TULLIO KEZICH, SPETTATORE INCANTATO DELLA VITA E DEL CINEMA
cinema | Gennaro Rega | Il Ponte rosso n. 129 -luglio-agosto 2026
Riproposto al grande pubblico Tullio Kezich. A proposito di me, film – documentario sul critico cinematografico triestino
Kezich scrisse prevalentemente di cinema, ma è stato anche narratore e memorialista di rilievo
di Gennaro Rega

A giugno è stata riproposta a Milano la proiezione del film-documento: Tullio Kezich. A proposito di me, prodotto nel 2021 dall’Istituto Luce. Questa bella pellicola di Gioia Magrini, regista, Silvia D’Amico e Roberto Meddi, co-sceneggiatori, si avvale di un ricco materiale del repertorio Luce e di documenti inediti tratti dall’archivio privato di Alessandra Levantesi Kezich. Presentata in anteprima nel 2022 al Trieste Film Festival, ora si è deciso di riproporla al grande pubblico organizzando un tour di presentazioni che ha toccato varie città come Milano, Roma, Torino, Bergamo e, naturalmente, ancora Trieste.
La scelta della regista è chiara: far raccontare dallo stesso Kezich, grazie alle sue abilità affabulatorie, mai ridondanti e sempre tramate di ironia (alla “svevo” si direbbe) una lunga vicenda esistenziale e professionale (Trieste, 1928 – Roma, 2009), molto più complessa di quanto si possa immaginare ad un frettoloso approccio.
Basterebbe infatti parafrasare la sintesi che della propria attività cinematografica, verso la fine del documentario, ci viene offerta dal narratore per cogliere la ricchezza e la varietà di esperienze di questo triestino considerato ormai uno dei padri della critica italiana.

«Ho fatto il critico cinematografico su Sipario, Settimo giorno, Panorama e poi per quasi vent’anni sui quotidiani La Repubblica e Il Corriere della sera. Ho scritto testi per il cinema, per il teatro, ma anche di narrativa. Ho sempre giocato su più tavoli, ma con la sensazione che quello della critica fosse il mio lavoro vero. Essere impegnato nella produzione di un film mi divertiva, ma capivo anche che un giorno quell’attività sarebbe finita. Non ho mai avuto la tentazione della regia. E l’impegno di sceneggiatore l’ho vissuto spesso in modo disincantato perché i produttori di frequente stravolgono le tue idee e il tuo testo. Ma io, in fondo, al cinema resto soprattutto uno spettatore con lo stesso sguardo stupito e ammirato di quando bambino i miei genitori mi portavano a vedere un film, e mi veniva la curiosità di scoprire anche quello che ci stava dietro lo schermo».
Non a caso quindi il documentario si apre e si chiude con due aneddoti personali, che è opportuno riportare. Un amico, perplesso di fronte alla scelta di insistere sulla carriera di critico da parte di Tullio, gli domanda: «Hai dei figli?» «Sì», risponde Kezich, «ne ho uno». «E allora quando il bambino chiederà alla mamma: che mestiere fa il papà? come rimarrà, sentendosi dire che fa il critico cinematografico?!».
L’altro rievoca la sua sorprendente, precoce passione nel recensire gli spettacoli che vedeva. Kezich racconta, infatti, che a tredici anni circa, trovò il coraggio di andare dal direttore della rivista Film e di presentargli una recensione. L’adulto incomincia a interrogarlo perché non fosse venuto accompagnato dal padre. «Perché mio padre?» chiede sorpreso il ragazzino. «Perché è con lui che collabori, è lui che scrive…». Alla risposta negativa di Tullio, il direttore va su tutte le furie e lo caccia in malo modo, credendo ad una burla.
