LA “CONTEMPLAZIONE DEL DISORDINE” DI BENCO

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L’incubo della “calata” slava sulla città che si vuole italianissima

Nietzsche il “cattivo maestro” del secolo

“Reggitori” sapienti e organizzazioni internazionali per promuovere la pace

di Fulvio Senardi

Bruno Chersicla Ritratto di Silvio Benco

Nel breve scritto che l’editore Massimiliano Boni ha scelto di premettere a una raccolta di articoli di Silvio Benco pubblicata nel 1989 (Prefazione a Silvio Benco, Trieste tra ‘800 e ‘900) Giani Stuparich (che si era spento quasi trent’anni prima) avanzava una domanda; non al destino, ovviamente, ma alla comunità dei colti, cui spetta il compito di conservare il ricordo degli scrittori o di condannarli all’oblio: «Da quest’opera prodigiosa [la mole spropositata di articoli – ben oltre 4.000 – i saggi e i romanzi] non sappiamo ancora quali risulteranno, al vaglio del tempo e della critica, la figura e la statura del Benco duraturo. Ma possiamo affermare con certezza ch’egli fu scrittore personalissimo della tempra dei grandi poligrafi e degli squisiti saggisti».

Oggi, trascorsi altri trent’anni dalla data di pubblicazione della silloge di Boni, possiamo dare una risposta abbastanza sicura. Benco è stato sostanzialmente cancellato dalla memoria culturale della sua città e se non ci fosse una piazzetta in centro dove si affaccia un prestigioso negozio di abbigliamento, il suo nome suonerebbe muto alle orecchie di tutti o quasi i triestini al di sotto dei cinquant’anni. Colpa dei bassopiani dei social dirà qualcuno, l’ambiente digitale da cui i grandi alberi sono stati sradicati perché troppo impervi per la massa (come a dire, nel piccolo-piccolo della prospettiva nazionale, che Cazzullo batte Dante) e dove, beandosi dell’effimero, scorazzano, con l’inconsapevolezza dei bimbi al parco-giochi, i nostri contemporanei. Sarà, ma non ci consola.

Eppure il nuovo millennio non è stato avaro di studi e ripubblicazioni di e sul grande intellettuale. Grazie all’interessamento di Gianni Gori è stata riproposta nel 2003 la raccolta di articoli La corsa del tempo (1922) cui aveva posto mano, illo tempore, un riconoscente Umberto Saba (Benco aveva stilato con amabile partecipazione una breve prefazione al suo primo volume di poesie). Nello stesso 2003 erano apparsi, curati da un gruppo di studiosi i libretti di Benco per Smareglia. Un anno dopo è stata la volta della Contemplazione del disordine, il testamento spirituale dello scrittore, e poi, a distanza di un altro anno, hanno visto la luce le opere teatrali di Benco, stese negli anni dell’internamento a Linz, una sorta di lusus otii di cui nemmeno lo scrittore era veramente convinto; quindi due dei tre romanzi (resta escluso il primo, La fiamma fredda, indiziato, forse, di eccessivo dannunzianesimo). Al 2010 risale la ripubblicazione, a cent’anni esatti dalla prima uscita, del sagace volumetto dedicato a Trieste (Trieste), dove si intrecciano impegno irredentistico e abbandono al fascino della città, e in campo saggistico stavolta, due miscellanee a lui consacrate (la prima delle quali, Silvio Benco “nocchiero spirituale” di Trieste, è leggibile on line all’indirizzo academia.edu). Chiude la serie la riflessione, ma che risale agli anni Ottanta, di Anna Gruber sulla figura del nonno (La libertà e la ragione: appunti per una biografia di Silvio Benco, 2011).

Silvio Benco Trieste 1910

Occuparsi di chi è stato, per una buona metà del secolo breve, il protagonista assoluto dell’aggiornamento culturale di un’intera città, il vero indiscusso “maestro di color che sanno”, è un impegno che rimando ad altro momento e ad altra sede. Vorrei qui intanto, piegandomi alla consuetudine degli anniversari, richiamare l’attenzione sul libretto che apparve nel 1946, stilato in quella Turriaco, a poco più di quaranta chilometri da Trieste, nella quale Benco si era ritirato nell’ultima fase della guerra e dove si sarebbe spento nel 1949: la Contemplazione del disordine.

