RIDERE, RIFLETTERE ED EMOZIONARSI AL “BOBBIO”

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Il Teatro Stabile di Trieste, La Contrada, propone tre storie diversamente venate di ironia, che hanno però il potere di farci riflettere sulla nostra condizione e sulla nostra storia

Amanti, Il fu Mattia Pascal e infine Putele… e Putei. Carpinteri e Faraguna 101

di Walter Chiereghin

Massimiliano Gallo e Fabrizia Sacchi in: Amanti foto di Anna Camerlingo

AMANTI

Un uomo e una donna, sconosciuti l’uno all’altra, si incontrano davanti la porta di un ascensore, mentre lei ne esce e lui si accinge ad entrarvi, Nella quotidianità di tutti – di quelli almeno tra noi che utilizzano abitualmente gli ascensori – è un incontro fortuito, ma per Claudia (Fabrizia Sacchi) e Giulio (Massimiliano Gallo) quell’incontro accidentale costituisce invece l’inizio, o se si vuole il prologo, di una storia, come eufemisticamente definiamo una relazione d’amore, o anche solo di sesso.

L’ascensore galeotto conduce allo studio di una psicoterapeuta, della quale entrambi sono pazienti, specializzata nella terapia delle dinamiche dei rapporti di coppia e quindi l’intera azione si svolge all’interno di una indovinata scenografia – dovuta a Monica Sironi – che suddivide il palcoscenico, mediante un gioco di luci che alternativamente concentra l’attenzione degli spettatori su uno dei due interni in cui agiscono i personaggi: la camera di un albergo dove i due amanti si danno convegno per vivere i loro incontri (clandestini, dal momento che sono entrambi sposati) e lo studio dell’analista. Ai due ambiti appartengono atteggiamenti, sensibilità ed emozioni contrastanti che compongono tutte le contraddizioni nell’intimità della stanza d’albergo. In essa i due si ingegnano a vivere con leggerezza l’avventura cullando l’illusione di essere capaci di mantenere su un piano di affettuosa complicità erotica la loro storia appagante. Nello studio professionale che occupa l’altra metà della scena gli amanti devono rispondere, nel confronto con la psicologa, un redde rationem relativo ai loro comportamenti adulterini, innescando una sequela di menzogne e di ambiguità a mimetizzare o edulcorare i sensi di colpa e le insincerità – anche con sé stessi – ingenerati dalla loro precaria situazione sentimentale.

Questa materia già a prima vista complessa e dinamica è tale da implicare aspetti psicologici anche drammatici e portare alla luce dubbi e semplificazioni riduttive dei due protagonisti è confezionata all’interno di una commedia brillante e leggera, divertente e piena di spunti comici. Merito innanzitutto dello scrittore e sceneggiatore Ivan Cotroneo, autore del testo e regista dello spettacolo, e naturalmente della spumeggiante interpretazione dei protagonisti e dei comprimari che li accompagnano, Orsetta De Rossi (la psicoterapeuta), Eleonora Russo (la moglie di Giulio) e Diego D’Elia (marito di Claudia), oltre della già citata Monica Sironi e della scenografia semplice e dinamica da lei individuata. Con l’artificio di luci ideato per suddividere in due il palcoscenico, non si consegue soltanto il risultato di sdoppiare lo spazio scenico sul quale si muovono gli attori, ma anche gli ambiti emozionali e psicologici dove si esercitano complicità, tenerezza, desiderio e seduzione (nella camera d’albergo) e al contrario, nello studio dell’analista, dove emergono le contraddizioni, i sensi di colpa, le ambiguità di comportamenti che sono impliciti in una liason amorosa costretta nei limiti di una relazione adulterina.

La trama che abbiamo molto sinteticamente tratteggiato offre lo spunto per momenti di esilarante comicità, enfatizzata dalla perizia attoriale soprattutto dei due protagonisti, che riescono a mantenere un brioso effervescente dialogo spesso intenerito che ha ragione della criticità delle rispettive situazioni coniugali alle quali in definitiva nessuno dei due intende sottrarsi.