D’altronde fin dagli esordi nel mondo della critica cinematografica Kezich si definiva scherzosamente «un cine-catecumeno». Infatti aveva da sempre sentito la missione di diffonderne il Verbo. In aggiunta, aveva una particolare qualità umana: quella di saper intessere forti e sovente duraturi rapporti non solo professionali ma amicali con molti dei più grandi registi e attori italiani del suo tempo (tra i tanti cito Fellini, Olmi, Antonioni, Rosi, Mastroianni, Valli).
Con un fluido intarsio di documenti di Cinegiornali Luce e di ricordi affidati alla sapida conversazione del protagonista o alla voce fuori campo dell’attore Massimo De Francovich che ne legge diari e confessioni scritte, il film propone la fase avventurosa della “formazione triestina” dal Dopoguerra fino alla metà degli anni Cinquanta; quella “milanese” dove Kezich affina le esperienze in campo critico-letterario; infine, dagli anni Sessanta in poi, soprattutto quella “romana”, per lui totalizzante e immersiva nella fucina dell’industria filmica italiana. Non c’è stato ruolo (tranne il regista) né genere cinematografico che non l’abbiano incuriosito. Eppure la fascinazione per la “settima arte” non gli ha mai impedito di mantenere uno sguardo più alto, ironico e problematico sui complessi ingranaggi e i variegati personaggi di quel mondo. A partire dagli anni Settanta egli affianca al cinema importanti collaborazioni e produzioni televisive e teatrali. Entriamo, così, nell’ultima parte del documentario. Con un controllato sottotono Tullio Kezich, mentre inanella nomi di sodali (Strehler, Squarzina, Missiroli, tra gli altri) e titoli di opere da lui scritte o adattate per il palcoscenico (prime fra tutte La coscienza di Zeno, protagonista Alberto Lionello e L’americano di San Giacomo, messo in scena con la regia di Francesco Macedonio dalla compagnia triestina La Contrada) ci confessa che nel matrimonio durato quasi una vita con la Musa del cinematografo, ha avuto, però, un’altra amante: Talia, la Musa del Teatro.

Auspico che l’occasione di questo prezioso documentario sulla personalità poliedrica di Kezich così intrinsecamente connessa alla cultura italiana del secondo Novecento, possa dare l’opportunità di rilanciare presso il grande pubblico anche la sua narrativa, a cui nel film si accenna di sfuggita.
Del suo primo romanzo breve, Il campeggio di Duttogliano, scritto nel lontano 1956 e più volte ripubblicato, ne esiste anche un’edizione Sellerio, con guida alla lettura, del 2004. Gli aneddoti presenti nel documentario possono fare da interessante corollario a questa storia agro-dolce di formazione del ragazzo Paolo (leggi Tullio) durante un campo estivo della Gioventù italiana del Littorio nella Trieste del 1939.
Sempre nella sua città Kezich ambienta il romanzo del 2006, pubblicato da Sellerio due anni prima della morte: Una notte terribile e confusa. Il titolo allude a una frase di Jean Cocteau che utilizza questo forte binomio per definire la memoria quando essa ripensa al passato inquieto della propria giovinezza, a quello che si poteva diventare e non si è stati. Lo scrittore sceglie il genere epistolare per riandare con sfumata malinconia e controllata leggerezza alla Trieste del 1947, dei suoi vent’anni. Infatti proprio le lettere che quattro amici: Leonora, Daniele, Isa, Matteo, si scrivono per alcuni mesi mentre uno di loro è a Pavia per curarsi da un esaurimento nervoso, sono il fulcro del libro. L’educazione sentimentale e culturale della inquieta, curiosa e borghese gioventù triestina del Dopoguerra, prende vita attraverso questo epistolario. La modalità narrativa offre un susseguirsi incalzante di scene che evocano quelle di un film a cui Kezich aveva collaborato con entusiasmo (Un anno di scuola, per la regia del fraterno amico Franco Giraldi).
