LESSICO FAMILIARE DI CASA GIARTOSIO
Fabia Trotta | Il Ponte rosso n. 109 - novembre 2024 | narrativa
Tra autobiografia, romanzo di formazione e memoria un libro originale e affascinante dove le cose si confrontano con le parole che le definiscono
di Fabia Trotta
Minimum Fax, Roma 2024
pp. 440, euro 19,00
Per quanto oggidì si sia avvezzi al proliferare di autobiografie, sia di uomini illustri che di politici o di calciatori, di principi o di attori, o semplicemente, più in generale, di personalità del mondo dello spettacolo, della cultura o delle scienze, quando ci si imbatte nell’ultima opera di Tommaso Giartosio, si rimane quantomeno stupiti. Con la sua Autobiogrammatica, (edizioni Minimum Fax 2024) che gli ha consentito di entrare nella rosa dei semifinalisti del Premio Strega 2024, l’autore infatti ci sorprende con un’opera di travolgente originalità.
Fin dalle prime pagine, Giartosio racconta gli episodi salienti della propria esistenza attraverso il filtro del linguaggio che da strumento diviene soggetto con una propria funzione strutturante. Ecco allora che il linguaggio famigliare, costituito da espressioni inglesi e francesi, modi di dire piemontesi, giochi di parole, neologismi creati ad hoc dai componenti della famiglia viene fedelmente appuntato in un libricino conservato in casa e accessibile a tutti i membri della famiglia per essere consultato o integrato: una sorta di Santo Graal linguistico che racchiude l’essenza stessa della famiglia Giartosio. Lo scopo, quello di garantire e certificare la complicità domestica per usare un’espressione di Annie Ernaux a proposito dei «giochi di parole sentiti mille volte, non più divertenti da molto tempo, ormai di una banalità irritante, il cui unico scopo rimasto era quello di garantire la complicità domestica» e aggiungiamo noi, l’appartenenza alla tribù famigliare. Ed è proprio con un sentimento analogo che il giovane Giartosio vive il saluto del padre al suo rientro a casa. Quel “Òla” con cui il genitore manifesta la sua presenza, diviene la parola che lo identifica.«Òla […] non è una voce spagnola: ma è, questo sì, una specie di onda. Non sposta la materia ma la scandisce, distribuisce, conforma, conferma. Òla, una parola, fa ciò che fa una parola al massimo della sua potenza». E la rappresentazione del padre attraverso questo semplice saluto ci offre un’immagine di lui così efficace che non possiamo non immaginarcelo se non potente, un militare quale egli effettivamente è.
Ci sono parole ed espressioni che restano appiccicate a persone specifiche. E questo ne è sicuramente un esempio. Un meccanismo analogo è descritto da Annie Ernaux nel suo affresco autobiografico Gli anni, a proposito di parole «pronunciate una volta da un compagno di viaggio mentre si passava in macchina per la Statale 14, e da allora non si può più attraversare quel tratto preciso senza che ritornino in mente, come i getti d’acqua interrati del palazzo d’Estate di Pietro il Grande che sgorgano quando ci si mette il piede sopra». Ma Giartosio si spinge oltre il rapporto di stimolo e risposta. L’espressione “Òla” è suo padre.
Le parole quindi non servono solo a connotare oggetti, emozioni, eventi ma plasmano la percezione che l’autore ha del mondo, anzi plasmano l’autore stesso e la sua identità. «La lingua non è soltanto restituzione poetica del racconto, ma sostanza stessa di questo racconto». Persino le lettere che compongono le parole hanno un loro carattere. Oltre al suono posseggono un gusto, un colore, una forma in grado di offrire un piacere quasi tattile. Rivendicano insomma, una vita propria. L’alfabeto, con la sua sequenza di lettere, assurge a preghiera. Come ricorda Giartosio «Fin dall’asilo (l’alfabeto) sorvegliava dall’alto, come uno sciame di stelle, ogni minuto della nostra giornata scolastica» e, continuando col ricordo della propria infanzia, osserva come anche suo padre ricorresse alle lettere dell’alfabeto per insegnargli le costellazioni celesti: Cassiopea era una W, l’Aquila una T, Orione una X.
