PER I 70 ANNI DELLO STABILE

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In un sontuoso volume di Electa notizie, storie, considerazioni e immagini della principale istituzione del Teatro di prosa di Trieste

La storia del teatro ha origine esattamente due anni prima della fatidica serata inaugurale del 22 dicembre 1954

La narrazione di questi settant’anni consente di ricostruire la storia non soltanto del teatro, ma anche della cangiante realtà sociale e culturale che lo circondava fin dagli anni Cinquanta

Il lavoro di curatela affidato a Paolo Quazzolo ha prodotto uno strumento serio e imprescindibile per la conoscenza della storia del teatro triestino

di Walter Chiereghin

Dal vivo. I settant’anni del Rossetti Teatro stabile del Friuli-Venezia Giulia
a cura di Paolo Quazzolo
introduzione di Roberto Morelli
Electa, Milano 2024
pp. 480, euro 60,00

Il 22 dicembre del 1954 in una affollatissima sala (700 posti tra platea e galleria) dell’appena ristrutturato Teatro Nuovo in via Giustiniano, prima “casa” del Teatro Stabile “Città di Trieste”, andò in scena La donna di garbo, di Goldoni, primo spettacolo della neonata istituzione culturale. Esattamente settant’anni dopo quella memorabile serata, lo Stabile, che ne frattempo ha cambiato nome, essendo diventato Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, ha festeggiato il compleanno come si conviene, cioè con una torta di dimensioni adeguate all’importanza della ricorrenza e al goloso interesse dei molti convitati. Nel giorno della vigilia di tali festeggiamenti, nel foyer del Politeama Rossetti si è tenuta la presentazione di un libro importante, edito da Electa e curato da Paolo Quazzolo: Dal vivo. I settant’anni del Rossetti Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. Alla conferenza stampa, moderata da Pietro Spirito, hanno partecipato Roberto Morelli, autore dell’articolata introduzione, ovviamente il curatore del libro, poi il presidente dell’istituzione Francesco Mario Granbassi, l’assessore comunale Serena Tonel con delega ai teatri – per la stravagante scelta della Giunta di tripartire le deleghe relative alla Cultura – e ancora alcuni ex direttori artistici e presidenti dello Stabile. Assente, pare giustificato, il direttore attualmente in carica, Paolo Valerio.

Parliamo però del libro, protagonista, col Rossetti, della conferenza stampa. Si tratta di un volume di grande dimensione, di quasi cinquecento pagine riccamente illustrate, che fornisce una messe di informazioni circa la storia dell’istituzione, con netta prevalenza di quelle sulle stagioni più recenti, anche se una esauriente Teatrografia, curata da Quazzolo come la quasi totalità dei testi, riporta sinteticamente in calce al volume le notizie essenziali riguardanti tutti gli spettacoli prodotti o coprodotti dallo Stabile andati in scena in questi settant’anni.

Il Politeama Rossetti

L’introduzione, curata da Roberto Morelli, si concentra in particolare sul presente del teatro, rilevandone, dopo l’uscita dalle stagioni limitate dalla pandemia, i successi in termini di sbigliettamento, di abbonamenti, di incassi dovuti a produzioni vendute ad altre sedi e riassumendo il tutto nei termini di bilanci connotati da una confortante prevalenza delle risorse proprie rispetto ai fondi erogati dallo Stato. E poi il record dei biglietti staccati in una stagione, che ha consentito nel 2023 di superare con le presenze il numero degli abitanti di Trieste. Per completare l’introduzione, si è pensato di dar voce direttamente al committente, nella persona del presidente Grambassi, intervistato da Morelli.

