I CONCERTI DEL CONSERVATORIO

| |

Giovani concertisti garantiscono buona qualità e freschezza esecutiva nella sala intestata a Giuseppe Tartini

di Luigi Cataldi

Quartetto New Era

Concertisti che ancora stanno completando la loro formazione e che da poco, ma con intensità, hanno iniziato la loro carriera di esecutori si stanno esibendo alla sala Tartini del Conservatorio di Trieste, assicurando buona qualità e freschezza esecutiva.

Il 4 febbraio il Quartetto New Era, nato nel 2021 all’interno del Tartini, ha eseguito il Quartetto in Sol maggiore Op. 77 n.1 di Joseph Haydn, il “Quartettsatz” D 703 di Franz Schubert e il Quartetto in Fa maggiore “Kabardiniano” op. 92, n. 2 di Sergej Prokofiev. La provenienza multietnica dei componenti dona un tono particolare alla compagine. Kristina Mlinar (violino) viene dalla Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, Teodora Kaličanin (violino) dal Montenegro, Ecem Eren (viola) dalla Turchia, Alessandro Pietro Dore (violoncello) dall’Italia. Nonostante la giovane età e la recente formazione si sono distinti in premi nazionali e internazionali e hanno iniziato una apprezzata attività concertistica.

Puntuali nel quartetto di Haydn, hanno poi eseguito con espressione l’incompiuto Quartetto n. 12 in Do minore, “Quartettsatz”, D 703 di Schubert: eccellente impasto sonoro, buona intesa e stacco dei tempi convincente. Ma è nel Quartetto in fa maggiore op. 92 n. 2 di Prokofiev che gli esecutori hanno dato il meglio di sé. Si tratta di un quartetto composto nella provincia autonoma del Kabardino-Balkaria nel Caucaso settentrionale, dove Prokofiev insieme ad altri artisti sovietici si era rifugiato dopo l’invasione tedesca nel 1941. Il clima di guerra pare cancellato dalla ricerca dei suoni della terra che ospita il compositore. L’intero materiale tematico del quartetto viene da motivi popolari di quella regione. Sui temi di una danza (Udzh Starikov) e di una canzone (Sosruko) è costituito il primo tempo in libera forma di sonata. Nel secondo tempo il violoncello al registro acuto intona un canto amoroso (bravo Alessandro Pietro Dore a renderne il carattere). La danza circassiana Lezginka, oltre al ritorno dei temi del primo tempo, offre il materiale all’ultimo movimento. Gli esecutori hanno messo in risalto con gusto queste componenti etniche e mostrato vivacità nella scelta dei tempi, buon amalgama sonoro e grande espressività soprattutto nel finale. Sorprendente anche il bis: un canto bosniaco cantato dalla violinista Kristina Mlinar.

Eva Miola

L’11 febbraio si sono esibiti Eva Miola (violino) e Matteo Di Bella (pianoforte), giovanissimi udinesi (classe 1999 lei, 2001 lui) che stanno completando la loro varia e accurata formazione nazionale e internazionale (per i dettagli rimando al programma dei concerti che si può trovare on line sul sito del conservatorio Tartini) e che hanno già iniziato una promettente carriera concertistica. Avevo ascoltato Eva Miola nel 2023 al Festival di Trieste (ne ho parlato sul n. 96 dell’Ottobre 2023 di questa rivista) in una bella esecuzione della Partita in si minore di Bach e della Sonata n. 2 di Ysaÿe e ne avevo apprezzato le capacità espressive. In duo con Matteo Di Bella, un pianista sorprendente per la naturalezza con cui affronta le asperità tecniche e per la capacità di ascolto, mi è parsa ancor più matura. Compostezza, naturalezza e determinazione mi sono sembrati i tratti più da apprezzare dei due esecutori: nessun gesto plateale, nessun eccesso, ma concentrazione e buon dialogo.

Matteo Di Bella

In questo modo hanno affrontato il complesso programma che, procedendo cronologicamente a ritroso, è partito dal Sergej Prokofiev sovietico per giungere al Camille Saint-Saëns tardo romantico. Di Prokofiev è stata eseguita per prima la Sonata n. 1 in fa minore, op. 80, composta con la consulenza di David Oistrach (come gran parte della musica per violino del compositore) dopo una lunga gestazione dal 1938 al 1946, e poi le Cinque Melodie senza parole op. 35 bis del 1925, rielaborazione fatta anch’essa con la consulenza di Oistrach, dell’omonima versione scritta nel 1920 per la cantante Nina Kochitz. Di comune fra le due composizioni (di vena modernista, antiromantica e anticlassica quella più giovanile, di ritorno a una “nuova classicità” l’altra, composta dopo il rientro in Unione sovietica), c’è l’importanza della melodia. Per una musica che risponda alla «grandezza dell’epoca», scrive Prokofiev su Isvestia nel 1934, «l’idioma conveniente […] dovrà essere melodioso, espresso con una melodia chiara e semplice. […] Lo stesso vale per la tecnica e la forma che esigono chiarezza e semplicità». Nella sonata si apprezza la modernità delle asimmetrie ritmiche, delle asprezze timbriche (che si ascoltano sin dall’attacco nei suoni cupi del registro basso del pianoforte e nei rochi trilli del violino), le ossessive corde doppie e i pizzicati e, all’opposto, le volatine di suoni armonici e il lirismo del violino. Le Cinque melodie, pur appartenendo alla stagione rivoluzionaria modernista (che in queste composizioni echeggia nel virtuosismo del violino, nella politonalità e in qualche tono grottesco), gettano un ponte con la fase successiva soprattutto esaltando la componente lirica e cantabile, in particolare nella prima, nella seconda e nella quinta melodia. Varietà dei timbri, asciuttezza ed espressività aderente al carattere novecentesco della musica hanno caratterizzato l’esecuzione.

Dopo Prokofiev, la Sonata n. 1 in re minore op. 75 di Camille Saint-Saëns (1885) è parsa rasserenante: la forma sonata del primo tempo (Allegro agitato) ancorata alla tradizione, il notevole virtuosismo richiesto più aperto e vivace, i modelli ritmici, pur nella frequente loro alternanza di tempi, più familiari all’orecchio. Persino il moto perpetuo del violino che conclude la composizione riconcilia con un mondo meno teso. La tensione si è sciolta del tutto con il bis: la Danza orientale da Scheherazade di Nikolai Rimsky-Korsakov nell’arrangiamento di Fritz Kreisler. Un’esecuzione impeccabile.

La Sala Tartini