PINOCCHIO NEL MONDO

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Una raccolta di saggi che rintracciano le orme di Pinocchio – traduzioni e rielaborazioni – in più di 160 lingue del mondo.

di Fulvio Senardi

Atlante Pinocchio
La diffusione del romanzo di Carlo Collodi nel mondo

a cura di Giovanni Capecchi
Treccani, Roma 2024
pp. 788. euro 60,00

Racconta Erodoto nelle Storie che l’oracolo, interrogato dagli ateniesi durante le guerre persiane su come la città avrebbe potuto resistere al potente esercito di Serse, raccomandò di confidare nelle mura di legno. Temistocle, con un colpo di genio, interpretò la frase sibillina come un’allusione alla flotta, decise quindi di rinforzarla e poté così trionfare a Salamina. L’aneddoto, retaggio di lontane stagioni liceali che mi hanno lasciato assai poco, mi è ritornato in mente (e si capirà poi perché) sfogliando l’ Atlante Pinocchio. La diffusione del romanzo di Carlo Collodi nel mondo, volume curato da Giovanni Capecchi, dell’Università per stranieri di Perugia. Seicento dense pagine, divise in capitoli (e in sezioni “continentali”) firmati da differenti studiosi che rintracciano le orme di Pinocchio – traduzioni e rielaborazioni – in più di 160 lingue del mondo: dallo spagnolo dell’Argentina allo swahili del Sud-Africa, dal greco al vietnamita, dal malese al curdo, e perfino in basco (ma non nella lingua maori), ecc. ecc.

Un’impresa più che un semplice libro, se consideriamo lo sforzo di coordinamento di così tante voci, caratteri e talenti diversi, alla quale hanno anche contribuito un illustre Comitato scientifico e la redazione della Treccani che è l’editore del volume. Finanziatori ed enti promotori sono indicati nel colophon, e ad esso rimandiamo, perché il protagonista di questa paginetta non può essere, com’è naturale, che il nostro burattino. Spesso ritoccato, per renderlo coerente con le tradizioni e le usanze del Paese dove si è acclimatato, qualche volta con mano pesante, come nel caso del Pinocchio Disney (che fece seguire al film una versione cartacea), che gira il mondo vestito da piccolo tirolese e che pure ha il merito, lo raccontano gli studiosi che hanno preso in esame il suo “caso” nelle Filippine, di aver largamente veicolato la conoscenza del personaggio, accendendo curiosità che in seguito avrebbero portato alla traduzione (nel 2015 e nel 2016, in due diverse lingue filippine, a partire dalla traduzione inglese).

Alfredo Ortelli
Fabbrica Italiana Matite Torino
Manifesto, 1925 circa

Metamorfico dunque, come mostra benissimo la ricca galleria di immagini, eppure sempre riconoscibile nei suoi caratteri di fondo e nei tratti salienti di una vicenda che strizza l’occhio al romanzo di formazione: il burattino trasgressivo e indisciplinato che diventa, per magia della fata turchina, un bambino a modo (se accetta la trasformazione, e non, come quel Pinocchio con gli stivali nato dalla penna di Malerba, che si rifiuta – e come dargli torto? – di diventare umano). Un piccolo eroe di legno – qui il collegamento con l’oracolo di Erodoto – che in un secolo e mezzo di vita (la puntata d’esordio della Storia di un burattino uscì sul «Giornale per i bambini» diretto da Ferdinando Martini nel 1881) ha conquistato prima l’Italia (500.000 copie vendute nel 1907, che sono una enormità per un Paese allora ancora ampiamente analfabeta) e poi il mondo intero. Un trionfo.

Scrive Capecchi nella densa introduzione: «pur nella varietà cha caratterizza inevitabilmente un’opera collettanea di questa dimensioni, i contributi seguono in genere uno schema che è stato condiviso con gli autori fin dall’inizio. Offrono prima di tutto un quadro sintetico del Paese di cui ci si occupa e – nel caso di idiomi poco noti – sulla lingua in cui Pinocchio è stato tradotto. […] Analizzano quindi in maniera più approfondita, sia pure concentrandosi su alcuni punti di attenzione (in particolare il nome dei personaggi, i toponimi, i modi dire, i riferimenti al cibo) la traduzione (se è unica), le traduzioni […], o alcune traduzioni particolarmente importanti». Ecco che grazie alla sonda-Pinocchio il libro si configura anche come un’incursione nei territori dell’antropologia per come illumina l’inevitabile gioco di scambi da cultura di partenza a cultura d’arrivo, operazione che spesso obbliga i traduttori a mettere in opera abili giochi di prestigio, tanto più spericolati quanto più sono lontani i mondi che Pinocchio mette in comunicazione.

Se, per la vicina Ungheria (in una prima traduzione di cui ha il merito, come per molte opere dell’interscambio italo-magiaro, un intellettuale fiumano, Viktor Garaudy-Gauss) il ritocco che agevola la comprensione si trova quasi solo nell’aggettivo “bártfai”, ovvero di Bártfa, cittadina un tempo ungherese (ora slovacca) sede di una famosa fabbrica di giocattoli (e il titolo suona, in traduzione, Testa di legno: la divertente storia della famosa marionetta di Bártfa), ben più decisive le trasformazioni in contesti lontani per lingua, cultura e contesto politico, come per esempio (ma il libro è ricco di casi consimili) a proposito di un libro di radice indiscutibilmente collodiana, Le nuove straordinario avventure del burattino (1940), del cinese Su Su, sul quale richiama l’attenzione Alessandra Brezzi: i personaggi di Pinocchio vengono trasportati, animandoli di spirito rivoluzionario, nell’ambiente della Cina nazionalista; Pinocchio è uno studente espatriato che decide di ritornare in Patria per battersi contro gli oppressori, il mandarinato, e contro gli invasori giapponesi; tradisce però la sua missione pur contribuendo, alla fine, anche grazie al decisivo aiuto di Lucignolo, a far trionfare il patriottismo comunista. Un Pinocchio con il libretto rosso di Mao. Collodi si sarà probabilmente rivoltato nella tomba, non più però che alla visione – se da lassù si può guardare sulla terra – del libro: Avventure e spedizioni punitive di Pinocchio fascista, di Giuseppe Petrai, dal frontespizio illustrato con la figura del burattino che fa ingoiare a un suo consimile bolscevico (con berretto frigio) una fiasca di olio di ricino; o forse, se poco politicizzato, avrà avuto semplicemente un moto d’orgoglio per quel suo «semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe o nei caminetti» diventato onnipresente e insostituibile in tutti le letterature del globo terracqueo, piccolo portavoce di legno della cultura italiana.