Un volume che in realtà porta due date, su cui è opportuno brevemente ragionare. La Prefazione risale al marzo 1946, e completa e specifica quanto sostenuto nel testo che introduce. «Potevo io, italiano di Trieste», spiega Benco, «avere nello spirito altra immagine del presente che non fosse quella d’un universale disordine?». E si riferisce all’episodio, ampiamente argomentato, della discesa in città dell’esercito di Tito, «milizie balcaniche […] il [cui] primo pensiero non fu cercare i nidi germanici ma sfogare un’insana rabbia sui cittadini», «brutta[ndo] di scritte slave le facciate», soffocando nel sangue una dimostrazione filo-italiana, perquisendo le abitazioni e deportando arbitrariamente molti triestini. Una narrazione dove vengono alla luce i vecchi motivi slavofobi dell’irredentismo, che i modi, a dir poco “ruvidi” dell’occupazione di Trieste da parte dei “titini”, sembravano giustificare. In primo luogo l’incubo della “calata” sempre temuta nell’ultimo secolo («gli slavi calano e noi dormiamo» aveva scritto Slataper) dagli italianissimi della città adriatica, che si crogiolavano nell’illusione di una Trieste totalmente italiana, relegando l’Altro, nell’immaginazione, alle arse pietraie del Carso (il censimento del 1910 aveva invece mostrato, nelle sue due tornate – la prima, contestata, comprendente i “regnicoli”, la seconda che li escludeva –, che nella città propriamente detta: i rioni di San Vito, Città Vecchia, Città Nuova, Barriera Nuova, Barriera Vecchia, San Giacomo, gli sloveni rappresentavano il 15% della popolazione, il 12,6 nella prima rilevazione) e sognando quell’assimilazione integrale degli slavi della Giulia che neppure il fascismo, con tutta la sua brutalità, fu in grado di realizzare.

Si tratta, in sostanza, di una breve introduzione in difficile equilibrio tra paura del futuro (stavano emergendo quei dissidi tra potenze vincitrici cui Churchill avrebbe accennato nella maniera più esplicita nel discorso americano del 5 maggio 1946, di cui si ricorda soprattutto l’espressione “cortina di ferro”) e speranza che anche grazie all’ONU (la cui prima Assemblea generale si era tenuta a Londra il 10 gennaio 1946) i “due circoli concentrici della pace e della giustizia” avrebbero potuto trionfare (risolvendo, tra l’altro, la questione di Trieste e della Venezia Giulia, il cui destino era ancora sospeso).

Più ambizioso il testo vero e proprio della Contemplazione, datato giugno-agosto 1945, all’indomani dunque della conclusione della Seconda guerra mondiale e con presa d’atto dell’“orribile mostro”, la bomba atomica, che aveva piegato il Giappone: si tratta, partendo dalla specola ideale del “divino per me milleottocento” (per dire con il Saba della Vetrina), di portare giudizio sul secolo breve, o meglio sulla prima metà di esso, per come aveva trasformato ed eroso i presupposti del mondo di ieri, «un periodo assestato e in sé stesso coerente, che ci dà l’impressione d’un alcunché di coordinato, di organico» (Benco), l’epoca felice della “sicurezza” come aveva scritto Arnold Zweig, sconvolto dalla tempesta della Seconda guerra mondiale. Si può certo sorridere di questo approccio, ma non si tratta di vagliarlo con la severità di sguardo dello storico, quanto di sforzarsi di capire le ragioni di una messa a fuoco nelle sue non banali motivazioni soggettive.