Indovinata anche la colonna sonora di canzoni italiane di successo degli anni ’60, la più iconica delle quali, Mi sono innamorato di te, mette alla prova anche un’insospettata qualità di cantante del convincente – come attore – Massimiliano Gallo.

Giorgio Marchesi in: Il Fu Mattia Pascal
foto di Marco Marani

Il Fu Mattia Pascal

Del romanzo Il fu Mattia Pascal, dato alle stampe nel 1904,si può dire che sia il libro che inaugurò il Novecento letterario italiano, anche se la sua fortuna nel nostro Paese – fu accolto meglio in Francia e in Germania – dovette attendere più di dieci anni, talché viene spesso considerato in abbinamento alla Coscienza di Zeno, pubblicato invece soltanto nel 1923, diciannove anni dopo il romanzo di Pirandello.

La rappresentazione di un uomo compresso in una situazione familiare ed economica di grave disagio, descritta nella prima parte del romanzo, sembra la riproposizione di quanto accadde nella vita dell’autore e della sua famiglia durante la scrittura del romanzo. Nel 1903, difatti, in conseguenza di un allagamento nella solfatara di proprietà del padre, la famiglia subì un tracollo economico che tra l’altro aggravò sensibilmente le già precarie condizioni di salute mentale della moglie, Maria Antonietta Portulano, che dal trauma non si sarebbe più risollevata. Facile congetturare che Pirandello inseguisse una sua fantasia che lo riguardava personalmente, mentre descriveva Mattia Pascal che abbandona il paese dove viveva quell’intollerabile situazione familiare e sociale, inseguendo l’idea di fuga che si trasformò – per eventi fortuiti – addirittura nella possibilità di vivere un’altra vita, diversa da quella alla quale il personaggio s’era volontariamente sottratto.

La struttura del romanzo è assai complessa, dovendo tra l’altro rappresentare un’azione che si svolge in località diverse, dal borgo ligure immaginario di Miragno – nel quale si svolgono la prima e la conclusiva parte del libro – e altre, nelle quali è ambientata la lunga analessi entro la quale si svolgono i fatti più singolari e connotativi della narrazione, che accadono a Nizza, a Torino, e lungamente a Roma, dove soggiorna Adriano Meis, il nome che Mattia s’è dato per vivere l’esperienza della sua seconda vita, prima di risolversi a tornare al paese dal quale era fuggito.

A parte il protagonista e voce narrante del romanzo, Il fu Mattia Pascal si sviluppa attorno alla presenza di una grande quantità di personaggi che con lui interagiscono, il che può incuriosire uno spettatore che, conoscendo più o meno bene la storia narrata, è chiamato da La Contrada ad assistere a uno spettacolo basato sulla presenza in scena di un unico attore, un autentico one man show, come si preannunciava la rappresentazione programmata per lo scorso 31 gennaio.

A dare vita a questa lettura del capolavoro narrativo di Pirandello è stato Giorgio Marchesi, noto grazie alla partecipazione ad alcune serie televisive, che firma anche la regia con Simonetta Solder, mentre le musiche originali sono eseguite dal vivo al contrabbasso da Raffaele Toninelli, unica altra presenza in scena.

Marchesi entra passando per la platea, vestito di un frac candido, tuba – anch’essa bianca – in testa, abbigliamento contraddetto dalla mancanza di camicia e cravatta, oltre che, ai piedi, da un paio di anfibi. Cito dettagliatamente il costume di scena perché mi è sembrato preludesse ai contenuti dello spettacolo, col suo tono a un tempo convenzionale e disinvolto. E infatti, guidato si direbbe da un istinto istrionesco, ma anche da un esercitato controllo sulle proprie doti di affabulatore, l’attore ha proposto una lettura del complesso romanzo, proponendone una versione fin troppo semplificata, giocata soprattutto sui toni divertiti del paradosso e dell’ironia, per mezzo di una lingua, semplificata anch’essa e in qualche modo “attualizzata”.

Il pubblico sembrava apprezzare. Quanto a me, mi sono scoperto una gran nostalgia del testo di Pirandello. Non saprei dirvi se ciò sia un merito dello spettacolo o non piuttosto un suo limite.

