DOVE L’ACQUA RIFRANGE IL DIVINO
Gennaro Rega | grandi mostre | Il Ponte rosso n. 127 -maggio 2026
Al Palazzo Ducale di Venezia, valendosi di straordinari reperti archeologici, si mette a fuoco il ruolo dell’acqua nelle culture di etruschi e paleoveneti
Il ruolo dell’acqua come principio di vita, fonte di salvezza e salute, sfida del viaggio verso il rischio e l’ignoto
La grande quantità e l’emozionante qualità degli oggetti esposti restituiscono l’immagine di due grandi civiltà dell’epoca preromana
di Gennaro Rega

“Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari” è la mostra, promossa dai Musei Civici Veneziani e curata da Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, allestita a Venezia nelle sale dell’Appartamento del Doge in Palazzo Ducale dal 6 marzo al 29 settembre 2026.
Vi sono esposti più di settecento reperti archeologici di cui oltre trecento dal Veneto, con lo scopo di offrire al visitatore un’indagine comparata sul ruolo fondativo dell’acqua nell’orizzonte del sacro e del sociale in due grandi civiltà, l’etrusca e la paleoveneta, dell’Italia preromana durante il I millennio a.C. Infatti da questi popoli mari, fiumi, sorgenti salutifere e acque termali vennero considerati gli ambienti privilegiati di contatto con il divino, spazi di guarigione, ma anche luoghi per la crescita della collettività, mete per il transito, per l’inclusività e lo scambio culturale con ogni parte del Mediterraneo.
Di tale suggestivo ed attuale progetto espositivo, è opportuno parlare, anche per offrire un filo rosso con la mostra da poco conclusasi ad Aquileia, “Gli dei ritornano. I bronzi di San Casciano”, recensita sul numero del Ponte rosso dello scorso dicembre.

Stavolta non è la figura di Apollo ad accogliere il visitatore nelle sale dell’Appartamento ducale, avvolte da una illuminazione soffusa, ma la fascinosa testa di Leucothea, la “dea bianca” come la schiuma del mare, colei che, ci narra Omero, apparve a Odisseo naufrago nella tempesta e lo salvò porgendogli un velo “salvagente”. L’acqua dunque come principio di vita, fonte di salvezza e salute, sfida del viaggio verso il rischio e l’ignoto.
Le prime sezioni sono dedicate ai Sacri Approdi dell’Etruria. Infatti nei pressi dei porti di Pyrgi, Gravisca, Regisvilla, Spina, Adria sorgevano santuari dove si veneravano soprattutto divinità legate al culto del mare e dell’acqua.
In particolare a Pyrgi si trovava una maestosa area sacra, sicuro e protettivo approdo per i naviganti. Qui un tempio era dedicato a Thesan (nome etrusco) – Leucothea (nome greco), da cui proviene appunto la testa fittile in mostra. Ma vi sono esposte altre importanti testimonianze ritrovate in questo monumentale santuario, che dimostrano la diretta proiezione sul mare della potenza di Caere – Cerveteri come città-stato. Ad esempio, le famose lamine d’oro di Pyrgi che certificano nel VI sec. a.C. gli stretti rapporti a vari livelli (politico, economico, culturale, cultuale) fra il mondo punico-cartaginese e quello etrusco. Anche la statua in terracotta del fedele in posa ieratica e fidente di fronte alla divinità a cui sta offrendo un porcellino, animale sacro a Demetra, ben evidenzia i legami e l’assimilazione di culti fra i due popoli. Un esempio lo si ritrova nella stele di un tophet (santuario) di Cartagine che ha incisa la stessa immagine e l’offerta è fatta alla dea Tanit, dai caratteri simili a quelli di Demetra.

Procedendo nella visita, dalle acque salmastre del mare si scorre verso le acque dolci e curative presenti nel territorio etrusco in sorgenti, fiumi, laghi. Fin dall’Età del Bronzo nei pressi di questi luoghi venivano allestite aree sacre per riti devozionali e offerte dei fedeli. Nelle sale dedicate al territorio di Chiusi, vengono presentate le testimonianze uniche e coinvolgenti dei siti di Chianciano Terme e San Casciano dei Bagni, frutto di una devozione di lunghissima durata, che accompagnò la lenta transizione fra mondo etrusco e romano verso l’avvento del Cristianesimo. Si tratta di ambienti caratterizzati da un culto resiliente dell’acqua nel quale confluivano: aspirazione al sacro, richiesta di salute per l’individuo e di benessere per la collettività, accoglienza e inclusione dello straniero. In particolare, in queste sale si ammira per la sua eleganza l’acroterio in figura femminile adagiata sull’angolo destro del frontone fittile del santuario che sorgeva vicino alla sorgente de “I Fucoli” (Chianciano). Ma è da notare anche la statuetta in bronzo con mani aperte e pollici sollevati, nel gesto dell’orante, ritrovata in località Badiola presso Chiusi. Questa tipologia di reperto è una delle più frequenti nella devozione delle acque sacre presso Etruschi e Veneti, assieme a quella dell’orante con in mano una ciotola e l’altro palmo levato al cielo. Ne sono esposte numerose provenienti da siti frequentati da entrambi i popoli, aventi le più varie dimensioni. Tuttavia il modello rimane iconico: c’è l’offerente e c’è l’offerta in un circolo virtuoso e fiducioso che la grazia sarà ottenuta nel mentre l’oggetto lo si lascia cadere nell’acqua della Sacra Fonte che poi nel suo continuo vorticare lo “restituirà” sanato.

