DUE SERATE AL “ROSSETTI”

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Un grande musical e una riflessione su Kafka

di Francesco Carbone

I Miserabili a Trieste

Oh quanto era contento il pubblico del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia Politeama Rossetti alla prima di Les Misérables (sottotitolo pleonastico e irricordabile: The Arenas Musical Spectacular)! Alla fine del musical celeberrimo, tutti assieme ci siamo concessi il gesto che re Giorgio II s’inventò per omaggiare l’Hallelujah del Messiah di Haendel: una – da queste parti rarissima – standing ovation!

Il musical è stato portato a Trieste confezionato come meglio non ci si potrebbe augurare: una grande orchestra che ha fatto di sé spettacolo, sovrastando sulla sua astronave il palcoscenico su cui cantanti bravissimi cantano in forma di concerto (ma in costume) l’opera di Claude-Michel Schönberg. Anche se il titolo resta in francese, l’opera la si preliba tradotta in inglese da Alain Boublil, che così l’ha resa famosa: vincendo 8 Tony Awards, restando in scena a Londra, dice Wikipedia, ininterrottamente dal 1985, a Broadway anche per anni, ecc.

I giornali di carta e virtuali della regione hanno salutato l’«evento», «colossale», il «capolavoro» che «lascia a bocca aperta», ecc. ecc. Per l’occasione, la Trieste sovranista e tutte le altre pare si sia vestita del tricolore francese (cit. Il Piccolo). Per questa prima, il teatro ha suggerito in effetti un dress code per il bendispostissimo pubblico rosso bianco e blu. A colpo d’occhio, nella platea predominava però il maròn, ma immaginiamo senza che questo manifestasse un qualche dissenso. S’è visto un signore con il tricolore della Marianne sulle guance come se fosse andato allo stadio, una signora con la chioma ricciuta alla Scaramacai ugualmente pigmentata, persino qualche cappello che qui non si saprebbe dove comperare: ma erano palesemente stranieri, arrivati chissà come, magari con una delle navi da crociera che si alternano nel porto della città. A parte queste esotiche eccezioni, nell’insieme pare prevalere la tetragona estetica triestina, in cui il pratico la vince sul barocco, figurarsi sul bislacco.

Di Les Misérables tutti conoscono, di solito non sapendone l’origine, almeno una canzone: I Dreamed a Dream, che rese celeberrima la bravissima Susan Boyle, che il mondo vide trasformarsi da brutto anatroccolo in magnifica cantante al Britain’s Got Talent. Giusto per inciso: la Boyle resta irraggiungibile anche per la pur brava cantante che abbiamo sentito qui.

I Dreamed a Dream per il compositore Schönberg dev’essere stata un terno al lotto: è bella, orecchiabile, resta in testa, fa piangere i sensibili, ecc. C’era per esempio una signora, seduta davanti a noi – e vestita in bordò – arrivata da chissà dove, che ha cantato I Dreamed a Dream come in un karaoke con gli occhi sinceramente lucidi: non è questo il massimo che po’ darci la musica?

Il terno al lotto dell’aria celeberrima viene ripresa e ripetuta in vari momenti del musical: come se Verdi mettesse Amami Alfredo cinque o sei volte nell’immortale tragedia di Violetta.

Les Misérables pare una macchina strappapplausi. Parte un’aria: proposto il motivo, lo si ripete in crescendo, aumenta il volume dell’accompagnamento orchestrale, il canto di uno diventa magari quello di due, di tre, del coro, arriva all’apoteosi a prova di sordo (tutti i musicisti e i cantanti sono amplificati), BUM! il pubblico ormai catturato applaude. In poche parole, Les Misérables offre una scarica di inesorabili climax. Viene in mente quel momento di Amadeus in cui Mozart assiste a un’opera di Salieri, il quale ebbe un successo che Mozart si sognava: un successo bombastico, fatto di tanti zunpapà portati all’esplosione, che infatti piacquero tanto all’imperatore. Alla fine, il compiaciuto Salieri chiede a Mozart il suo giudizio: «Oh, basta ascoltare tre minuti e subito si capisce: Salieri!». Qui è un po’ lo stesso.