Enza de Rose, Adriano Giraldi, Ariella Reggio e Giacomo Segulia
in: Putele… e putei. Carpinteri e Faraguna 101

PUTELE… E PUTEI.

CARPINTERI E FARAGUNA 101

La Contrada Teatro stabile di Trieste ha rinnovato per mezzo di una sua produzione un’occasione d’incontro con il suo pubblico più affezionato, sull’onda divertita e nostalgica di un omaggio a Lino Carpinteri (1924-2001) e Mariano Faraguna (1924-2013), popolari autori che dall’immediato dopoguerra fino alla soglia del nuovo millennio accompagnarono la vita della città attraverso il loro lavoro, lungo il tracciato di un’amicizia durata tutta la vita. L’incontro tra i due avvenne nell’autunno del 1945, nell’ambito della rivista studentesca, Il Caleidoscopio. Nei mesi drammatici dell’immediato dopoguerra il foglio si ispirava ad una visione politica filo-italiana e duramente contrapposta dunque tanto alle ipotesi di “balcanizzazione” di Trieste, quanto a quelle che propugnavano un assetto statuale indipendente. Quando nel ’47 cessarono le pubblicazioni, Carpinteri e Faraguna fondarono il settimanale La Cittadella, che trovò ospitalità sul Piccolo ogni lunedì e le cui pubblicazioni cessarono soltanto nel maggio del 2001. Alla settimanale uscita de La Cittadella, si affiancò ben presto anche una trasmissione radiofonica, El campanon, messa in onda dalla sede Rai di Trieste per decenni, a sua volta fucina e pretesto per la creazione di nuovi personaggi che godettero di un’incredibile popolarità, come el noneto, interpretato dall’attore Lino Savorani, che recitava poesie in dialetto, ricordando i bei tempi andati, quelli di “prima della prima guerra”.

Questo richiamo al passato più prospero della città, che rimarrà poi una costante nei testi, in versi e prosa, di Carpinteri e Faraguna, segna per la città il nostalgico ripiegarsi su se stessa e sulle glorie passate che, superato l’incubo dell’annessione alla Jugoslavia e sfumate le tentazioni indipendentiste, si riscopre economicamente in declino anche in esito alla “seconda redenzione”. Saranno in particolare i racconti brevi de Le Maldobrie, la fortunata serie narrativa basata su sproloqui e colloqui tra un vecchio marittimo ridotto al ruolo di pescivendolo, sior Bortolo e la sua ingenua interlocutrice siora Nina a mettere in risalto, con la bonaria ironia della quale sono intessuti i testi dei due autori, le vicende di una città che affrontava la propria storia con lo sguardo costantemente volto all’indietro, a cercare nel passato fasti e nefasti in grado di ricondurre nostalgicamente alla vivida attualità del presente.

A ricordare i due popolari scrittori a un secolo (e poco più) dalla nascita di entrambi, La Contrada ha prodotto Putele… e Putei. Carpinteri e Faraguna 101, diretta da Giacomo Segulia, che aveva  debuttato nel 2024 ed è stata riprogrammata a grande richiesta come evento speciale nella stagione corrente. Andata in scena soltanto domenica 2 febbraio, in una sala peraltro gremita e assai partecipe, con risate e applausi, delle letture proposte dagli attori Adriano Giraldi, Enza de Rose e Giacomo Segulia,guidati dalla carismatica presenza di Ariella Reggio, beniamina del pubblico fin dal 1976, anno di fondazione del Teatro Popolare La Contrada.

