TRIESTE, DAL COSMOPOLITISMO AL NAZIONALISMO
Diego Zandel | Il Ponte rosso n. 127 -maggio 2026 | storia
di Diego Zandel

Il genio di Trieste.
Nascita e destino di una città cosmopolita
prefazione di Francesco Magris
Rubbettino, 2025
pp. 296, euro 24,00
La grande storia di Trieste coincide con lo sviluppo del suo essere una città cosmopolita, assimilabile ad altre realtà analoghe del mediterraneo come Alessandria d’Egitto, Smirne, Beirut, Marsiglia, Fiume. Città straordinarie per essere caratterizzate dalla convivenza tra genti diverse, ciascuna con la propria lingua, cultura, religione, che, nell’insieme, restituivano quella “identità plurima” di cui si sentiva portatore, ad esempio, Slataper, a cui di deve quella definizione, tracciando, nel caso di Trieste, la cosiddetta “triestinità”. Non importava se fossi italiano, slavo, austriaco, greco, cattolico, protestante, ebreo, ortodosso e la lingua che parlavi in casa. Tutto si ricomponeva in strada, nella piazza, nei caffè, dove la lingua franca era il triestino, che derivava da un veneto rivisitato nell’accento, nella cadenza, nella variazione di alcuni termini derivati da tradizioni linguistiche locali. Valeva anche per un abitante che veniva da fuori e che si fermava in città quel tanto da assorbirla, come, ad esempio Joyce, che ci visse per 12 anni e finì col parlare, e scrivere, anche lui in triestino. E, allora, com’è possibile che questa città «ricca, moderna, cosmopolita, multiculturale come la Grande Trieste, si trasformò, nel giro di pochi anni, in un centro di feroci contrapposizioni politiche, etniche, sociali? Com’è possibile che 200 anni di Cosmopolis non siano riusciti a far maturare nell’animo di quella società una definitiva e irreversibile coscienza universalistica?» si chiede Maurizio Marzi Wildauer nel libro Il genio di Trieste. Nascita e destino di una città cosmopolita, edito da Rubbettino con prefazione di Francesco Magris, che investiga con passione questo itinerario storico della città in cui l’autore vive e lavora, con compiti di responsabilità, da trent’anni. Lo fa partendo dall’avvento degli Asburgo a Trieste nel Settecento per realizzare il porto più grande del loro impero, motore di commerci e relazioni internazionali tali da dare alla città l’impronta cosmopolita che abbiamo sottolineato, fino ad arrivare alla fine della Prima guerra mondiale, quando Trieste diventerà italiana per tracimare nel nazionalismo, presto alimentato, nel peggiore dei modi, dal fascismo. La condivisibile analisi che, dopo l’interessante excursus storico, ne fa Marzi Wildauer, sta nel contrasto che la città ricca e cosmopolita sia cresciuta grazie al suo sorgere sul mare quale fonte di commerci e indotti, si pensi alla presenza di molti armatori importanti, società di navigazione, di import/export, che si confrontava col retroterra carsolino, prevalentemente abitato da slavi, quelli che tutte le mattine, strappati con fatica da una terra arida prodotti agricoli e animali, scendeva in città per venderli ai “signori”. Scrive Marzi Wildauer: «L’origine del terribile conflitto che devasterà per decenni queste terre, […] deve essere ricercato proprio in questa radicale alterità ideologica che divideva quelle popolazioni e che solo in parte è sussumibile sotto l’antinomia ‘città/campagna. Essa è più profonda e allo stesso tempo più ampia: è la dicotomia archetipa e universale tra il mare e la terra, tra Leviathan e Behemoth, tra Landnahme e Seenahme, tra nomos della terra e anomia del mare».
L’autore fa risalire la prima miccia del conflitto etnico e sociale al 10 luglio del 1868, quando, al rigurgito clericale di Vienna e del Governatore di Trieste, avrebbero fatto seguito le manifestazioni antipapiste e massoniche dei cittadini in nome della diffusa laicità che caratterizzava la realtà triestina, manifestazioni che verranno represse con «inusitata violenza, mai palesata in precedenza» da parte della «Milizia territoriale notoriamente arruolata tra gli sloveni del contado carsico». Una situazione che segnerà gli anni a venire lungo il ventesimo secolo, con i momenti più feroci della devastazione del Narodni Dom, l’instaurazione del fascismo di confine, e il tragico epilogo della Seconda guerra mondiale, con l’occupazione jugoslava, le foibe e l’esodo che avrebbero segnato profondamente il confine orientale.