Sono soprattutto i cosiddetti bronzi di San Casciano, la più sorprendente scoperta archeologica italiana degli ultimi decenni, a fare la parte del leone, già ammirati in alcune prestigiose sedi come il MANN di Napoli e ad Aquileia. Eppure le curatrici della mostra sono riuscite ad esporre 58 reperti restaurati ancora non visti in pubblico. E la meraviglia si rinnova, anche grazie ad efficaci accorgimenti espositivi. Infatti le due vetrine che contengono l’una un braccio femminile destro in bronzo, con al polso una raffinata armilla, e due intensi volti di oranti; l’altra un volto estatico di donna con un’acconciatura ad ondine di età tardo augustea, accanto al braccio destro levato di un putto e a una lucerna, sono corredate sulla parete di fondo da due gigantografie del momento in cui durante lo scavo questi reperti affiorano dalla fanghiglia termale. Al centro della sala, le avvenenti gambe in bronzo dedicate dalla matrona romana Acilia alle Ninfe, come si legge nella iscrizione sopra l’ombelico, sembrano l’elegia di una bellezza ferita e risanata che in cambio è pronta ad offrire la propria purezza e devozione alla divinità. L’ex-voto risale all’epoca tiberiana, poco prima che un fulmine caduto nel Bagno Grande imponesse di sigillarne tutto ciò che vi era contenuto.
è per la prima volta esposto un altro reperto particolarmente indicativo della sacralità e della religiosità che questi luoghi emanavano e fortificavano. Si tratta di un’iscrizione di notevole interesse storico-epigrafico. Una lamina rettangolare in oro, biansata, riporta il giuramento matrimoniale di Iuncus Vergilianus, senatore all’epoca di Claudio: «Iuro per Fortunam Caesarisque Genius me numquam repudiaturum Sentiam Treboniam uxorem meam» (Io giuro sulla dea Fortuna e sul Genio di Cesare che mai ripudierò mia moglie, Sentia Trebonia). E altrettanto promette Sentia Trebonia. Una coppia, si potrebbe latinamente aggiungere, che si ispirava agli antiqui mores. Difatti, come riferisce Tacito, Iuncus per la sua rettitudine morale nel 48 d.C. fu condannato a morte dall’imperatore dopo aver pubblicamente denunciato l’adultera Messalina.
Lasciate alle spalle le testimonianze sul culto dell’acqua negli altri centri etruschi, quelli di Marzabotto, Adria e Spina già confinanti con i territori occupati dai Veneti, si accede alla seconda parte della mostra.

Il patavino Tito Livio riporta che Antenore, dopo la caduta di Troia, si pose a capo degli Eneti, cacciati dalla Paflagonia e in cerca di una nuova patria. Giunsero così nella «più profonda insenatura del mare Adriatico» (Hist.I,1). Qui, sbarcati e vinto il popolo degli Euganei, i nuovi venuti si stanziarono fra il mare e le Alpi. Dunque nel racconto, in parte ammantato di leggenda, si colgono le prime notizie scritte sulla presenza nella regione veneta dei cosiddetti Paleoveneti, provenienti, attraverso il mare o i Balcani, da regioni orientali dell’Asia. Essi, portatori della cultura del ferro, si stanziarono in Italia fin dall’inizio del I° millennio a. Cr. I loro confini “d’acqua” erano a sud il Po e a sud-est l’Adriatico, i quali fecero da cerniera per i rapporti con gli Etruschi, su cui si impernia la mostra. A ovest invece erano il Mincio e il lago di Garda che li separavano dagli aggressivi Galli, di cui comunque subirono alcuni influssi culturali e artistici. A nord le vallate del Brenta e del Piave li mettevano in comunicazione con il Norico. Mentre il Livenza a nord-est li separava dalle popolazioni carniche e dagli Histri.
La romanizzazione di questo popolo si compie in maniera graduale e pacifica a partire dal II° sec. a. Cr. quando la regione veneta entrò in una nuova fase della sua storia. La parabola della cultura etrusca e venetica dall’indipendenza alla sottomissione a Roma, è appunto la traccia cronologica del percorso espositivo allestito a Palazzo Ducale.