Questi crescendi con s-ciopòn finali si ripetono a occhio almeno una decina di volte nei ricchissimi Misérables. E il pubblico felice obbedisce al richiamo con clap-clap del tipo – come si dice da queste parti – fracca boton, salta macaco. All’uscita, nella hall, un bel baracchino propone gadget coerenti: felpe, magliette, portachiavi, ecc., ma non I Miserabili di Hugo: forse non solo per la mole.

Mauro Covacich

IL KAFKA DI COVACICH

Kafka è una selva che disperde per il mondo una folla di reduci: forse tutti vagamente sorridenti e soli, proprio come Kafka nelle sue foto. Questi scampati sanno che “Kafka” è come il labirinto immaginato da Kierkegaard che ha infinite entrate e nessuna uscita. Da dentro il suo Kafka, Covacich ci ha parlato, deo gratias, senza ordire alcuna minaccia pedagogica. L’ossessione pedagogica – il messaggio di Kafka! – è stato il prezzo che, scivolando da un fraintendimento all’altro, ha pagato la sua opera per arrivare a noi. Un nome tra mille: il provvidenziale (non bruciò i manoscritti) Max Brod, che lo lesse come un teologo.

Tante favole raccontano che occorre fare un gran viaggio per tornare al punto di partenza: in questo caso, a leggere Kafka come Pollicino e, come esigeva san Francesco per il suo testamento, sine glossa. Quel senza commento è il difficile. A san Francesco non riuscì. Per Kafka anche qui un nome per tutti: Milan Kundera, l’anti-Max Brod. Tra i vantaggi inestimabili di leggere Kafka senza blablà a interferire è scoprire – tra l’altro – che è un grande scrittore comico: vedi Philip Roth o Carmelo Bene.

Covacich tutto questo lo sa, e non lo ostenta. La porta d’entrata che ci ha offerto è stata la lettera di Kafka ventenne su cosa sia (è!) la letteratura: un pugno sul cranio, un vento ghiacciato, una violenza. Prima di Manganelli e di Nabokov, che con Kafka ebbero intimi e lunghi commerci, Kafka sa che la letteratura non è un’esperienza culturale: piuttosto un trauma.

Sentire quel pugno – un pugno taoista: inesorabile e gentile assieme? – è il patto che Covacich ci ha offerto. Chissà se noi altri del pubblico abbiamo capito che non stava celiando. Soprattutto tornando sul Castello, ci ha portato a un punto che – se ascoltato davvero – avrebbe potuto creare per tutti un momento d’imbarazzo: «Tra te e il mondo, asseconda il mondo» (Aforismi di Zürau).

Ma a teatro, prima dell’attore, quello che recita è il pubblico: applaude e mostra di capire: in questo caso persino che il mondo da assecondare «è incomprensibile».

Aiuterebbe tenere a mente cosa ha scritto Ingmar Bergman su Shakespeare: «è un continente. Disegniamo le nostre carte, commentiamo e descriviamo, niente corrisponde al vero. La nostra azione non deve nemmeno essere appesantita dalla malinconia. Dev’essere rapida, rivolta all’esterno, comprensibile. Non abbiamo esperienza, tradizione, solo una cattiva istruzione… » (Lanterna magica, 1987). Covacich ci ha raccontato il suo Kafka così: resoconto di un rapporto intimo, disarmato, e certo inconcluso.

Forse si può ripensare al suo monologo come a un denudamento: Covacich – magro, jeans e maglietta, testa rasata, leggeri occhiali alla Cavour – all’inizio mi è apparso un fachiro intimidente. Ma, man mano che il racconto procedeva, il rapporto col pubblico si faceva confidente, trovava un’identificazione complice: del resto, chi di noi non è dentro quel castello che ci tiene sospesi senza la grazia di un sì o di un no?

Se Kafka è anche un misericordioso incubo, pieno di destino e di pietà, teniamoci a questa frase di Lacan: è nell’incubo che siamo svegli, è nel risveglio che ci addormentiamo. Con Covacich per un’ora almeno siamo stati sempre un po’ più svegli. E abbiamo anche riso.

(Suo primo complice è stato Francesco Antonioni, musicista meraviglioso che ha una storia che meriterebbe un racconto a parte. Antonioni ha tenuto questo Kafka sospeso su una trama di attese, dilatazioni, echi; in un flusso che pareva venire dal futuro per investire noi e il nostro kafkiano compagno in quel provvisorio adesso).