Quanto segue, nella metodica ricerca di Paolo Quazzolo, è la storia del teatro, che ha origine esattamente due anni prima della fatidica serata del 22 dicembre 1954 della quale si è detto, negli anni difficili dell’immediato dopoguerra, con la città ancora occupata dalle truppe angloamericane, allorché per iniziativa del sindaco di Trieste Gianni Bartoli un gruppo di quarantasei intellettuali si costituì promotore di un’istituzione teatrale di lingua italiana. Si era già ricostituito fin dal 1945 – dopo la lunga dolorosa parentesi della dittatura fascista – lo Slovensko stalno gledališče – Teatro Stabile Sloveno di Trieste. «La nascita a Trieste di un Teatro Stabile di prosa in lingua italiana, anche a fronte di una compagnia di prosa in lingua slovena che operava in città sin dal 1902, deve essere quindi interpretata da un lato come la volontà di dotare una città di antiche e nobili tradizioni teatrali di una compagnia che divenisse solido riferimento artistico, sul modello di quelle che, sin dall’immediato dopoguerra, si erano già costituite in alcune città del Nord Italia, come il Piccolo Teatro di Milano o lo Stabile di Genova; dall’altro, si trattava di dare una risposta decisa a quell’incertezza di ordine politico che vedeva la città vivere una situazione di preoccupante dubbio circa le sue sorti future» (p. 28. Ove non indicato diversamente, tutte le citazioni sono tratte dai testi di Quazzolo).

Laura Solari e Luigi Almirante
ne La donna di garbo di C. Goldoni

primo spettacolo del Teatro Stabile
22 dicembre 1954

La narrazione di questi settant’anni, necessariamente sintetica, consente tuttavia al lettore di ricostruire una storia non soltanto del teatro, ma anche della cangiante realtà sociale e culturale che lo circondava fin dagli anni della lunga direzione (1954-1987) di Sergio D’Osmo, nata nel clima festoso della ricongiunzione allo Stato italiano ma – come abbiamo già accennato – generata nelle sue fasi preparatorie ben prima che fosse acquisito tale epilogo della cosiddetta questione di Trieste. Furono anni di un lento progressivo stemperarsi delle contrapposizioni ideologiche, che iniziarono ad affievolirsi negli anni successivi alla nascita dei primi governi nazionali di centrosinistra, secondo un processo che si interruppe bruscamente in città nel 1978 per il successo elettorale della Lista per Trieste, in conseguenza delle polemiche seguite alla ratifica del Trattato di Osimo. E ancora, dopo gli anni della direzione D’Osmo, e dopo la riforma che prevedeva l’elezione diretta del sindaco, da un alternarsi di amministrazioni guidate ora da maggioranze di centrosinistra – Illy (1993-2001) e Cosolini (2011-2016) – ora di altre, di colore opposto – Dipiazza (2016-2021 e 2016, attualmente in carica). Tale sommaria periodizzazione, peraltro non esplicitamente richiamata nel volume del quale stiamo parlando, aiuta a comprendere da un lato il variare di sensibilità e orientamento culturale nel pubblico che affollava le platee dello Stabile, dall’altro lato a tener conto del progressivo impadronirsi da parte della politica della diretta gestione del teatro, attraverso l’indicazione dei presidenti e dei membri degli organi di amministrazione.

Tale processo si generò a partire dagli anni Sessanta, implicando una progressiva perdita di responsabilità da parte dell’Associazione per il Teatro Stabile che aveva fino ad allora gestito le prime fasi dell’attività, che «costituirono un periodo di rodaggio e di assestamento attorno ai repertori, con lo scopo sia di consolidare e ampliare il numero degli spettatori sia di migliorare la qualità artistica della compagnia» (p. 40). Fu al termine della stagione 1954/55 che si decise di affidare a un direttore la responsabilità di intervenire direttamente come regista in alcune produzioni, e di seguire la crescita della compagnia, della quale vanno ricordati almeno Mimmo Lo Vecchio, Giorgio Valletta, Lino Savorani, Lidia Braico, Omera Lazzari, Cesco Ferro, Clara Colosimo, Franco Jesurum e Omero Antonutti, che per molti anni assicurarono la loro collaborazione, mentre vennero chiamati a farvi parte Giulio Bosetti, dal ’57, proveniente dal Piccolo di Milano e destinato a diventare condirettore artistico con D’Osmo fino al 1971, quindi, dal ’58, Paola Borboni e, per un brevissimo periodo, anche Domenico Modugno. Il palcoscenico del Teatro Nuovo ospitò importanti compagnie provenienti dal vicino Veneto, come quella dei Micheluzzi o quella di Cesco Baseggio, ma anche Dario Fo e Franca Rame, Anna Proclemer e Giorgio Albertazzi, Renzo Ricci ed Eva Magni, oltre a compagnie straniere. Si intraprese anche la presentazione di alcuni concerti di musica leggera, a partire nel ’59, con quello di Ornella Vanoni che interpretò Canzoni della malavita internazionale. Assieme al Teatro era nata nel 1954 anche la Scuola di Dizione e Recitazione “Silvio D’Amico”, che rimase in vita per soli otto anni, anch’essa filiazione dell’Associazione per il Teatro Stabile, che delegò ad alcuni attori della compagnia le attività di docenza nei confronti dei giovani e giovanissimi allevi, alcuni dei quali furono dopo la scuola cooptati nella compagnia dello Stabile e in un caso, quello di Omero Antonutti, avviati a una carriera di rilievo internazionale.

