INTELLIGENZA ARTIFICIALE E PRATICA EDITORIALE RESPONSABILE di Barbara Zippo
Pubblicato in Archivio rivista Da ponte rosso Il Maggio 31, 2026Barbar Zippo | copyright | diritti d'autore | editoria | Il Ponte rosso n. 126 | INTELLIGENZA ARTIFICIALE | letteratura contemporanea

Chiedersi se l’IA entrerà nei processi creativi ed editoriali ha smesso di essere rilevante: conta invece come lo stia già facendo e con quanta consapevolezza da parte di chi crea. A partire da un autorevole report d’oltreoceano A.I. and the Writing Profession – A Comprehensive Survey & Analysis (a cura di Gotham Ghostwriters e WOBS LLC, ©2025), emerge che oltre il 65% dei professionisti della scrittura (scrittori, copywriter, editor, giornalisti ecc.) utilizza intelligenza artificiale in qualche fase del lavoro, ma solo una minoranza conferma di aver chiare le linee guida su copyright, responsabilità ed etica. Naturalmente cambiano gli approcci in base ai ruoli assunti nella filiera editoriale. Il report conferma che i professionisti più soddisfatti dell’uso dell’IA la impiegano in fasi di brain storming ed editing iniziale, per confrontare strutture, individuare ridondanze, supportare analisi di trend.
Se dal punto di vista individuale gli strumenti possono risultare seduttivi, promettendo di lavorare al proprio posto, attingere in massa agli stessi pattern significa rischiare l’appiattimento della creatività umana con ovvie ripercussioni sulla qualità del lavoro professionale; inoltre, il confine tra creare nuove possibilità e auto cannibalizzarsi è al tempo stesso sottile e profondo. L’IA, in questo momento storico, non è una sorgente di creatività ma un sistema che risponde a domande (prompt) rielaborando informazioni preesistenti, generate da esseri umani, e produce risultati (output) che derivano dalle combinazioni dei dati su cui è stata addestrata. Ecco ad esempio come si auto definisce ChatGpt:
Io sono ChatGPT, un modello di intelligenza artificiale basato su GPT-5 mini. Non ho coscienza, emozioni o esperienze personali. Funziono analizzando grandi quantità di testo per generare risposte coerenti in base a ciò che mi chiedi. Posso comprendere il linguaggio umano, fare ragionamenti, dare consigli, riassumere testi, scrivere articoli, spiegare concetti, e aiutarti a organizzare informazioni. Non “creo” in senso umano: rielaboro conoscenze preesistenti e probabilità linguistiche per produrre output.
Dove l’interazione con IA diventa scorciatoia nelle mani di chi non ha cognizione di causa, il rischio di omologazione cresce e cala in proporzione la qualità dei contenuti. Il “rielaboro conoscenze preesistenti” nell’auto definizione di ChatGpt, “separa le acque del Mar Rosso”, per dirla biblicamente, evidenziando uno scenario cruciale: diritto d’autore e copyright da un lato, AI dall’altro. Dal punto di vista giuridico, la direttiva UE 2019/790 sul diritto d’autore ha introdotto un principio fondamentale: l’innovazione tecnologica è legittima solo se bilanciata con la tutela degli autori. Il recepimento italiano con il D.lgs. 177/2021 ha rafforzato la trasparenza nei rapporti tra autori ed editori, nell’ottica di generare una futura remunerazione e determinare il diritto all’informazione sullo sfruttamento delle opere. A questo si è aggiunto il Regolamento UE 2024/1689 (AI Act), primo tentativo sistemico di governare l’IA a livello sovranazionale. Rilevante è l’obbligo di trasparenza sull’uso di contenuti protetti e la distinzione tra generati, assistiti o interamente umani. In Italia, la Legge 132/2025 ha chiarito che solo le opere con apporto umano creativo significativo godono di piena tutela del diritto d’autore, mentre l’IA resta uno strumento privo di soggettività giuridica. L’U.S. Copyright Office ha ribadito che le opere generate esclusivamente da IA non sono tutelabili, mentre quelle che incorporano IA possono esserlo solo se il contributo umano è dimostrabile e sostanziale. Ma la legge, da sola, non basta. È necessario acquisire uno sguardo critico e concreto su come usare l’IA senza perdere il senso del proprio creare, per contribuire ad un reale sviluppo personale e umano. Se sfruttamento di risorse naturali e individui restano alla base della sussistenza della nostra società, come oggi di fatto è, le risposte di IA non faranno che confermare tali presupposti. IA è uno specchio che riflette chi siamo come collettività e dove stiamo andando. Se la domanda umana è vaga la risposta rifletterà la stessa povertà di visione. Questo è un punto centrale che attraversa sia il dibattito culturale che quello normativo.
