GENIUS LOCI
Alberto Brambilla | il Ponte rosso n. 111 - gennaio 2025 | Lettura
Quasi un pellegrinaggio a Valdicastello Carducci, borgo dove nacque il poeta
di Alberto Brambilla
Il grigio edificio della stazione ferroviaria di Pietrasanta non è dei più accoglienti, ma si affaccia su Piazza Giosuè Carducci dove ho prenotato una stanza. Come un abbraccio, la piazza introduce al piccolo borgo storico protetto in passato dalla Rocchetta, elegante e insieme possente, che oggi strizza l’occhio al visitatore che entra attraverso Porta a Pisa. Pietrasanta città del marmo e della scultura, si sa. E dunque anche di monumenti a profusione, busti che si incontrano per la via, a cominciare dal monito severo di Giordano Bruno che accoglie chi entra in città; e nella piazza del Duomo si affollano le lapidi a memoria di contratti stipulati da Michelangelo, oppure per il passaggio di Alessandro Manzoni già in fregola a Pietrasanta per aver ascoltato i primi vagiti di parlar toscano.
Io però sono giunto qui per onorare la memoria del Carducci che ebbe i natali poco distante, a Valdicastello, il 27 luglio 1835. E dire che da studente liceale non avevo certo amato Carducci. I recenti programmi scolastici l’hanno escluso dal canone dei grandi autori ottocenteschi: sì, lui che pure era stato il vate della nuova Italia è considerato un ferro vecchio. Cosa dirò agli alunni che incontrerò domani mattina? Che Carducci è stato (insieme a Pascoli, suppongo) l’ultimo poeta-professore a credere nell’unità e continuità della Tradizione; quella, per capirci greco-romana che è stata versata nello stampo della letteratura medievale-umanistica e che è giunta sino ai suoi giorni. Poi la catena si è inesorabilmente spezzata. Carducci ha cercato invano di tradurla in nuovi metri e in contenuti risorgimentali, ma i risultati sono stati deludenti. Molti testi di Carducci (come per esempio Alle fonti del Clitunno) hanno bisogno di una traduzione o di un ampio apparato di note. Si comprende la distanza tra lui e noi. Meglio partire da Carducci prosatore, dalle pre-novecentesche Risorse di San Miniato, per esempio; o dalle lettere, soprattutto quelle indirizzate a Carolina Cristofori Piva, musa e amante. Là il poeta vate si trasforma in un adolescente cotto al punto giusto. Sì, dirò queste cose e cercherò di evocare lo spirito del grande mago.
Valdicastello Carducci
È appunto una targa marmorea ad accogliermi. La leggo con attenzione: “Quel che mi piace a Pietrasanta: bellissima cittadina, con una piazza unica, una cattedrale da gran città, e, sfondo, le Alpi apuane. E che paese intorno!” Chi scrive queste parole accorate è il poeta stesso in una lettera (del 17 giugno 1877) indirizzata a Carolina. In effetti la famiglia Carducci, originaria di Serravezza, aveva abitato anche a Pietrasanta, in via Santa Chiara, oggi intitolata all’ubiquo Garibaldi. Poi il padre Michele, indomito carbonaro e abile medico chirurgo, fu assunto da una società mineraria francese che estraeva piombo aurifero nei dintorni di Valdicastello trasferendovi la famiglia. Fallita l’industria estrattiva, Michele si trasferì con la famiglia a Serravezza e poi a Fornetto, sempre in Versilia; infine, nel 1838 fu costretto ad abbandonarla per spostarsi nel Livornese. Giosuè aveva allora solo tre anni e ritornò in questi luoghi solo tre volte (per essi rinvio al libro fotografico … La Versilia che nel cor mi sta… Giosue Carducci e la sua terra natale, a cura di Chiara Celli e Cinzia Nepi, Comune di Pietrasanta, 2019).
Ovunque, a ben vedere sono le tracce carducciane, ben evidenti anche nell’affascinante Museo dei bozzetti, fiore all’occhiello della cittadina, dove si raccolgono i modelli scultorei di artisti vicini e lontani. Mi interessa in particolare l’opera di Antonio Bozzano, docente nella locale Scuola di Belle arti, il quale scolpì diversi busti del poeta che furono collocati in varie località versiliesi. Dopo la morte del professore bolognese, nel complesso di Sant’Agostino, dove ha sede il Museo fu commemorato il Carducci dall’allievo Giovanni Pascoli, alla presenza di tutta la popolazione locale.
La casa dove nacque Giosuè dista circa tre chilometri dal centro, lungo la via che porta al Cimitero e poi, in parte coincidendo con la Via Francigena, sale verso Valdicastello. Non vi posso rinunciare. Mi dirigo con un amico a passi lenti in questo pomeriggio novembrino ancora illuminato da un tiepido sole. Lasciata alle spalle la splendida Pieve di San Giovanni e Santa Felicita, la strada incomincia leggermente a salire. Prendo fiato nei pressi di un Crocifisso alla cui base sono non a caso riportati dei versi a carattere religioso di colui che fu l’autore dell’Inno a Satana, celebrante il progresso e, forse, l’avvento della lotta di classe. Curva dopo curva ci si avvicina alla casa. Non c’è anima viva all’ingresso del paese. Inoltrandoci verso la Chiesa di San Giuseppe e Maria Maddalena (dove Giosuè fu battezzato) si incontra a destra la cancellata che protegge la casa. Oggi è lunedì e non si può visitare, ma la meta è comunque raggiunta e dall’esterno si può comunque immaginare la vita all’interno di quelle pareti, collocate fra la strada principale e un corso d’acqua (il torrente Beccatoio) che scorre a fianco. Sullo sfondo la mole scura e un po’ minacciosa delle Prealpi apuane.
Tutto qui? Cosa mi ha condotto a percorrere questo cammino? È la domanda che mi pongo sulla strada del ritorno, mentre il sole comincia a calare. In fondo sono pienamente soddisfatto di questa giornata. Quando la cultura, che muove la ricerca personale, incontra una specifica geografia letteraria, scatta la scintilla; e si espande la fragranza antica e pur sempre rinnovata della presenza degli spiriti magni. Il genius loci che qui domina è senz’altro quello di Carducci e io l’ho incontrato, ci ho parlato. Non so se gli abitanti del luogo ancora vivano questa esperienza. Probabilmente il tempo ha spezzato questo cordone ombelicale. Eppure basterebbe così poco…
Valdicastello Carducci