Come già si sarà capito, il Novecento è, per Silvio Benco, epoca di decadenza. Il progresso, cardine ideale del dinamismo dell’Ottocento e forza motrice delle sue acquisizioni (in primo luogo sul piano della coscienza civile), diventa fibrillazione e squilibrio; nel nome di Nietzsche – il filosofo più citato nella Contemplazione del disordine (tanto da figurare, nel ruolo di «grande demolitore», come il cattivo genio di un’epoca che trova nell’irrazionale e negli istinti la materia del suo fare) – gli uomini e i ceti del nuovo secolo coltivano una volontà di potenza destinata a sconvolgere la «metodicità lenta delle conquiste graduali» che aveva caratterizzato il recente passato, e «l’ impulso individualista dei singoli», che si nutre di tensione al successo e di spinte edonistiche, finisce per alimentare forme estreme di antagonismo nazionale che sfociano nell’imperialismo (con un giudizio qui molto vicino al Croce della Storia d’Europa nel secolo decimonono).

Silvio Benco a Turriaco

 

Un «ordine spirituale» governato da un «ritmo sperimentato e tranquillo» comincia a incrinarsi già nell’ultimo decennio del secolo decimonono e la data emblematica del primo maggio 1890 (il leggendario giovedì della prima Festa del Lavoro), dimostrando che la classe operaia era giunta alla piena coscienza di sé, «getta uno sgomento indicibile nel cuore della classe che rappresentava l’aurea media del secolo, la borghesia», garantendo quel passo composto e controllato al processo sociale e civile, che pensatori della violenza (Stirner, Proudhon, Sorel) avrebbero invece voluto sottomettere all’ “esplosività delle folle”, piegandosi anch’essi al vangelo moderno di “idealità sopraffatrici” che andavano sfarinando le “idealità ugualitarie ottocentesche”. Frastornante e veloce il ritmo della storia trova un suo simbolo nella quotidianità e inventa nuove forme di spettacolo: la bicicletta e il cinema.

Benco, particolarmente sensibile all’evoluzione intellettuale e artistica, tanto da farsene il più acuto esegeta per una città curiosa ma di giovane cultura, sonda con ineguagliabile competenza, nella sua  multidirezionale esplorazione del “disordine”, il terreno della letteratura e dell’arte: registra il diffondersi di un’arte “floreale” che non gli piace; commenta le metamorfosi del teatro che, soprattutto grazie a Ibsen, «parve raccogliersi nei notturni silenzi di un osservatorio dove, a una sensitiva luce siderea, si svelassero i dissidi dell’animo umano, mentre in campo musicale, lo sguardo dei giovani si tendeva già oltre il “wagnerismo […] la più ardua e combattuta conquista artistica» del Novecento; in pittura, ben oltre Cezanne che per primo aveva riportato alla solidità volumetrica forme rese quasi evanescenti nei giochi di luce dell’impressionismo, e sullo sprone dello spirito di novità dell’arte pubblicitaria, si impone, con epocale emblematicità, il “maestro più nuovo”, Picasso: «poteva farlo perché era lui. Quest’arte transitoria, avventurata alla brevità di un istante di cervello, indifferente alla rapidità della propria combustione, pareva ed era forse, l’emanazione naturale di un nuovo ordine psichico»”. A volte gli è sufficiente indicare un nome (Pirandello, Mallarmé, Otto Dix, D’Annunzio, un tempo amatissimo, cui dedica una sola menzione a proposito del “romantico successo” di Fiume), qualificandolo con una formula breve che ne specifica la sostanza di arte e di cultura, per evocare suggestive lateralità. Apparizioni fulminee (e spesso effimere) in un tempo governato dalla mutevolezza e a cui nemmeno la scienza è capace di imprimere una disciplina di stabilità e permanenza. Non contribuiscono infatti a costituire un orizzonte veramente solido sul piano epistemologico le scoperte della nuova scienza e in particolare il “relativismo” di Einstein, solo orecchiato dai più  e tradotto dalle “moltitudini” in «associazioni di idee bizzarre e incoerenti».

Giunse poi una guerra che subito si trasformò in qualcosa di inusitato: un cataclisma mondiale. Travaglio lunghissimo, inevitabile portatore di «profondi rimescolamenti sociali». Il ventennio fra le guerre è epoca di ristagno culturale, eppure si illumina, suggerisce Benco, della stella di Joyce. Ma in campo politico e sociale «sempre ancora Nietzsche, interpretato anzi come demagogo»: «un concetto vecchio di mille e mille anni e già dato per antiquato e sorpassato, veniva proposto ed imposto alla vita moderna: il despotismo, con la privilegiata guardia del corpo, le milizie, i sicofanti, i cortigiani», magari in camicia nera, e al seguito di capipopolo capaci di «impadronirsi di nazioni e di condurle alla frusta» (Mussolini e Hitler).