Mariella Borghi, – “business executive” e divulgatrice che lavora con l’intelligenza artificiale dal 2011 – quando parlare di Natural Language Processing (NLP) significava occuparsi di una nicchia per specialisti e non di un argomento da bar -, nel suo intervento sulla rivista “AI” sull’architettura umana dell’Intelligenza Artificiale, invita a rallentare, a sottrarsi alla retorica dell’efficienza assoluta e a rimettere al centro la qualità delle domande. L’IA, al momento, non include la dimensione fisica del vivere con se stessi, in relazione con gli altri e con l’ambiente, aspetti che costituiscono il nucleo da cui deriva l’unicità. Facendone noi un uso intelligente, anziché procedere verso un rapido impoverimento di idee e patrimoni artistici, si può forse correggere l’itinerario strada facendo. Il tutto evolve però ad una velocità sorprendente e, ben più seria questione, con strategie geopolitiche dietro ciò che si crede essere un passaggio tecnologico. Relativizzare e restringere il campo in linea con un nucleo etico interiore ed esperienziale può essere una via.
Quando ad esempio mi occupo di un progetto editoriale oggi, richiedo all’autore che l’uso dell’IA sia consapevolizzato, non demonizzato. Riporto al centro l’individuo nel suo atto di responsabilizzazione rispetto a originalità, incoerenze tipiche dei testi assistiti da IA, controllo delle fonti, rilevamento delle cosiddette “allucinazioni”: risposte plausibili ma errate, inventate o incoerenti, specialmente in ambito scientifico e medico. Curare il processo creativo da esseri umani, senza sottrarsi alla tecnologia, significa indagare sia il “perché” più profondo alla base dell’opera creativa, sia contestualizzare il lavoro in modo molto specifico: perché si formula una richiesta all’IA? Cosa si sta davvero cercando? Cosa si desidera comunicare e a chi? Tutto ciò restando possibilmente collegati alla propria esperienza e competenze specifiche.
L’IA oggi influenza editoria, grafica e audiovisivo. Il settore si confronta con crescenti problemi etici, legali e di gestione dei diritti. L’IA che genera attinge a materiali pubblicati, e come tali coperti da diritto d’autore e copyright. In questo scenario, come ribadisce un recente contributo del Giornale della libreria, testata ufficiale dell’Associazione Italiana Editori,il problema principale è un riuso di contenuti e la difficoltà di determinare l’origine di quelli rielaborati da IA. Questo erode i pilastri dell’ingegno creativo umano. Senza regole chiare, trasversali e ramificate diventa infatti difficile tutelare chi crea e costruire uno sviluppo tecnologico stabile. Il diritto d’autore è ancora un punto fermo perché può riconfermare la genesi delle opere di ingegno creativo in modo corretto anche nei nuovi contesti digitali. Non a caso, accanto alle cause legali stanno nascendo accordi tra piattaforme ed editori, nel tentativo di trovare un equilibrio. L’innovazione ha dunque bisogno di regole aggiornate che tengano insieme progresso e riconoscimento del lavoro creativo. Editori, piattaforme di self-publishing e distributori richiedono sempre più spesso dichiarazioni sull’uso dell’IA e sulla paternità dei contenuti e, a livello globale, la trasparenza e la chiarezza sui livelli di utilizzo stanno diventando, o dovrebbero diventare, criteri fondamentali alla base dei rapporti che gestiscono creatori e opere. Ciò si riflette ad esempio nelle policy delle più note piattaforme di autopubblicazione di libri, ebook e audiolibri in Italia. StreetLib, Youcanprint e Amazon KDP richiedono di dichiarare a che livello l’Intelligenza Artificiale sia stata utilizzata nella creazione dei contenuti. Gli editori verificano i testi con appositi software con possibile impedimento alla pubblicazione se non coerenti con quanto dichiarato dall’autore.