Anche nei territori abitati dai Paleoveneti gli spazi del sacro costellavano un ambiente ricco di foreste, di fiumi e di sorgenti termali. In questi luoghi naturali, infatti, era sentita più forte la presenza delle divinità. Emblematica risulta la rappresentazione della dea, signora degli animali e della Natura, nel disco bronzeo votivo di Montebelluna, risalente al IV sec. La si ritiene, pur essendo il suo nome ignoto, la principale divinità dei popoli che abitavano l’alta pianura e i comparti boschivi e selvaggi del bacino del Piave. Rappresentata di profilo, fastosamente abbigliata e avvolta in uno scialle, simile allo zendale indossato, sino a pochi decenni fa, dalle donne veneziane, reca nella mano destra una chiave. Ha dunque il dominio e la facoltà di aprire il seno della Terra, determinando lo scorrere delle stagioni. Una dea della fecondità, analoga alla Mater Matuta dell’Italia preromana, che presiede alle nascite e alla vita. La fiancheggiano un cane-lupo rampante, simbolo del mondo sotterraneo, e un uccello acquatico, simbolo del mondo celeste.
Ad Este, anticamente Ateste “città del fiume” (Adige) troviamo l’analogo culto di Reitia, cioè “la dea del fiume”. Nelle sale a lei dedicate qualcuno potrà evocare il ricordo dei versi di un grande poeta originario di quelle terre, Andrea Zanzotto: «[…] i suoi occhi di biscia/ di sovrana/ ci appaiano un poco di vera/ mamma, non di matrigna, non di biscia:/ anche se Basilissa, Reitia, Dea/ […] deve restare; per il nostro non-sapere/ e sapere, ma soprattutto per il nostro amarla». La citazione è tratta dal poemetto Filò (1976). Nell’originale Zanzotto usa il dialetto pétel, per tentare un’interlocuzione più schietta e diretta con l’essenza della “matrità”, rappresentata da Reitia, appunto, la Madre Terra, che troppo spesso la società contemporanea viola e violenta.

Nell’antichità il suo santuario più rilevante sorgeva sulle rive dell’Adige. Nelle teche sono tanti gli ex voto a figura umana ritrovati in questa area sacra. Ma due in particolare danno la conferma di una persistenza del divino che emanava da queste acque, trasfusa in epoca romana. La prima è un’elegante applique di bronzo raffigurante Eracle semisdraiato su una leontea appoggiata ad una roccia. Nella religiosità italica infatti spesso il semidio era collegato al culto dell’acqua. Sempre Livio, ad esempio, cita una fons Herculis in Etruriache nel 217 a.C. fece sgorgare acqua e sangue preannunciando la drammatica invasione del cartaginese Annibale. La seconda è una testa in terracotta di Minerva, dea della sapienza, di ammirevole fattura e dallo sguardo penetrante che alle soglie della romanità (III – II sec. a.C.) assume, appunto, i tratti, a noi sconosciuti, della antica dea venetica Reitia. Questa identificazione è attendibile poiché nell’antichità alcuni santuari di questo tipo erano anche sede di “scuole” dove le donne imparavano a leggere e scrivere, oltre che a tessere e filare. In quello di Pora Reitia ciò è attestato dai ritrovamenti di strumenti (come gli stili), legati alla scrittura, e di laminette in bronzo per gli esercizi di scrittura, quasi degli abecedari. I devoti o le devote alla fine dell’apprendimento, ne facevano dono alla divinità.
Va citato in conclusione il santuario nord-adriatico di Altino, porto sacro dei Veneti aperto alle rotte adriatiche, mediterranee ed endo-lagunari, centro di un culto volto ad accogliere e a far convivere comunità diverse, come attestano bronzetti provenienti dall’area etrusca, centro-italica e celtica, lamine figurate e monumenti votivi. Fra questi ultimi si incontra una testimonianza incisa nell’arenaria, dalla forte valenza simbolica. Si tratta di un cippo dedicato al dio del luogo, Altino. Sotto la sua tutela venivano regolati i commerci e garantite la protezione e l’integrazione degli stranieri nella comunità locale. Infatti come riporta l’iscrizione nella pietra, l’etrusco Krumio (un mercante, probabilmente) dedica a lui questa stele. Ma vi fa incidere anche una sagoma di altare, e soprattutto quella di un lupo in atteggiamento mansueto, a simboleggiare la volontà dell’offerente di integrarsi nella città sotto la protezione del dio.
All’uscita il visitatore verrà investito dal monotono brusio del turismo di massa e sarà facile che rimpianga di aver lasciato dentro le sale del Doge la salvifica voce dell’acqua.

