STUPARICH LEGGE DANTE

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Nella primavera del 1955 il professore triestino tenne un corso di aggiornamento sull’opera del Poeta

di Francesco Carbone

Giani Stuparich Come leggere Dante
a cura di Anna Storti
introduzione di Elvio Guagnini
con una nota di Giusy Criscione
EUT, Trieste 2024
pp. 193, euro 15,00
Opera disponibile
ad Accesso Aperto

Dal 3 marzo al 6 aprile 1955, al liceo classico Dante Alighieri di Trieste, Giani Stuparich tenne un corso di aggiornamento per insegnanti sulla Commedia di Dante. Il manoscritto delle lezioni, assieme ad alcuni testi d’occasione, è stato meritoriamente pubblicato nel 2024 dall’EUT, Edizioni Università di Trieste, a cura di Anna Storti e con un’introduzione di Elvio Guagnini e una nota di Giusy Criscione. Il libro s’intitola Come leggere Dante.

Al “Dante” Stuparich aveva insegnato dal 1921 al 1942. Quando svolse il corso, aveva 64 anni. Cinque mesi prima, grazie al memorandum di Londra (5 ottobre 1954), Trieste era tornata all’Italia dopo undici anni.

Deve aver corrisposto a un’urgenza non solo letteraria ripensare Dante in un momento così cruciale della storia della città. Dante, soprattutto da Francesco De Sanctis in poi, era letto in Italia come il più acuminato e militante dei nostri grandi autori: il Vate profetico e indispensabile. E il Dante di Stuparich del 1955 è vicinissimo a quello di De Sanctis (la cui Storia della letteratura italiana è del 1870): dopo di lui, scrive il Nostro, «ben poco di sostanziale è stato aggiunto». A quei tempi gli insegnanti erano provinciali ma colti: qualche cultore di Croce, magari qualche misticheggiante lettore del Pascoli dantista, o – ma già più improbabile – qualche sparuto pazzo al corrente degli studi ancora non tradotti di Auerbach, di Curtius e di Spitzer, avrà sobbalzato, ma il senso comune doveva essere quello riproposto da Stuparich.

Non solo Dante ma la sua stessa visione complessiva della letteratura italiana è un’eco di quella di De Sanctis, per il quale, a differenza dell’apolide Petrarca o dell’aereo Ariosto, nessuno come Dante «si sente italiano e ne ha tutte le passioni».

A seconda di quanto gli italiani saranno vicini o lontani da questo Dante elevato a prototipo dell’italianità perfetta, avremo – scrive Stuparich – «il polso psicologico della nazione».  E Stuparich riassume l’essenziale del suo De Sanctis quando dice che «nelle epoche di schiavitù e di depressione Dante non conta, è come se non esistesse. Viceversa Dante viene riscoperto ed esaltato nelle epoche in cui l’Italia si rianima, riprende il cammino della propria fierezza e lotta per la propria indipendenza». Per cui, «come leggere Dante?» è chiedersi se «siamo staccati o siamo ancora uniti al nostro Risorgimento». Più desanctisiano di così…

Lo iato, che Stuparich sente tra il tempo glorioso in cui si fece l’Italia e il 1955, è quindi storico e morale: il Risorgimento è finito con la Grande Guerra, quando «non pochi volontari» combatterono tenendo «nel loro zaino la Divina Commedia». Ma «l’Italia non è più quella»; la stessa Europa non è più «il centro irradiatore della civiltà nel mondo»: «tutto» pare affermare «che la nostra non è epoca favorevole a Dante né alla poesia né al suo insegnamento».

Interrotto il solco segnato dai grandi – «l’Alfieri, il Foscolo, Mazzini, De Sanctis» – i versi di Dante non «scottano più nella nostra carne». Sono ridotti a mero «obbligo» scolastico. Finiti nel «secolo del materialismo», la possibilità di educare a una lettura vitale della Commedia per Stuparich è diventata ardua. E appare spento il valore esemplare del poema: «quanti sono disposti a preferire, ad anteporre la libertà alla propria vita, come Catone?».

Nel 1955, Stuparich vede attorno a sé uomini «provati e scossi da un’epoca tremenda», dalla «ferocia di tempi inumani, quali forse non furono mai così atroci nella storia». Tanto più che alla seconda guerra mondiale è seguito immediatamente il tempo in cui «andiamo a gara a costruire e far riserva di bombe atomiche»: c’è ancora spazio per una pura e patriottica fedeltà a Dante?