Si pone anche la questione dell’allenamento dell’IA: l’autore è chiamato a esprimere se consentirlo o meno. l’AIE (Associazione Italiana Editori) conferma che gli editori concedono già in licenza i contenuti creativi per l’allenamento dei software (TDM). StreetLib ha messo a punto in proposito AMLET: uno strumento che permetterà agli autori di concedere licenze d’uso alle imprese che si occupano di TDM e, snodo fondamentale, ciò dovrebbe in futuro consentire di monetizzare queste concessioni, generando ricavi per gli autori. Va considerato intanto che la SEO – Search Engine Optimization, l’insieme di strategie e tecniche per migliorare la visibilità dei contenuti nei risultati organici dei motori di ricerca – diventa generativa in ottica IA. I primi risultati di una ricerca su Google derivano già da questi criteri. Strutturare titoli, fonti verificate e contenuti coerenti significa ottenere un crescente miglior posizionamento online. Lo studio di Gotham Ghostwriters evidenzia infatti che l’uso competente dell’IA può rappresentare una chiave di maggior guadagno per i prodotti editoriali e i professionisti che operano in questo ambito consentendo di svolgere un lavoro di scansione, riorganizzazione e approfondimento potendo offrire contenuti più autentici e originali.
Nel suo articolo I hired ChatGPT as my writing coach, Audrey Kalman, affermata autrice di narrativa, racconta in proposito che l’IA può essere utile quando funziona come specchio e stimolo, non come sostituto. ChatGPT l’ha aiutata a individuare il tema del suo romanzo, ma solo perché la domanda era precisa, consapevole, già profondamente umana. L’IA copre forse il 70% delle competenze di un coach di scrittura, sostiene Kilman, ma manca completamente di intuizione emotiva, responsabilità narrativa e visione.
Nella pratica editoriale che porto avanti con Entra nella tua Storia™, in questo momento consiglio agli autori di non riportare testi generati da IA come tali, né approvare il TDM quando pubblicano, ovunque sia possibile, perché in Italia, ad oggi, si tratta di pura cannibalizzazione senza riscontro per gli autori. Questa scelta potrà cambiare in base a quanto e come la normativa tutelerà il contenuto creativo umano, ma viene ora dichiarata nei disclaimer e nei metadati dei prodotti editoriali che curiamo, per il loro corretto posizionamento e a sostegno dell’ingegno umano, in linea con quanto la normativa italiana consente.
Ogni autore deve essere libero di scegliere come creare contenuti, ma deve dichiararlo e assumersene la responsabilità, tenendo conto che il suo creare influenza concretamente la qualità della creatività umana complessiva.
La posta in gioco non è tecnologica ma culturale ed etica (oltre che geopolitica). Nasceranno nuove professionalità sapendo sganciarsi da ciò che è temporaneo, così com’è avvenuto in ogni grande rivoluzione. Si pensi all’invenzione della scrittura: a fronte di nuovi strumenti l’ingegno artistico e letterario rimangono a monte. Come ricordano anche Cristiano Boscato e Giorgio Spina, manager e innovatori digitali italiani, la tecnologia è un ponte. Più le macchine diventano sofisticate, più diventa insostituibile la responsabilità umana: nel fare scelte, nel prendersi cura dei contenuti. Abitare la tecnologia e non subirla significa imparare ad usare l’IA come alleata, nel rispetto degli autori, dei fruitori e del processo creativo stesso. Non esistono scorciatoie che non presentino un conto. Esiste invece una costruzione paziente, etica e competente che integra innovazione e umanità, senza confondere il mezzo con il fine. È in questo spazio di attenzione, cura e relazione che l’evoluzione è tale e vale la pena agire in un equilibrio dinamico tra strumenti e intenzione per contribuire alla qualità del futuro editoriale, umano e responsabile.