Se l’epoca è il teatro dello scomposto agitarsi di folle-bambine (e folla è, per Benco, insieme a Nietzsche, la parola tematica che spiega il nuovo secolo), masse cortovedenti che invocano il domatore o il mago, è anche la stagione dello scavo nei recessi dell’anima e della letteratura che nell’interiorità psichica scopre una la sua autenticava antropologia. «Nelle zone più alte dello spirito il freudismo aveva avuto […] profondità di riflessi […] Proust, Joyce, Kafka. […]. Più tardi e sopra una scala meno universale, vi si sarebbero aggiunti […] Lawrence, […] Gide, […] Virginia Wolf, […] Italo Svevo» (buon ultimo, lo si noti, nella gerarchia proposta da Silvio Benco). Ma il Novecento ha i suoi nuovi, nefasti protagonisti: tanto Hitler che Mussolini risolvono la grande crisi del primo dopoguerra «calpestando apertamente democrazia e libertà».

E siamo ormai al presente, all’ “irrazionalismo” di regimi i cui condottieri adulati e deificati, ignorando la disciplina del limite, trascinano i popoli alla rovina: così Mussolini (apostolo dell’ «inevitabile Nietzsche, letto e assaporato in gioventù») i cui passi falsi, proprio in “politica estera” condussero al “disastro” sia l’uomo, che «l’esperimento fascista e purtroppo l’Italia». Al regime e alla guerra Benco dedica lunghe pagine brillanti e risentite. Non prive di una amara lucidità. È un periodo che lo ha visto brancolare, come molti italiani, tra l’accettazione passiva dell’inevitabile e la speranza che quel male, pur così evidente, contenesse tuttavia qualche molecola di bene. Illuso anch’egli (e senza che vi sia traccia, nel lungo scritto, di una personale, schietta contrizione) che quella Grande Italia (l’Italia “imperiale” delle colonie) fosse il giusto coronamento di un destino di gloria, e che in fondo, per questo, il Duce (cui Benco dedica, esprimendosi nel Ventennio sullo scrittore e sul politico, alcuni contributi giornalistici tarati al millimetro, per come la lode viene tenuta di un piccolo passo indietro rispetto all’adulazione) non fosse totalmente condannabile. Ma da “uomo della folla”, inebriato di plausi e  lusinghe, ucciso ed esposto appeso ad una corda, il Duce «ha consegnato alla folla il meschino segreto della sua vita con la tentata fuga dalla patria, ultimo e vano annaspare dell’istinto di autoconservazione».

Il nuovo dopoguerra, aggiunge lo scrittore, ripeterà forse peggiorati «gli smarrimenti e le brutture dell’altro». Ma sono «i reggitori dell’umanità […] quelli che non possono e non debbono ripetere i loro predecessori. In loro deve essere la pace, anche se per le terre vagano ancora i violenti». Ed è qui che il lungo discorso, che a tratti suona come la sterile litania di un misoneista convinto e quanto mai polemico, si impenna in conclusioni che potremmo sentire nostre: «o riesce la civiltà a mettere fuori corso la guerra o la si deve considerare sottomessa alla propria contraddizione». Una diagnosi che incrocia il filo di speranza delle pagine introduttive, che si chiudono, come si è detto, sul tema della Nazioni Unite, «che dovrebbero essere il sistema del mondo di domani». Conclusione rassicurante e che sembra aprire uno squarcio di sereno su un secolo apparso, fino ad allora, una corsa disperata ed autodistruttiva. La si legge, oggi, con un guizzo di nostalgia per sogni, in quegli anni, plausibili. L’impressione è, infatti, che al momento attuale, e ben più che nel passato prossimo di noi figli della seconda metà del secolo, il “disordine” così cupamente evocato dallo scrittore triestino e come sanato con il piccolo esorcismo di una coda ottimistica, abbia ripreso il sopravvento e sia di nuovo all’opera a suscitare ansie, produrre macerie, spargere cenere.