UNA ROCCIA SULL’ISOLA

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Luigi Drioli nel libro della figlia Itti: uomo libero, antifascista e anti-titino

Lui paga con otto anni di carcere, la famiglia con la fuga dall’Istria

di Gabriella Ziani

 

 

Itti Drioli Italiani come voi.
Una storia di resistenza ed esilio tra Istria e Italia

Solferino, Milano 2026
pp. 288, euro 18,50

«Mio padre ha sempre camminato con la Storia. L’ha affrontata, attraversata, mai evitata […] aveva ideali, un’utopia, una coscienza. Li ha seguiti. Ha ascoltato la sua libertà»: con queste parole si chiude il racconto-memoriale che Itti Drioli ha magistralmente dedicato alla figura di suo padre Luigi, mazziniano, repubblicano, luminosa figura dell’antifascismo prima e della battaglia anti-titina subito dopo, fondatore del Comitato di liberazione nazionale in Istria, coraggioso e intrepido nell’affrontare non una, ma due resistenze, senza sottrarsi ai pericoli che minacciavano lui e la sua famiglia, prima vessata dal regime di Mussolini, poi dall’occupazione tedesca, infine sotto tiro della polizia segreta militare di Tito, l’Ozna. Da un regime a un regime, e dalla padella nella brace.

Pagò la sua coerenza, il suo «idealismo irriducibile» (parole della figlia), che univa amore per patria e democrazia, con otto anni di duro carcere nelle prigioni jugoslave. Arrestato nel febbraio del ‘48, dopo sette mesi di torture fu processato e condannato con l’accusa di essere il capo spirituale degli italiani di Isola d’Istria che non volevano piegarsi ai nuovi “poteri popolari”, e di essere in contatto con gruppi armati.

Fu liberato nel 1955, dopo il Memorandum di Londra che l’anno prima aveva stabilito i nuovi confini tra le cosiddette Zona A e Zona B. Vi fu un travagliato scambio di prigionieri. Ritrovò moglie e figlie a Trieste, dove erano state costrette, con la violenza, a scappare nel 1953. Intristito e provato, trovava una città che – finito il Governo militare alleato – era impoverita, depotenziata, grigia e inerte, e dove premeva una massa di circa 50 mila profughi. E dove a lui, per spiacevoli dinamiche familiari, fu impedito di rientrare a lavorare nel negozio che già nel ’47 (prevedendo guai e preparando il terreno) aveva messo in piedi. Un nuovo spazio commerciale tutto suo potè riavere più tardi, grazie al generoso sostegno economico di un amico, e di Antonio Fonda Savio, il genero di Italo Svevo, che era stato suo importante collaboratore nel Cln, e nel frattempo aveva perso in guerra tutti e tre i suoi figli.

Luigi Drioli da giovane

Gli fu inoltre proibito, anche dai sodali politici, di raccontare le atrocità subite, perché dopo la firma degli accordi si riteneva opportuno mantenere verso Tito atteggiamenti non ostili. La sua storia politica è stata ricostruita da Roberto Spazzali in Luigi Drioli. Un esempio di coerenza (Società italiana di archeologia e storia patria, Trieste 2011), sulla base di documenti originali, ora depositati all’Archivio di Stato.

Ma Italiani come voi. Una storia di resistenza ed esilio tra Istria e Italia è molto più che la storia di un politico e dell’Istria contesa. Itti Drioli, giornalista prima al Piccolo di Trieste e in seguito cronista parlamentare ed editorialista al Quotidiano nazionale del gruppo Monti, costruisce con grande abilità narrativa, e con una scrittura solida e vivida, un ricco romanzo familiare. Ci porta dentro ogni situazione, piazza e stanza come se allestisse per noi un reportage animato, o addirittura un film, con le sue inquadrature, e il profilo di tantissimi personaggi nel dettaglio dei loro giorni. Una storia anche penosa di tradimenti, con rari squarci di bontà e altruismo, e che non finisce con l’Istria: si sposta nel tempo fino alla colpevole sottrazione di senso che per decenni gli esuli patirono per ragioni di opportunità e opportunismo politico, arriva al Trattato di Osimo del 1975 che i politici firmarono «quatti quatti» (scrive Drioli) decretando la definitiva cessione dell’Istria alla Jugoslavia. E non trascura la svolta del Pci triestino arrivata in quello stesso 1975, quando Vittorio Vidali (il leone protagonista di tante battaglie), per scelta politica e geopolitica del momento, rompe un tabù, e afferma per la prima volta che l’ingresso dell’Armata jugoslava a Trieste il 1.o maggio 1945 non andava più interpretata dal partito come “liberazione”, ma come  “occupazione”.

Odilia, la moglie, da giovane

Itti in quegli anni, nel comprensibile sconcerto del padre incarcerato da comunisti jugoslavi, è attiva nel Pci, e dunque corre subito a raccontare a lui la grande notizia: «Si scardinò finalmente una prigione di sofferenza e opportunismi. […] In me si sciolse un grumo». Uno spiraglio di verità si faceva strada, onorando la battaglia e le sofferenze di Luigi, e preparando pure una diversa narrazione rispetto a quella prevalente, e cioé che dall’Istria erano scappati “i fascisti”, una strumentalizzazione che gli esuli antifascisti avevano fatto fatica a sbiadire.

