IN SCENA LA CRISI DELLA FAMIGLIA

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Due diversi spettacoli proposti dallo Stabile del Friuli Venezia Giulia prendono in esame famiglie problematiche

di Sabrina di Monte

Cose che so essere vere

Cose che so essere vere

Cos’è una famiglia? Secondo Valerio Binasco, regista di Cose che so essere vere (Things I know to be true), scritto dal drammaturgo australiano Andrew Bovell nel 2016, «è caos. È la foto del Big Bang cinque minuti dopo il big Bang: frammenti dappertutto. Memorie, passato, presente, futuro; stanze, parole, odori, voci, colori, finestre, capelli, urla, canzoni, paura, sollievo…».

Cose che so essere vere, al suo primo allestimento italiano, ha inaugurato la stagione del Teatro Stabile di Torino ed è stata in scena al Politeama Rossetti di Trieste dal 28 novembre al 1 dicembre scorso. Si tratta del dramma di una famiglia di sei persone: i genitori Bob e Fran (Giuliana De Sio e lo stesso Valerio Binasco) con i loro figli (interpretati da quattro bravi giovani attori). La pièce è ambientata in una villetta nella periferia di Adelaide, in Australia. Quando Rosie, la figlia più giovane, torna all’improvviso a casa da un viaggio in Europa, è certa di trovare il porto sicuro di una famiglia unita: ma al suo arrivo le certezze di ciascuno si sgretoleranno ad una ad una, rivelando rancori e frustrazioni a lungo sopite. Lo spettacolo comincia con Rosie che dice «Queste sono le cose che so essere vere», ma alla fine proprio lei affermerà «no, quello che credevo essere vero non vale più».

Ho capito subito che mi sarei immedesimata in questi due genitori, soprattutto in Fran (la sempre bravissima Giuliana De Sio) in quanto madre, nel mio caso, in perenne apprensione per una figlia che vive dall’altra parte del mondo, proprio in Australia. Tutto comincia dalla fine, con una telefonata che arriva dopo la mezzanotte. Il padre risponde. Intuisco la sua angoscia: a chi dei suoi figli sarà successo qualcosa?

La scenografia si sviluppa su un palco girevole con un piano cucina di colore arancione, che ricorda gli anni Settanta. Anche il fondale cambia spesso, a seconda dell’ora o della stagione. Ma è l’elemento vegetale a dominare la scena: piante di varie dimensioni invadono lo spazio che inutilmente i personaggi cercano di riportare all’ordine spostando spesso i vasi.

Tutti ricordiamo l’incipit di Anna Karenina: «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo», dove si dà per scontato, innanzitutto, che vi sia un solo modo di essere felici, mentre le cause di infelicità possono essere le più varie, ma anche che nelle famiglie felici ci sia amore, mentre in quelle disfunzionali no. Non è sempre così. Qui siamo di fronte ad una famiglia disfunzionale che si ama molto. Al centro, una madre che si occupa di tutto ma che vorrebbe cominciare a pensare un po’ a sé, a godersi il denaro (messo faticosamente da parte) con quel marito simpaticamente bonario ma sempre più rincitrullito, con il quale ha comunque deciso di rimanere. I figli sono grandi, e lei vorrebbe fermarsi, ma verrà risucchiata di nuovo nei loro problemi, problemi da adulti stavolta, problemi grossi. Alla fine si fermerà, ma non nel modo che avrebbe voluto.

Una madre impara molto presto che l’amore incondizionato per i propri figli è così grande da essere un dono ma anche una condanna: non vi potrà mai essere serenità e benessere per lei se i figli non staranno bene. E allora a un certo punto Fran urla: «Io vorrei non aver mai avuto figli!». Bob, il marito, le dice di tacere, di non dire cose che non pensa. Ma Fran lo ha pensato, quando il suo amore e i suoi sacrifici non sembrano essere stati abbastanza.

Da questo intenso lavoro di Bovell abbiamo imparato che anche in Australia i figli so‘piezz‘ ‘e core (e noi che pensavamo di avere l’esclusiva), e che Freud aveva ragione quando diceva che quello del genitore è un mestiere impossibile. Lo psicanalista Massimo Recalcati ci viene in aiuto: «Non esistono genitori ideali. Essere genitori è sempre fare esperienza di una insufficienza. La buona notizia è che quelli che fanno esperienza della propria insufficienza sono i migliori, mentre i peggiori sono quelli che si pongono come guide ideali dei loro figli sovente creando catastrofi». Possiamo tirare tutti un sospiro di sollievo.