Con i testi di Carpinteri e Faraguna, d’altra parte, la Reggio s’era cimentata già in precedenza, sul palcoscenico del Politeama Rossetti, allorché venne rappresentata, con la regia di Francesco Macedonio «la trilogia delle Maldobrìe. Si trattò di tre spettacoli proposti in stagioni ravvicinate – Le Maldobrìe (1970), Noi delle vecchie province (1972) e L’Austria era un Paese ordinato (1974) – che videro impegnata una corposa compagnia locale di cui devono essere perlomeno ricordati Lino Savorani, Giorgio Valletta, Mimmo Lo Vecchio, Gianfranco Saletta, Orazio Bobbio, Riccardo Canali, Luciano D’Antoni, Franco Jesurum, Lilia Carini, Lidia Braico, Elisabetta Bonino, Giusy Carrara Tieghi e soprattutto Ariella Reggio, attrice amatissima dal pubblico triestino e non solo». La citazione è tratta da un testo di Paolo Quazzolo, dal volume Dal vivo. I settant’anni del Rossetti Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia (Electa 2024), che così prosegue: «Le Maldobrìe sono dei racconti di terra e di mare, ambientati ai tempi dell’Impero austro-ungarico, che hanno per protagonisti personaggi che si esprimono in un linguaggio mai esistito realmente, ma che propone una sorta di dialetto della memoria e del cuore. Le situazioni esilaranti e talora malinconiche, una messinscena creata con grande cura da un raffinato regista quale Francesco Macedonio, garantirono un successo travolgente all’operazione, contribuendo a far toccare il massimo storico degli abbonamenti. Ancora oggi, il ricordo di questi spettacoli in coloro che ebbero la fortuna di assistervi, è molto forte e questi vengono evocati come un’operazione unica nel suo genere e di grande qualità» (ibidem, pp. 66-67).

Da oltre mezzo secolo, dunque, i testi di Carpinteri e Faraguna hanno fornito materiale drammaturgico ai teatri triestini, e segnatamente alla Contrada, che spesso ha proposto spettacoli direttamente ispirati dai libri usciti dalla fluente inventiva dei due ad inaugurare le proprie stagioni di prosa, richiamando un pubblico fedele ed entusiasta, il medesimo che ha affollato la platea del “Bobbio” anche in questa più recente occasione.

Lo spettacolo è affidato fin dalle prime battute alla consumata esperienza di Ariella Reggio mentre legge una copia del Piccolo, ovviamente commentando – in dialetto – quanto attinge dalla lettura. Seduta in una poltrona che di per sé le assegna la centralità del ruolo di nonna che interagisce, dapprima al telefono poi di persona con suo figlio (Adriano Giraldi) e con i due nipoti (Enza De Rose e Giacomo Segulia). La stanza è ingombra di libri parzialmente stipati in cartoni, dai quali emergono quelli che i tre personaggi più giovani sono chiamati a leggere, e si tratta di alcuni dei volumi editi dalla MGS e ben noti ai triestini che ne hanno determinato la fortuna anche commerciale. Si tratta di copie dalle quali la nonna impone la lettura ai nipoti e anche al figlio, quasi come un passaggio di testimone in una staffetta con le generazioni più giovani, attingendo da Co ierimo putei a Cossa dirà la gente, da Debegnac Debegnac alle celeberrime Maldobrie.

L’adesione degli spettatori o almeno della maggior parte di loro è stata quasi percepibile: incurante o anzi al contrario in attesa di conferme dalla ripetizione di situazioni, modi di dire, luoghi comuni, citazioni. Il pubblico si è lasciato incartare nell’ultimo dei testi presentati, Il porto dell’amore, il racconto probabilmente più celebre tra quelli raccolti nel primo volume delle Mandobrie, nel quale si narra la disavventura coniugale del comandante Nacinovich che, in occasione di una serata con la consorte a festeggiare l’anniversario di matrimonio, vede irrimediabilmente vacillare la fama artatamente costruita negli anni di uomo onesto, sobrio e morigerato e soprattutto di marito fedele. Alla moglie che reagisce con violenza anche fisica alla rivelazione di un’insospettata doppia vita del marito, tolgono ogni dubbio le parole del vetturino del brum che riaccompagna la coppia, il quale, chinandosi verso i due esagitati passeggeri, chiude la narrazione con una battuta ormai mitica: «Comandante Nacinovich, gavemo portado in vita nostra putane a bordo, eh? Ma cative come questa, mai!». Una conclusione probabilmente attesa dalla gran parte degli spettatori, come il monologo del bacio nel Cirano de Begerac di Rostand, a testimonianza dell’immarcescibile popolarità dei due autori ai quali il teatro ha voluto confermare l’omaggio anche in questa gradita occasione.