«Il progressivo incremento delle attività, l’estensione delle tournée in Italia, l’ospitalità di compagnie prestigiose, provocarono inevitabilmente un ampliamento dei bilanci e con essi, fatalmente, anche l’aprirsi delle prime difficoltà economiche. Al termine della stagione 1957-1958, l’Associazione che reggeva il Teatro Stabile dovette registrare il primo passivo, in parte dovuto anche al ritardo con cui giungevano i finanziamenti ministeriali» (p. 45). Negli anni successivi la situazione finanziaria continuò ad aggravarsi, finché l’Associazione si risolse a intavolare trattative col Comune e con altri enti pubblici fino ad arrivare alla sottoscrizione di un atto pubblico che fu firmato il 22 maggio 1964 presso il Municipio, con cui si dava vita all’«Associazione “Ente Autonomo del Teatro Stabile di Prosa di Trieste”. Ne erano soci fondatori il Comune di Trieste, […] l’Associazione per il Teatro di Prosa Stabile […] l’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Trieste […], la Provincia di Trieste, […], mentre per statuto il presidente del Consiglio d’amministrazione dell’Ente Autonomo sarebbe stato il sindaco di Trieste o un suo delegato» (p. 45). Fu il primo passo per una progressiva esautorazione dell’Associazione grazie alla quale era nato lo Stabile a vantaggio della politica locale, quasi subito seguito da un perfezionamento nello stesso segno, allorché «la stagione 1964-1965 segnò una grave frattura nella storia dello Stabile, lo scoppio di uno scandalo teatrale che causò la temporanea chiusura del teatro, la conseguente estromissione dell’Associazione che l’aveva creato e gestito, e infine la “rinascita” dell’istituzione con la nuova denominazione di “Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia”» (p. 62). Lo “scandalo” cui si riferisce Quazzolo fu la presenza in scena, in un’estemporanea improvvisazione, di un attore nudo durante la prima esibizione della compagnia americana del Living Theatre, in conseguenza della quale, con l’accusa di atti osceni in pubblico, il questore vietò la prevista replica dello spettacolo e decretò l’allontanamento dalla città della compagnia statunitense. Per iniziativa del sindaco Franzil si approvò un nuovo statuto grazie al quale si chiuse «nel settembre del 1965, la storia del Teatro Stabile Città di Trieste e dell’Associazione che ne era stata promotrice e sostenitrice per undici anni. Dalle sue ceneri sorse il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, concepito non più come istituzione privata, ma come una realtà gestita da un Consiglio d’Amministrazione all’interno del quale erano rappresentate le realtà amministrative della Regione e le forze politiche che le gestivano» (p. 66). Lo statuto attualmente in vigore, inserito in un decreto riportato sul BUR n° 13 del 31/03/2021 sancisce la preminenza dei due soci considerati fondatori, Regione e Comune, perfezionando stabilmente il controllo politico sugli organi di gestione dello Stabile, e quindi, indirettamente, la scelta del direttore artistico e della programmazione delle stagioni da proporre al pubblico.

Molto rumore per nulla
scene e costumi di Emanuele Luzzati
regia di Franco Enriquez, 1958

Lo spazio di cui possiamo usufruire su queste pagine non è bastante a dar conto, sia pure sommariamente, alla ricostruzione storica operata da Quazzolo, alla base della quale sono state prolungate ricerche d’archivio, con l’assistenza della responsabile dell’Ufficio Stampa Ilaria Lucari.