Giani Stuparich

Al pessimismo della ragione, fa da contrappeso uno strenuo ottimismo della volontà. Dante non è presentato da Stuparich come un autore ermetico e aspro, ma come un poeta amichevole, da avvicinare con fiducia. E dunque: «è vivo Dante per noi com’era vivo per gli italiani del Risorgimento? Sì, è vivo, anche per noi, ma non proprio nello stesso modo. Il Dante vivo d’oggi ha bisogno d’interpreti che ce lo avvicinino», che Stuparich non vede all’orizzonte. Intanto, «per nostra fortuna, la lingua di Dante è ancora la lingua che parliamo e che scriviamo oggi». E qui l’autore, che mai si presenta come uno specialista, pare ignorare – per esempio – l’Esercizio di interpretazione sopra un sonetto di Dante che nel 1947 Gianfranco Contini aveva dedicato a Tanto gentile, tanto onesta pare (ora in Un’idea di Dante, Einaudi, I ed. 1970), in cui si mostra «che non ci sia parola, almeno delle essenziali, che abbia mantenuto nella lingua moderna il valore dell’originale».

Ma questo è un dettaglio, magari pedante, che non vuole sminuire il senso dell’entusiasmo del vecchio professore. Il 3 marzo del 1955, la prima lezione di Stuparich era iniziata avvertendo che la pura lettura di Dante, «questo semplice problema che ci poniamo, involge varie questioni, complicate e grosse. Ma non ci lasceremo scoraggiare». L’ottimismo del didatta inaugurava il viaggio nel poema, perché «l’intera Commedia è alla portata di tutti, basta avere il coraggio di affrontarla. E tale coraggio spetta a noi di darlo, specialmente ai nostri allievi».

Il primo – e in fondo l’unico – ostacolo è l’abnorme stratificazione di studi, interpretazioni, illazioni, congetture e deliri, che hanno fatto della «dantologia (…) una selva così intricata che fa più paura a inoltrarvisi che non la selva oscura in cui si smarrisce il poeta all’inizio».

Liberarsene è il primo gesto che Stuparich annuncia: «non abbiamo né il proposito né l’ambizione di portare anche noi la nostra pietra all’edificio già tanto carico dell’erudizione dantesca. Vogliamo anzi, per contrapposto, spogliarci da ogni erudizione e affrontare il problema coi nostri mezzi».

Invece che al «fardello» dell’erudizione, Stuparich propone di affidarsi «all’ala della poesia»… Che però non è quanto Stuparich fa, almeno non subito, perché già nelle righe seguenti ferma il racconto su una questione preliminare, e per lui essenziale, come se si trattasse di dover chiarire le regole di un gioco prima di iniziare a giocarlo: la Divina Commedia è «un’opera di poesia unitaria» o «frammentaria»?

Domanda in cui però non c’è niente di naïf,se non credere che lo sia. Il problema della Divina Commedia a pezzi o da tenere sempre tutta intera rimanda a un nome (uno di quelli essenziali), Benedetto Croce, e a una data: il 1921. Nel 1921 Croce pubblicò il fondamentale La poesia di Dante: fu questo il saggio che si propose di liberare, dalla “struttura” complicata e concettosa della Commedia, i frammenti sublimi della “poesia”, come se fossero tante pietre preziose imprigionate in un’incastonatura arrugginita. Le schegge luminose sono poi i brani che più o meno abbiamo tutti affrontato a scuola, e che erano già stati privilegiati da De Sanctis: Paolo e Francesca, Farinata, ovviamente Ulisse… mentre vanno lasciati all’archeologia i canti scientifici e filosofici: l’XI dell’Inferno sull’organizzazione aristotelica del regno dei dannati, il XXV del Purgatorio sul concepimento dell’uomo, il II del Paradiso sulle macchie lunari, e così via. Tutti canti che oggi è molto più facile riconoscere bellissimi.

Sempre fermo sulla soglia dei 14.233 versi del poema, tra lettura frammentaria e lettura unitaria, Stuparich resta prudente, come del resto fecero i più, e propone – come una sintesi tra le due possibilità? – che «l’opera di poesia è sempre anche opera umana e che lo è sopra tutto la Divina Commedia nella sua interezza».

Cosa voglia dire opera di poesia e opera umana dovrebbe essere compreso leggendo quanto segue: «opera umana, e cioè universale e insieme opera personale: e di conseguenza opera liberatrice e opera educativa. Che sia così, una delle prove più convincenti è questa: che Dante è stato letto in modo diverso secondo i tempi diversi. Ogni epoca si può dire ha avuto il suo Dante».

Il che non suona chiarissimo. Ma in queste pagine di Stuparich, riconosciamo un esempio onestissimo di come si leggeva Dante, e l’importanza cruciale che a questo si dava.