catalogo di Silvana Editoriale, ai Musei di San Domenico, a Forlì. Né si può parlare di sorprendente revival dato che in Italia questo piacevole stile nato sotto il segno della leggerezza s’era già meritato altre due mostre nell’arco degli ultimi trent’anni: “Art Déco in Italia” ad Aosta (2003, catalogo Silvana Editoriale), a cura di Alberto Fiz e della grande studiosa del Liberty Rossana Bossaglia; e “Art Déco Boemia 1918-1938” (Praga, indi Padova, Palazzo della Ragione, 1996, catalogo Electa).
P. S. A noi, portatori sani di sano campanilismo, sorge però, a questo punto, una lecita domanda. Chissà se ai suoi tempi il Déco ha attecchito, in qualche misura, alle nostre latitudini? Non si direbbe: dal punto di vista architettonico Trieste sembra essere transitata direttamente dal Liberty secessionista-viennese al Razionalismo, con episodi sparsi di ingegnoso eclettismo (neogotico, neoveneziano, neorinascimentale…). A guardar bene, però, c’è almeno un palazzo plausibilmente definibile di gusto déco: è il “grattacielo rosso” delle Assicurazioni Generali (1924-1928), o Palazzo Aedes, o Palazzo Berlam, dal nome del costruttore, oggi includente gli arredi d’epoca dell’ex Bar Cattaruzza saggiamente conservati nel Caffè al pianterreno, benché – secondo il Mibac – non avessero alcuna valenza artistica e dunque risultassero privi di ogni tutela. Un singolare grattacielo “americano”, intruso in un ben diverso skyline, ispirato com’è all’American Radiator Building, considerato il primo del genere déco a New York (1923), prima dei ben più noti Chrysler ed Empire State.
Altro? Ben poco, quasi nulla. Dettagli decorativi da cercare col lanternino in quanto resta degli arredi originali di caffè storici (Pirona, Torinese, Urbanis, col bel pavimento musivo di Urbano Corva) o in negozi ormai perduti: la Calzoleria Rosini di via Dante, la Calzoleria Martini di via Muratti, con i loro arredi lignei propriamente déco, grazie anche al gusto modernista di quella schiera di falegnami, intagliatori, ebanisti giuliani che, tra 1925 e 1931, rifulse altresì negli interni di transatlantici quali “Saturnia”, “Vulcania”, “Victoria”.
Ma questo è un altro discorso, da rimandare, magari assieme a un altro sprazzo di “triestinità”: a Milano, nello stesso Palazzo Reale, è infatti aperta – guarda caso – anche la mostra “Io sono Leonor Fini” (fino al 22 giugno), ennesima rassegna sull’arte di “Lolò”. L’occasione (pretestuosa)? Un altro centenario: quello della nascita del Surrealismo, movimento nel quale peraltro mai la Fini si riconobbe e da cui prese anzi le distanze.
