GEORGE TATGE E IL COLORE DEL CASO

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Una mostra al Magazzino 26 consente di incontrare il fotografo nella sua produzione a colori, seconda fase – come per Odilon Redon – di una lunga carriera

di Walter Chiereghin

George Tatge
foto di Gerardo Gazia

George Tatge foto di Gerardo Gazia.IMG cl.up._1054L’esercizio del colore ha aggiunto alle immagini di Tatge un immenso campo di osservazione ed è proprio di generosi ingrandimenti a colori che si compone l’antologia di oltre settanta opere offerta alla visione dalla mostra “Il Colore del Caso”, curata da Carlo Sisi, realizzata per iniziativa del Comune di Trieste e organizzata dalla Casa editrice Magonza, visitabile ad ingresso gratuito alla Sala Nathan del Magazzino 26 del Porto Vecchio fino al prossimo 12 luglio.

Nato ad Istanbul nel 1951 da madre italiana e padre americano, George Tatge ha trascorso l’adolescenza tra l’Europa ed il Medio Oriente prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Laureato in letteratura inglese, incominciò a studiare la fotografia con l’ungherese Michael Simon. Trasferitosi in Italia nel 1973, ha lavorato a Roma come giornalista e quindi a Todi e poi a Firenze, dove per alcuni anni dal 1986 a 2003 è stato dirigente tecnico-fotografico della Fratelli Alinari di Firenze. Fotografo di fama internazionale, ha esposto al di qua e al di là dell’Atlantico, dove sue opere sono presenti nelle collezioni di importanti musei.

Finestra di pietra
Trieste, 2012

La conversione al colore del fotografo avvenne quasi per caso, stimolata dalla visita ad una mostra parigina di opere di Odilon Redon (1840-1916), maestro del surrealismo, per molti anni noto soprattutto per la sua opera grafica in bianco e nero, i famosi Noirs, convertitosi poi alla pittura e all’uso quindi del colore solo negli anni della sua tarda maturità. Tatge ne ha seguito il percorso creativo, dopo 35 anni di immagini in bianco nero, ovviamente con altri mezzi rispetto a quelli dell’artista francese. La mostra di cui parliamo antologizza la sua produzione a colori che data ormai dal 2012, aggregando le immagini per tematiche omogenee dei soggetti: Recinti, Apparizioni, Superfici e così via, ma ogni suddivisione vanifica l’intento classificatorio, tanto le immagini parlano un linguaggio assolutamente condiviso tra esse, che dice del rigore formale di chi le ha create e della sua stupita meraviglia di fronte alle modeste frazioni di paesaggio che solo una sensibilità attenta riesce ad individuare per sottrarle all’insignificanza.

Sono in parte preponderante paesaggi urbani i soggetti, dei quali assai di rado viene presa in considerazione la monumentalità di strutture architettoniche o spazi storici, per una ricerca che invece si sofferma su dettagli che l’arte di Tatge isola, sottraendoli all’anonimato e restituendoli in un’iconografia che restituisce loro significato e valore. La figura umana è del tutto assente, eppure la si percepisce come immanente nella realtà attraverso gli oggetti e i manufatti che ne testimoniano una presenza preesistente allo scatto fotografico, per mezzo di interventi talvolta genialmente creativi – com’è per esempio nel livornese Scoglio della Regina o nella finestra disegnata da Carlo Scarpa nell’ampliamento del Museo Revoltella –, altre volte di senso contrario, nella trascuratezza e nell’abbandono delle periferie o nell’accatastarsi di residui da riciclare, a saziare le brame dell’imperante consumismo, come nei depositi di stracci a Prato. Si realizza così, paradossalmente, proprio da questa assordante assenza della figura umana nelle immagini, un agire artistico prima di tutto profondamente umanistico.

Ne risulta, alla fine, una fotografia della stasi, che è anche poesia del silenzio, aperta alla capacità del fruitore di ripercorrere il pensiero dell’artista, individuando quanto l’ha indotto a fermarsi nelle sue lente passeggiate per raccogliere nelle sue impeccabili immagini le suggestioni che il Caso gli ha presentato nella sua giornata di lavoro.

Scoglio della Regina Livorno, 2019