È una vicenda che non solo meritava piena luce, ma che prima di tutto Itti Drioli aveva bisogno di raccontare per raccogliere i pezzi di se stessa: aveva 11 mesi quando le fu sottratto il padre, era la più piccola delle quattro sorelle, e questo vuoto affettivo, unito al trauma della fuga, alle desolazioni e umiliazioni patite come bambina esule, dunque “diversa”, accolta a scuola grazie a sussidi, l’ha segnata per sempre, dimezzandola fra la sua parte forzatamente sociale e sorridente e quella intima, sempre alle prese col pianto che viene da lontano: «M’imbarazzava questo mio pianto, anzi lo odiavo: era un intruso nella mia sfida di sopravvivenza. Volevo scacciarlo, ma era sempre in agguato, mi sorprendeva all’improvviso. Fuori non lasciavo vedere niente: ero disinvolta, quando ci riuscivo spiritosa, “solare” mi descrivevano, ma dentro avevo un piombo che mi tirava giù».

Luigi Drioli ascolta la sentenza di condanna

In questo recupero (carico di sentimenti e mai sentimentale) vanno in palcoscenico figure di spessore. Vediamo la madre Odilia, molto più giovane di Luigi, che da lui ha due figlie, Vittorina e Gianna, prima del matrimonio – e nessuno a Isola se ne scandalizza. La vediamo intenta a supportare il marito, a diventare via via una donna non più schiva e tenera, ma una guerriera che non esita a sfidare le autorità per aiutare il marito nella sua infausta sorte. Intanto erano nate, dopo le nozze, altre due figlie, Sandra e appunto Itti, la quale già in culla si scontrò coi fili spinati della storia: l’esuberante, creativo padre aveva scelto per la neonata dei nomi-bandiera, Italia, Giuliana, Soave (come auspicio) e Augusta, quest’ultimo in memoria del fratello, irredentista ai tempi dell’Austria, incarcerato, e morto a 18 anni di malattia in prigione.

L’anagrafe jugoslava naturalmente rifiutò quei nomi sfidanti, e accettò solo Augusta, ma in casa per la bimba fu usato il diminutivo di Italia, e cioè Iti, e l’interessata più tardi irrobustì il nomignolo con una seconda “t”, considerandosi comunque vittima di una «identità forzata».

Le quattro sorelle Drioli accolgono il padre dopo la sua liberazione (Itti è la bambina in bianco)

Ma spiccano come eroi della vita, protagonisti di continue morti e rinascite nelle burrasche pubbliche e private, anche la nonna paterna, vedova giovanissima, che s’inventa da zero un negozio di confezioni a Isola (quel negozio “Drioli” che ha anch’esso una lunga storia di crollo e resurrezione, e che tutti ricorderanno nella sua sede triestina di via Carducci), e soprattutto il nonno materno, il Giovanni gigante silenzioso attraversato da tutte le tempeste ma saldo come un albero di ulivo. Comunista da sempre – come tantissimi in quell’Isola d’Istria operaia e benissimo organizzata anche per la manodopera femminile –, i fascisti gli bruciano la barca, resta egli pure vedovo, la povertà spinge i suoi figli a emigrare in America (tranne la mamma di Itti), e con la presa del potere da parte dei filo-jugoslavi vede crollare tutti i suoi ideali. Non è il sognato «Sol dell’avvenir» che arriva, ma una tragedia che porta terrore, miseria e morte, e pure la carcerazione di quel brav’uomo del genero. Quando figlia e nipoti saranno costrette a scappare, lui resterà, roccia solitaria, proprio per non lasciarlo da solo.

Perché infine le donne devono fuggire. Non è la povertà estrema a spingerle (i “poteri popolari” dissanguano tutte le attività in mano a italiani, pure il negozio di nonna Drioli) ma la terribile «notte dei fucili». è il 6 novembre del 1953, squadracce armate fanno irruzione di notte nella casa dove dormono Odilia e le due figlie minori (le altre sono in collegio a Trieste), e minacciano distruzione urlando «Via di qua, sporchi fascisti!». Itti ha solo sei anni, sviene, per lo choc resterà muta a lungo. La madre deve cedere, chiede la carta per l’emigrazione, ha tre giorni di tempo per andarsene, portando con sé pochissime cose – come tutti gli esuli. Singolare che fra queste ci siano la credenza Biedermeier e il pianoforte, un simbolo di cultura, tradizione e civiltà. L’addio al padre che rimane dietro le sbarre è straziante, e tristissimo l’arrivo a Trieste, dove comunque le Drioli – grazie ai meriti del genitore – non finiscono ammassate al Silos. Per loro si trova una stanza d’albergo.

Il Giornale di Trieste dà notizia del processo

Sembra che l’odissea possa avere un attimo di respiro, ma non è così, perché la coraggiosa Odilia, dopo tante battaglie, ora che è in salvo collassa, e si ammala: per le figliole un ulteriore trauma, finiranno in collegio, e Itti in seguito avrà forti problemi di relazione e scarsi risultati a scuola prima di ricostruirsi una parvenza di spina dorsale. Ma negli anni, come tanti, continuerà a combattere con gli uffici anagrafici, che non troveranno mai la giusta località geografica in cui stabilire il suo luogo di nascita, e quindi per un periodo verrà classificata come “Giuliana” – paradossalmente uno dei nomi che il padre aveva scelto per lei, ma con ben altro spirito e intenzione.

«Aspettavo papà come si aspetta il sole» scrive Drioli, che mai nella prima infanzia l’aveva potuto abbracciare. Un affetto-amore per sempre insoddisfatto. La forte figura del padre-eroe resterà per lei un modello inimitabile. A tanta distanza dai fatti, finalmente è riuscita a scendere nel pozzo del rimosso, a compattare i suoi pezzi lacerati, un’operazione anche terapeutica condotta con coraggio e lucidità, e doti letterarie che forse non sapeva di possedere, ma che si dispiegano con evidenza nei capitoli di questa narrazione.