L’ARTE DI TOCCARE L’ESSENZIALE
Il Ponte rosso n. 128 - giugno 2026 | Luciana Amato | narrativa
Nel romanzo breve Solo un giorno Marco Lodoli mostra come, in alcuni momenti dell’esistenza, un solo giorno possa contenere il peso di molti anni
di Luciana Amato
Einaudi, Torino 2006
pp. 88, euro 14,00
Se scrivere bene significa arrivare al cuore delle cose, Kurt Vonnegut ci ricordava che «la semplicità del linguaggio non è solo rispettabile, ma forse anche sacra». Lo dimostrano i grandi maestri capaci di racchiudere l’infinito in una manciata di ore: come l’intera esistenza di Leopold Bloom nell’Ulisse di Joyce si consuma nello spazio di un giorno, così anche Marco Lodoli, in Solo un giorno, sceglie la medesima compressione temporale. Riducendo il tempo al minimo, allo stesso modo la scrittura si spoglia del superfluo per toccare direttamente l’essenziale.
Uscito a fine aprile 2026 per Einaudi, Solo un giorno stabilisce già nel titolo il proprio arco temporale. Eppure il lettore che conosce Lodoli, prima di iniziare la lettura, si domanda: solo un giorno, e basta? Oppure solo un giorno, ancora?
La trama è semplice. Il protagonista, Scipione, è un giovane laureando che incontriamo al risveglio, la mattina della discussione della tesi. È un giorno decisivo, ma la transizione alla realtà sguscia dal sogno in modo sospetto e insieme plausibile. Conosciamo i suoi genitori, apprensivi e borghesi, indebitati fino al collo per permettergli di studiare. Nel loro entusiasmo riversano sul figlio anche l’ansia di un riscatto atteso da anni: vogliono festeggiare, tra spumante e patatine, olive e torri di tramezzini, davanti ai parenti accorsi a sbirciare nelle loro vite.
Il rito al quale Scipione sente di dover partecipare lo espone a una sensazione complessa, fatta di riconoscenza e senso di colpa, ma anche di impotenza. Lodoli tratteggia tutto questo con il suo linguaggio semplice e pacato, una scrittura asciutta che continua a mostrare le inquietudini reali delle persone pur collocandole in un mondo surreale. Un mondo che, nella sua poetica, sembra essere l’unico capace di rivelare la vera natura umana e quasi di redimerla dalla delusione della vita.
L’intera giornata di Scipione si svolge in bilico tra immaginazione e realtà, tra desideri inespressi e un mondo fantastico costruito negli spazi vuoti della sua esistenza di studente che dovrebbe ormai affacciarsi alla vita adulta.
Fuori casa, mentre si avvia verso l’università, incontra la giovane vicina Cecilia, anche lei elegante per la foto di fine anno scolastico. Scipione trascorrerà la giornata con lei: muore di solitudine e desidera averla accanto proprio nel momento che dovrebbe segnare il suo ingresso nel futuro.
Forse allora il titolo tratta di un amore durato un solo giorno. O forse di un amore mai accaduto ma comunque vissuto. Cecilia potrebbe essere l’amore, oppure soltanto la possibilità dell’amore. In un romanzo dove realtà e immaginazione si sovrappongono continuamente, diventa difficile stabilire chi sia davvero la giovane vicina. Quello che conta è il ruolo che assume nella giornata di Scipione: offrirgli una presenza capace di interrompere, almeno per qualche ora, la sua solitudine. Cecilia sembra incarnare tutto ciò che a Scipione manca: il movimento, la scelta, la capacità di attraversare il mondo senza restarne paralizzato. Più che una compagna di viaggio, diventa la forma concreta di una vita che il protagonista, studente trentenne, non ha ancora avuto il coraggio di vivere.
I due attraversano una Roma resa irriconoscibile, violenta e respingente, eppure ancora capace di essere casa. La Roma di Lodoli è sia uno sfondo che presenza viva, una città onirica che cambia forma insieme alle paure e ai desideri del protagonista. Una città che sembra riflettere dall’esterno il disordine interiore di Scipione. Condivideranno anche la vendetta, e soprattutto quella vita nascosta a tutti: l’alibi dietro cui Scipione finge di sostenere esami mentre in realtà vive nell’attesa di un futuro che non sa come immaginare né plasmare.