Il fascino esercitato dall’alfabeto e dalle singole parole perdura anche nell’età adulta. Così, ad esempio, nella descrizione di una cucina, l’autore si sofferma su alcune parole di uso comune: «Nomi che (vi faccio notare) vanno invertiti: coltello, così liquido, suona come un cucchiaio; cucchiaio, richiama il duro tagliente acciaio. Forchetta, invece va bene, punge, fa forellini, è una forchetta. Ma forse i nomi servono proprio a svelare l’anima nascosta delle cose, la morbidezza dei coltelli, l’implacabilità dei cucchiai.» Questa riflessione non è uno sterile bizantinismo ma ci consente di vivere la lingua attraverso i nostri sensi, sulla nostra pelle per così dire, come un’esperienza concreta.
Come il Pifferaio magico le parole zufolano nella vita dell’autore guidandolo lungo sentieri impensati. Esercitano un fascino, alcune si imprimono nella mente con una pervicacia inspiegabile e, senza un motivo apparente, si sottraggono all’usura del tempo. Sono ad esempio, come ricorda l’autore, i nomi di alcuni animali: la gru coronata, l’antilope cervicapra, il dugongo, l’irbis, l’ayè-ayè, il narvalo, il capovaccaio.
Questo rapporto singolarissimo con le parole segna lo sviluppo della personalità dell’autore, condizionandone le scelte o meglio precorrendole. È quello che accade col nome proprio Luca. Il nome riporta Giartosio ai tempi della scuola e precisamente ad un verso dantesco, declamato con enfasi dal proprio professore di italiano, l’ultimo del quarto canto dell’Inferno: «E vegno in parte ove non è che luca». Qui Dante rappresenta un luogo dove non c’è nulla che riluca e quindi buio, dove tutto è colpa. Ma dalla parafrasi del testo l’autore passa a spiegare come quel congiuntivo “luca” si trasformi nel nome “Luca” per lui significante a quei tempi, poiché indicava l’oggetto del suo desiderio, Luca appunto. Come chiarisce lo stesso Giartosio, il verso diviene « e vegno in parte ove non è che Luca», cioè in un luogo dove non c’è altro che Luca. E aggiunge «Questo posto è l’inferno, sì, ma in particolare il secondo cerchio, quello dell’eros peccaminoso».
L’autore quindi, attraverso un linguaggio colto e raffinato – e non poteva essere diversamente – rappresenta la doppia elica della propria esistenza, da una parte la linea del linguaggio e dall’altra l’esperienza plasmata dal linguaggio. L’ambizione è quella di ricostruire da un pugno di frasi la cifra della propria vita. Anzi, è, per usare le sue parole, « […] immaginare una vera e propria autobiogrammatica che ambisca a disegnare un atlante del linguaggio di un singolo individuo: cioè del suo modo di sentire e vivere la lingua».
Tommaso Giartosio (Roma, 1963) ha studiato letteratura italiana e comparata a Roma e a Berkeley. Autore di saggi, racconti, poesie, tra cui Doppio ritratto (Fazi 1998, Premio Bagutta Opera Prima), Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo (Feltrinelli 2004), La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista (con Gianfranco Goretti, Donzelli 2006), L’O di Roma (Laterza 2012), Non aver mai finito di dire. Classici gay, letture queer (Quodlibet 2017). Nel 2019 pubblica con Einaudi il suo primo libro di poesia Come sarei felice, storia con padre. Tra gli altri titoli, Tutto quello che non abbiamo visto. Un viaggio in Eritrea (Einaudi, 2023) e Autobiogrammatica (Minimum Fax, 2024), finalista del Premio Strega 2024.
