LA LINGUA VIRALE MESSA IN SCENA

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Intervista a Silvia Mercuriali, che ha curato l’adattamento e la regia dello spettacolo tratto dal racconto lungo di Diego Marani

La messa in scena si basa su un approccio giocoso: il confine tra spettatore e scena, la linea che separa il palco dalla platea, è stata completamente ridimensionata

di Gennaro Rega

In vista di Gorizia – Nova Gorica 2025 Capitale Europea della Cultura, il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, sta dando vita ad un’articolata serie di iniziative sia di sperimentazione sia di approfondimento per rendere in forma drammaturgica i concetti di borderless e di lingua transnazionale (nello specifico l’europanto, inventato dallo scrittore e glottoteta Diego Marani). Una di queste, dal titolo “La lingua virale”, prodotta dallo stesso Stabile, è andata in scena nel novembre 2024 alla Sala Bartoli del Rossetti di Trieste. Curatrice e regista dello spettacolo è  Silvia Mercuriali artista teatrale italo-britannica con base tra Milano e Londra e attiva in ambito internazionale. Infatti nel Regno Unito ha collaborato, ad esempio, con il Wellcome Trust, il FUEL Theatre, l’Harrogate Theatre e il Yorkshire Festival, ed è stata invitata dalla Brisbane Powerhouse in Australia, dal Museo d’arte di Kochi in Giappone, dall’Heritage Fund negli Stati Uniti. Questa l’intervista che mi ha rilasciato al termine dell’ultima replica triestina, lunedì 25 novembre.

Silvia Mercuriali

Quando e come hai avuto occasione di leggere il racconto di Diego Marani?

Circa un anno fa il direttore del Teatro Rossetti di Trieste, Paolo Valerio, mi ha proposto di realizzare un evento che prendesse spunto dal testo dello scrittore ferrarese. Infatti Paolo Valerio già da alcuni anni apprezza la mia strategia di messa in scena teatrale che ho definito “autoteatro”. Quindi da lui ho avuto carta bianca per uno spettacolo dove potessi esprimere liberamente la mia idea di teatro sperimentale.

Il testo dello scrittore ferrarese è una partitura con diverse tonalità. Da quali sei stata attratta maggiormente per dar vita al tuo adattamento?

Sicuramente il tema della lingua è quello che risuona più forte con la mia sensibilità d’artista. Sono milanese, ma “trapiantata” a Londra da 25 anni, perciò il bilinguismo con pregi e limitazioni lo pratico quotidianamente. Di conseguenza l’europanto, una lingua spontanea e viva che non si apprende ma semplicemente sgorga naturale dalle bocche di chi si lascia contagiare, mi ha subito affascinato.

Inoltre ho intuito che questa trasgressiva invenzione di Marani si sarebbe potuta accordare con la mia idea di “autoteatro” che mette in scena il pubblico stesso senza che debba imparare un copione o avere particolari abilità attoriali. Gli spettatori infatti lasciandosi guidare da una serie di precise istruzioni attraverso microfoni, cuffie, segnali luminosi etc., sono sollecitati a salire sul palcoscenico e ad interagire con la fabula. In questo caso li convinciamo perfino ad esprimersi in europanto, o slobolingua, che è una lingua immediata, epidemica, bizzarra. Come nel racconto di Marani, anche nella mia rielaborazione chi ascolta questo idioma lo parla senza doverne conoscere la grammatica e studiarne il vocabolario. E il suo interlocutore subito lo capisce e dialoga con lui.

Mi sono anche preoccupata di evidenziare il tema del confine, immaginandolo come un confine vivente in continuo cambiamento. Un confine che non separi, che non provochi conflitti e insoddisfazione. Un confine sopra il quale i personaggi danzano una danza di libertà e di fratellanza. Anche ne La Lingua Virale il confine aiuta il “contagio”, e di conseguenza il mischiarsi, l’influenzarsi, il riconoscere l’altro, che in fondo è uguale a noi.

Dunque c’è stata empatia fra te e Diego Marani nel rielaborare la vicenda?

Diego si è dimostrato davvero disponibile ed entusiasta all’idea di utilizzare il testo come un punto di partenza per costruire uno spettacolo che desse al pubblico l’opportunità di diventare parte della storia; mi ha lasciato completamente libera nel riformulare e rielaborare il suo testo per creare un’ esperienza viva dell’europanto. Diego si è messo in gioco senza remore: ad esempio, durante il Laboratorio che è stato propedeutico alla rappresentazione al Rossetti, gli attori avevano bisogno di traduzioni in europanto e lui non ha fatto mai mancare suggerimenti e consigli.

Il racconto di Marani ha una collocazione geolinguistica molto definita: personaggi e vicende si muovono nei territori tra Trieste e la Slovenia. Tu che sei milanese d’origine e “pendolare” fra l’Italia e Londra, hai trovato complicato aderire a questa specificità del testo che dovevi rielaborare?

No, non ho trovato ostacoli a contestualizzare la trama di Marani. è vero che in questa città di frontiera è un concetto carico di Storia, perfino drammatica. Ma io ho cercato di affrontare il tema in modo più universale. Infatti non c’è persona che non confligga con divieti, restrizioni di spazio, dispute con i suoi simili. Il confine, per me, si collega con il concetto stesso del Sé. Ho preferito inoltre un approccio giocoso: il confine tra spettatore e scena, la linea che separa il palco dalla platea l’ho completamente ridimensionata. Questa linea, la quarta parete, è per me molto limitante, e nei miei lavori mi sforzo sempre di interrogarla, stuzzicarla e abolirla, se posso. Vorrei che nei miei eventi si cogliesse la percezione di poter cambiare ciò che ci sta intorno osservandoli in modo partecipativo. Visivamente abbiamo utilizzato dello scotch carta di diversi colori per tracciare confini durante tutto lo spettacolo, creando uno spazio che si rimpiccioliva e si ingarbugliava costantemente. Siamo riusciti a superare l’elemento claustrofobico della frontiera e a creare alla fine un’ atmosfera di festa collettiva, cantando in europanto senza più distinzione tra attore e spettatore, ma tutti insieme nello stesso luogo ognuno diverso ma ugualmente necessario

Come hai percepito la reazione del pubblico triestino di fronte alla tua proposta di “autoteatro”?

Ho trovato il pubblico generoso e aperto alla mia proposta. Ogni sera abbiamo realizzato uno spettacolo diverso dal precedente, perché cambiava l’atteggiamento del pubblico. Abbiamo avuto tre repliche radicalmente diverse. Il primo giorno le persone sono state molto ligie e collaborative. Il secondo giorno avevamo di fronte spettatori più circospetti che alla fine si sono lasciati conquistare, contribuendo a uno spettacolo delicato e poetico. Il terzo giorno il pubblico presente era molto carico e con gran voglia di partecipare… ne è scaturito uno spettacolo anarchico e giocoso.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ora rientro a Londra dove rimarrò qualche mese per lavorare alla distribuzione di alcuni dei miei precedenti spettacoli di “autoteatro” e per iniziare un nuovo progetto dal titolo provvisorio ‘Breathe With Me, Homerton’. Mi è stato commissionato da un Centro d’Arte ad Hackney nel nord est di Londra in collaborazione con un gruppo di anziani per la creazione di uno spettacolo passeggiata, un’esplorazione dell’ex biblioteca di Homerton attraverso registrazioni, memorie e immagini prodotte insieme.

Conclusa l’intervista, ci siamo congedati in europanto o slobolingua:«Dobro work, Silvia, und zum proximo in Triest.»

«Muchissima hvala, gospod!»