MARION, ULTIMA E INFATICABILE

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La pittura «sogno abbandonato», e poi un ruolo defilato rispetto a quello della sorella, ma determinante nella conduzione e nel riordino dell’archivio del celebre Studio di famiglia

di Roberto Curci

Edmondo Passauro
Ritratto di giovinetta (Marion Wulz ?)
olio su tela, 1926
70×98 cm.
Trieste, Museo Revoltella
Galleria d’arte moderna

E dunque riecco i Wulz nella loro Trieste. Dopo la piccola mostra della “scoperta” (1981, a cura di Licia Zennaro), dopo la grande mostra successiva all’acquisizione dell’Archivio da parte della Fratelli Alinari (1989, a cura di Elvio Guagnini e Italo Zannier), dopo la prima digitalizzazione completa (1992) e – se vogliamo – dopo il massiccio e assai raro volume che la Eri-Edizioni Rai dedicò al solo capostipite Giuseppe (mille copie fuori commercio, 1984, con contributi di Claudio Magris, Guido Botteri, Italo Zannier, Licia Zennaro), la “nuova Alinari” tramutata in Fondazione dalla benemerita Regione Toscana ripropone, ampliandolo di molto e largamente corredandolo, un patrimonio di eccellenza non solo fotografica, ma culturale in senso lato.

Al di là di ogni apprezzamento per il fascino molteplice di questa rimpatriata, che risulterà straordinario – scommettiamo? – per chi dei Wulz e della loro opera avesse un’idea piuttosto vaga o parziale, val la pena di rilevare quanto la mostra ora allestita saldi finalmente un debito di riconoscenza nei confronti delle “ultime” Wulz, Wanda e Marion, e di Marion in particolare. Ben meno nota della sorella (la cui Io+gatto è un’icona planetaria nella storia della fotografia), Maria Antonia Wulz, detta Marion, è stata – più di Vanda Carla, detta Wanda – il vero motore segreto dell’ultima generazione della dinastia, molto fotografando pure lei, ma sacrificandosi soprattutto nella “cucina” dell’atelier e in particolare nelle operazioni di ritocco, per le quali (come disse in un’intervista del 1989, quattro anni prima della scomparsa) aveva «forzato gli occhi per più di cinquant’anni». «è stata una vita dura, quella di noi sorelle» ammetteva.

Carlo Wulz Marion e Wanda Wulz fotografia, 1927
Firenze, Archivi Alinari, Archivio Studio Wulz

A questa quotidiana fatica Marion aveva sacrificato la sua vocazione per la pittura, «il mio sogno abbandonato. A sedici anni cominciai a studiarla: dovevo farlo con Orell, poi lui non potè, e fu Lucano il mio maestro. Feci qualche robetta: paesaggi, figure. Poi, alla morte della mamma e più ancora dopo quella del papà, tutto finì». Della sua “robetta” non c’è traccia al Museo Revoltella, alcuni quadri suoi hanno girato però in certe case d’aste: oggi in mostra, nella sezione dedicata alle sorelle e curata da Federica Muzzarelli, vi sono solo un autoritratto e un suo ritratto di Wanda. Lei stessa è bensì felicemente immortalata da artisti amici: Frida de Reya, Pietro Lucano, Edmondo Passauro (quadro splendido).

Quanto alla sua produzione fotografica, è facile credere che sia stato ben arduo procedere alle attribuzioni fra i ritratti eseguiti da Wanda (in quantità comunque assai prevalente) e quelli eseguiti da Marion. Già fuori discussione, invece, la paternità della serie “fotogiornalistica” realizzata da Marion tra il 1.o maggio e il 12 giugno 1945, dall’alto della terrazza dell’atelier, ma non solo. Protagonista, si direbbe, è il Corso, quello stesso sul quale nel 1914 sfilò il corteo funebre dell’Arciduca ucciso a Sarajevo e di sua moglie, e che nonno Giuseppe Wulz fissò sulla lastra dalla medesima posizione. Trent’anni dopo Marion coglie altri fluviali cortei: di chi inneggia alla Trieste jugoslava (all’inizio dei “quaranta giorni”) e di chi festeggia l’arrivo delle truppe anglo-americane. In mezzo, la bandiera bianca dei tedeschi, il camion tedesco bruciato, il carro armato dei soldati di Tito.

Marion Wulz Ritratto di giovane donna
ubicazione ignota

Discreta, silenziosa, umile Marion, conscia del suo ruolo in qualche misura subalterno. “Ma sì – disse sorridendo in quell’intervista -, sapevo che Wanda era più brava. Mi dispiaceva non poterla aiutare di più, si è sacrificata tanto in camera oscura…”. E tuttavia, senza Wanda, ovvero dopo la sua morte e la fine di quella simbiosi, Marion non fu che la «donna anziana e scarmigliata, con una vestaglia indossata in fretta e occhi penetranti, insieme teneri e rapaci sotto i capelli in disordine» che Claudio Magris si trovò dinanzi quando pensò di farsi ritrarre dai o dalle Wulz (aveva visto per caso la targa dello Studio, che non conosceva) per una sua fotografia, richiestagli da un editore tedesco per la quarta di copertina della traduzione di un suo libro. Capì però che dello Studio sopravvivevano appena quell’insegna e quella donna trasandata: che infatti lo fotografò, ma ritoccando male la foto e tramutandolo in un “Sor Pampurio”, con «un orecchio che spuntava vistosamente dietro la testa, più di quanto ci si potesse attendere» (Magris ne scrisse con tenerezza sul Corriere, in morte – appunto – di Marion).

In cauda. Onestà intellettuale vuole infine che si dia a Cesare ciò ch’è di Cesare. Se l’Archivio Wulz è giunto a noi preziosamente intatto, lo si deve non solo alle cure tenaci di Wanda e Marion, e soprattutto al duro lavoro di riordino generale fatto da Marion assieme a Marta Cobez, ma pure alla lungimiranza di chi lo acquisì (fine anni Ottanta) all’Alinari, così come un altro Archivio di fotografi triestini, i Pozzar, ugualmente salvato. Si ha la spiacevole sensazione che il nome di chi all’epoca era presidente e direttore generale dell’Alinari, e dunque artefice di queste e di altre prestigiose acquisizioni alla storica ditta fiorentina, sia impronunciabile, di sicuro nessuno l’ha fatto in sede di inaugurazione ufficiale né ce n’è traccia alcuna in catalogo: una sorta di impietosa damnatio memoriae?

E dunque assumiamoci la responsabilità di fare l’ineffabile nome: quello del triestino Claudio de Polo, che non solo salvò i Wulz, ma curò poi la riproduzione in cosiddette “microfiches” dei 7041 negativi e delle 1697 stampe originali, rendendo così fruibile l’Archivio anche a quei suoi concittadini che, all’epoca, piansero con alti lai la presunta perdita di un “tesoro” locale, finito in riva all’Arno.