Lodoli, maestro di questi accartocciamenti della trama, intercetta un’emozione precisa e trasversale a molte ultime generazioni: il sentimento di chi ha sognato di cambiare tutto, magari proprio attraverso una laurea; di realizzare i desideri dei genitori per costruire finalmente i propri; di avere davanti un’occasione irripetibile; di credere negli amori indissolubili e nelle energie inesauribili; soprattutto, di sapere distinguere con certezza il bene dal male.
Più che il racconto di una laurea mancata, Solo un giorno sembra il romanzo dell’attesa: quella stagione della vita in cui si continua a immaginare che il momento decisivo debba ancora arrivare, senza accorgersi che il tempo, nel frattempo, è già passato. In questo senso la scelta di racchiudere tutto in una sola giornata non è soltanto un espediente narrativo. È il modo con cui Lodoli mostra come, in alcuni momenti dell’esistenza, un solo giorno possa contenere il peso di molti anni.
Il viaggio si conclude con una chiosa surreale che riesce però a ricomporre l’avventura di questa unica giornata e a ricondurre Scipione – e con lui il lettore – finalmente a casa. Una casa nella quale continuano a convivere sogni e desideri, aspirazioni e disillusioni, tutto ciò che immaginiamo di essere e ciò che resta quando la vita, semplicemente, accade.
La forza della narrativa di Marco Lodoli (Roma, 1956) risiede in un paradosso geografico e posturale: aver trasformato l’insegnamento nelle periferie romane nell’osservatorio privilegiato da cui decifrare le faglie del contemporaneo. Dopo gli studi classici e la laurea in Lettere, la scelta della scuola come professione per oltre quarant’anni ha radicalizzato una traiettoria creativa del tutto estranea alle mode generazionali, radicata tra i banchi dove il centro storico della capitale è solo un’eco sbiadita.
Il passaggio dalla poesia d’esordio di Un uomo innocuo (1978) alla prosa di Diario di un millennio che fugge (1986) definisce una linea stilistica fondata sulla sottrazione. Più che strutturare trame complesse, la sua produzione procede per frammenti e apparizioni. La Roma di Lodoli non possiede lo spessore monumentale della grande tradizione cinematografica, né la violenza iperrealista delle borgate; è un territorio suburbano e rarefatto, dove si muovono figure minime: gli adolescenti precari, i corpi dolenti della trilogia I fannulloni, Crampi e Grande circo invalido, o i viandanti di Grande raccordo. E ancora i professori, bidelle e creature che sembrano fuggite da lontano per portare messaggi da svelare.
La precisione della sua prosa si gioca su questo equilibrio instabile: un impianto realistico che si incrina per lasciare spazio a una svolta metafisica. Nei romanzi più recenti, da Il preside a Tanto poco, passando per Il vento, I fiori, Sorella e Vapore, gli interni scolastici e domestici diventano teatri dell’assoluto, dove insegnanti stanchi ed esistenze ordinarie affrontano il peso della quotidianità.
Anche l’attività pubblicistica partecipa di questo metodo. Le storiche collaborazioni con la Repubblica non adottano mai la distanza del sociologo, ma conservano la medesima temperatura della narrativa. Antologie e romanzi come I professori e altri professori o Il rosso e il blu testimoniano la centralità dell’esperienza educativa: la convinzione che la cronaca scolastica contenga le strutture profonde del desiderio: il desiderio dei ragazzi di trovare un senso, il desiderio degli insegnanti di custodire e soffiare su quel potenziale inconsapevole.
A quasi cinquant’anni dall’esordio narrativo, il lavoro di Lodoli si impone per una ostinata fedeltà ai margini. Non è un invito nostalgico alla lentezza, ma un esercizio di attenzione ottica capace di dialogare con linguaggi e generazioni differenti, mantenendo una voce appartata e autonoma, sospesa tra l’osservazione del presente e l’interrogazione della condizione umana.
Luciana Amato (1979), laureata in Progettazione del Turismo Culturale a Padova, con una carriera ventennale nel settore dell’accoglienza e della formazione, è impegnata nell’organizzazione di eventi e nella promozione editoriale. Collaboratrice della realtà culturale Il Ponte rosso, ha fondato la community Spiriti Liberi, un progetto di aggregazione che trasforma la lettura in uno strumento di crescita personale e coesione sociale.