Lui, però, si cela dietro la figura di un quinto personaggio, soprannominato dal gruppo “il Maestro Raro”, perché giovane promessa del pianoforte. Nelle missive gli amici lo citano spesso ma egli non ne scrive nessuna. Tuttavia, trascorsi molti anni, è proprio l’alter ego dello scrittore che le ritrova in una scatola da scarpe. Dopo averle lette, decide di render noto questo bildungsroman triestino. Ma lo completa con una lunga appendice in cui rievoca il seguito delle storie personali di ognuno del gruppo. L’espediente del narratore esterno (comunque fortemente coinvolto nelle vicende) permette a Kezich di mantenere un tono sufficientemente distaccato e ironico mentre chiosa e riflette sull’amore, sul ricordo, sul tempo, sull’alchimia delle relazioni. D’altronde questa sorta di joyciano Ritratto dell’artista da giovane è il frutto, a volte melanconico, di un’età senile. Occorre fare i conti con il Passato quando ci sia avvicina al limite della Vita con la Morte, senza ridurlo in cenere, perché «chi ama crea qualcosa di reale, di tangibile, e se riesce a lasciarne una traccia, anche modesta, dentro questa vivrà per sempre».
L’anima tormentata e l’affanno esistenziale che con varie sfumature modellano lo stile e i personaggi di uno scrittore nato a Trieste, città liquida e tormentata per eccellenza, si stemperano quando Kezich approda al mondo fatuo, disincantato ed effimero rappresentato da Cinecittà. E se dagli anni Sessanta in poi quasi tutto il cinema italiano è uscito da quel lungo cappotto in cammello contornato dallo sciarpone che Fellini indossava per proteggersi dall’umidità mentre girava La dolce vita, anche il libro composto da cinque racconti e intitolato L’uomo di sfiducia, in qualche modo è un prodotto dell’humus felliniano. Infatti, pubblicato da Bompiani nel 1962 e presto dimenticato, nel 1978 uscì nei Tascabili Bompiani arricchito dalle pagine del diario scritto da Kezich durante le riprese del film capolavoro di Fellini. Infine l’opera venne rieditata nel 2005, con l’aggiunta di un nuovo testo Il dare e l’avere, ma soprattutto con una gustosa Postfazione dello stesso Kezich, indispensabile per cogliere e scoprire personaggi e ambientazioni di questi «referti appena romanzati sull’ambiente del cinema italiano nei primi anni Sessanta.», come definiva i suoi racconti lo stesso autore.
Il libro, dunque, trascrive le esperienze cinematografiche vissute intorno a quegli anni dal critico triestino a Milano e soprattutto a Roma, nuova “Hollywood sulle sponde del Tevere”. I personaggi e le loro vicende grazie all’asciuttezza stilistica e alla fluidità nei dialoghi, sembrano pronti a diventare altrettante sceneggiature. A questo proposito, come racconta Kezich nella Postfazione, non mancarono da parte di alcuni registi offerte in tal senso. Lo scrittore con disincanto ma senza moralismi mette a nudo i miti del neo divismo, le fortune di carriere facili ma fragili alimentate dall’industria dello spettacolo, gli interessi economici che stanno al disopra di tutto e di tutti. Eppure il suo sguardo non è mai cinico e scettico su questa realtà di celluloide. Sa anzi nello stesso tempo demistificarla e osservarla con comprensiva umanità.
Gli “uomini di sfiducia” allusi nel titolo sono degli antieroi che spianano, facilitano, sostengono la carriera e il successo di questo o quel divo, di chi vive continuamente sotto i fari della notorietà. Essi credono di potersi mantenere immuni dal virus della fama e della ricchezza, ma la continua frequentazione di questo mondo da lanterna magica li rende altrettanto esposti e arrendevoli al contagio. Così anche loro in certi momenti si abbandonano ad una sorta di infanzia prolungata, a un perenne sognare, e si cullano in piaceri senza sensi di colpa. Insomma vengono attratti dalla magia del cinema, dove «la menzogna è l’anima dello spettacolo e la fiction può andare nel senso di una verità più acuta della realtà quotidiana», come sosteneva Federico Fellini.