Non possono così essere trattati su queste pagine argomenti importanti nella storia dello Stabile, quali ad esempio la “scissione” che diede luogo nel 1976 alla nascita del “Teatro Popolare La Contrada”, che fu fondato dal regista Francesco Macedonio, assieme agli attori Ariella Reggio, Orazio Bobbio e Lidia Braico, privando lo Stabile e la compagnia di alcune presenze diprimo piano, ma offrendo alla città una seconda opportunità, tuttora vivacemente operativa, riguardo agli spettacoli di prosa.

Vorrei però almeno accennare alle peregrinazioni dell’attività del teatro successive alla necessità di abbandonare il Teatro Nuovo nel giugno del 1962, quando venne abbattuto per fare spazio alla costruenda sede Rai. Nel dicembre dello stesso anno, dopo l’esecuzione dei lavori di riqualificazione, venne inaugurata la sede dell’Auditorium in via Torbandena, nello stesso edificio già Casa del fascio e tuttora ospitante la Questura. «Lo Stabile operò per sette anni all’interno dell’Auditorium, spazio che continuò poi a gestire quale seconda sala per oltre quindici anni, fino al 1985 quando, a seguito di nuove e più severe leggi di sicurezza sui luoghi di pubblico spettacolo, la sala fu costretta a chiudere» (p. 47). Nel 1969 lo Stabile trasferì gran parte delle sue attività nella sede attuale, il Politeama Rossetti, dopo un restauro che lo sottrasse a un totale pluriennale abbandono. Dotato di una sala da 1.531 posti, affiancata di recente dalla Sala Bartoli da 128 posti e, dallo scorso anno, da una saletta multifunzionale battezzata 1954. In occasione di importanti lavori di restauro, tra il 1999 e il 2001,venne utilizzata la Sala Tripcovich, un tempo stazione delle autocorriere, dotata di 900 posti e di un’eccellente acustica, che poi fu abbattuta – secondo molti improvvidamente – nel dicembre del 2022.

Ariella Reggio e Orazio Bobbio
in Renzo e Anna
di Franz Xaver Kroetz

regia di Furio Bordon, 1974

Dovuto anche alla multifunzionalità della sede del Politeama Rossetti, che fin dalle stagioni successive alla ristrutturazione del teatro completata nel 2001 e soprattutto nel più recente periodo, si orientò ad ospitare una pluralità di eventi di forte richiamo, soprattutto nell’ambito dei musical, (uno per tutti The Phantom of the Opera, evento di richiamo internazionale). Un centinaio di pagine al centro del volume ripercorrono, tra le immagini più colorate e fastosamente spettacolari, la storia degli spettacoli musicali e di danza che si sono avvicendati, in un crescendo di assiduità, sul palcoscenico del Rossetti.

Un’ulteriore sezione del volume ripercorre a ritroso la serie dei direttori che si sono succeduti alla guida dello Stabile: Paolo Valerio (dal 2021), Franco Però (2014-2021), Antonio Calenda (1995-2014), Mimma Gallina (1992-1995), Furio Bordon (1987-1992) e Sergio D’Osmo (1954-1987). Eccetto quest’ultimo, ciascun direttore viene introdotto da un testo autobiografico, seguito dalle schede degli spettacoli relativi alla sua gestione artistica.

A parte l’introduzione, scopertamente compiacente nei confronti della committenza, il lavoro di curatela affidato a Quazzolo ha prodotto uno strumento serio e imprescindibile per la conoscenza della storia del teatro triestino, degli spettacoli e delle personalità artistiche che in esso si sono esercitati. Mi piacerebbe però concludere questo mio articolo troppo lungo con una citazione di Franco Però dal breve brano introduttivo nella sezione che lo riguarda: «I protagonisti di questi ricordi sono tutti gli attori, i registi, gli scenografi, i costumisti, i musicisti passati sui palcoscenici dello Stabile; ma c’e un altro protagonista che lega passato, presente e futuro dello Stabile: lo staff. Tecnici, amministrativi, ufficio comunicazione e marketing, dirigenti, custodi, maschere: sono loro che reggono il teatro. Non è retorica, è cosi. E c’è sempre la voglia di dare il meglio in ogni loro azione. E quando arrivano i momenti critici – e ve ne sono in un teatro con questa mole di attività – cercano sempre di trovare il modo per superarli» (p. 291).

Filippo Borghi, Franco Branciaroli e Romina Colbasso
in I miserabili da Victor Hugo
regia di Franco Però, 2018