I parenti terribili
foto di Serena Pea

I parenti terribili

I parenti terribili (Les parents terribles) con la regia di Filippo Dini, rimasto in scena al Politeama Rossetti di Trieste dal 5 all’8 dicembre 2024, è una commedia in tre atti di Jean Cocteau. Rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1938, ebbe un grosso successo scandalistico per la scabrosità del tema. Qui Cocteau (artista poliedrico, poeta, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, pittore, regista, disegnatore e fotografo) rinunciava agli sperimentalismi del teatro di avanguardia per presentare un dramma borghese vicino alla commedia boulevardière di inizio secolo con i suoi colpi di scena, gli urli e i violenti scambi di battute. In Italia è stata rappresentata pochissimo. Fu portata in scena per la prima volta a Roma nel 1945, col Paese ancora in guerra, con la regia di un giovane Luchino Visconti. Questa è solo la seconda volta che viene rappresentata a Trieste, la prima fu nel 1969 con Alida Valli.

La ragione di una così scarsa presenza sulle scene italiane – ha spiegato il regista Dini nella presentazione dello spettacolo -, sta nel fatto che si tratta di un testo che si avventa con ferocia e senso del grottesco contro l’ipocrisia della famiglia borghese, analizzando con spietata lucidità le dinamiche di dipendenza e le ambivalenze dei legami affettivi.

Dini da alcuni anni indaga le problematiche legate all’emancipazione della donna e alla dissoluzione della famiglia tradizionale; ha così diretto e interpretato Casa di Bambola di Ibsen nel 2021; Agosto a Osage County, di Tracy Letts, nel 2023; e adesso I parenti terribili di Cocteau.

I parenti in questione sono quattro: Georges (interpretato dallo stesso Dini), sua moglie Yvonne, il loro figlio ventenne Michel, e Lèo (Léonie), sorella di Yvonne e cognata confidente di Georges.

Vivono insieme in un appartamento caotico che solo Lèo cerca con scarso successo di tenere in ordine. Nel primo e nel terzo atto, l’ambiente è quello disordinato e claustrofobico della casa familiare; nel secondo atto invece, ci troviamo nell’appartamento arioso e ordinato di Madeleine, la ragazza di cui Michel è innamorato.

La regia di Dini ha scelto di porre l’accento sull’aspetto grottesco del testo e la recitazione, pur naturalistica, si avvicina ai toni accesi e concitati del vaudeville. La madre Yvonne, debilitata dal diabete, ama morbosamente il figlio Michel che contraccambia questo amore edipico e quasi incestuoso. Georges il marito, ha tutto l’interesse ad assecondare la situazione, per potersi dedicare ai suoi strani esperimenti e alle relazioni con giovani donne. La zia Lèo, ancora innamorata del cognato, aspetta da anni un momento di crisi definitiva di questo che chiamano il loro carrozzone (roulotte nella versione originale) per riavere Georges, che anni addietro l’ha lasciata per sposare sua sorella.

Madeleine è il personaggio che farà precipitare la commedia nel dramma. È una giovane rilegatrice di libri che ama Michel e ne è riamata. Per lui, dovrà lasciare il suo vecchio amante che il pubblico sa già essere proprio Georges, il padre del suo fidanzato. Dopo alcuni colpi di scena e agnizioni da commedia degli equivoci, i due giovani potranno finalmente stare insieme, ma Yvonne non sopporterà di perdere l’unica sua ragione di vita: l’amore del figlio.

Lo stesso Cocteau, nel 1948 diresse la versione cinematografica de I Parenti Terribili,

dove la fragilità della madre incestuosa appare forse ancora più evidente.

Dal punto di vista psicologico infatti, l’aspetto più interessante è che il personaggio apparentemente più nevrotico e colpevole, appunto Yvonne, è in realtà vittima non solo di se stessa, ma anche dalla rete di manipolazioni tessuta dagli altri parenti terribili, soprattutto dalla sorella Lèo, il cui amore per l’ordine è in realtà la maschera che nasconde il suo desiderio che, prima o poi, Georges torni da lei. Insomma, di questi parenti terribili non si salva proprio nessuno.