RITRATTO D’ARTISTA

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A Grado con Sun Hee: la creazione di un linguaggio

Dalla Corea al Brasile e adesso a Grado: itinerari di una vita e di un percorso d’arte

Le sovrapposizioni linguistiche hanno determinato in Sun Hee un vuoto che ha trovato solo nell’alfabeto pittorico una sintesi costruttiva

di Luciana Amato

Sun Hee Moon

Fare sosta a Grado, nota già nel II secolo d.C. come Gradus, ovvero “scalo portuale”, significa staccarsi dalla terraferma e avvicinare un micro-universo composto da strati alternati: laguna, aria salmastra e sabbia. Elementi eterogenei che si modulano in un panorama orizzontale e riflettente, carico di silenzio, che ha bisogno del giusto tempo per essere compreso in tutta la sua lineare complessità.

La duplice identità di Grado, ridente cittadina estiva e malinconico acquarello invernale da fine settembre a inizio aprile, si muove nelle radici del luogo. Le sue facce sono presenti l’una nell’altra; chi la attraversa ne sente tutta l’ambivalenza e ne rimane stregato. Il silenzio delle vie assolate a maggio è lo stesso delle domeniche di novembre, quando capita di ciondolare tra vicoli freddi ma sempre luminosi, che nascondono regali inaspettati: uno scorcio, lo scatto di un gatto gradese, bambini in bicicletta verso il campetto da calcio. Cambia la temperatura della luce, ma la sostanza resta: un’immobilità che abbraccia l’isola, come se il tempo si posasse qui per tirare un sospiro.

In una delle sue stradine più centrali, Via Gradenigo, al numero 26, ha trovato posto lo studio di Sun Hee Moon, artista visiva di origini coreane cresciuta a Niterói, sobborgo di Rio de Janeiro. Sun Hee mi accoglie in una mattina di giugno: la luce azzurra e gialla inonda la stanza grazie alle ampie finestre sulla strada. È qui che Sun dipinge, vicino alla luce, davanti ai passanti: dentro quella che definisce la sua casa.

Colpisce come l’artista consideri l’atelier una propagazione della sua identità e del suo corpo. Chi entra nello studio muove i primi passi dentro la vita interiore del creatore. Questa qualità carnale di pavimenti, pareti e opere, annodata alla persona che mi parla, mi accompagnerà mentre osservo e ascolto. Sun Hee ha un viso accogliente, capace di abbracciare con lo sguardo. La sua casa-studio si fa dimora. Qui l’arte supera ogni barriera geografica e si trasforma in una fibra malleabile che si adatta all’interlocutore in un flusso di immediatezza raro da intercettare, mentre la calma di Grado permea lo spazio in cui Sun dipinge e immagina il proprio linguaggio.

Il progetto Discorso muto è la prima opera che salta agli occhi, impossibile da non notare passando davanti alla galleria. Accoglie il visitatore come un manifesto d’intenzioni: un grande polittico i cui singoli tasselli intessono un alfabeto di segni inventato dall’artista. Le mani, fulcro dell’opera e motivo ricorrente nell’iconografia di Sun, fungono da simboli alfabetici. L’installazione propone un intreccio tra codice verbale e visuale, in cui il senso profondo viene ironicamente rincorso dall’artista, che alterna nei pannelli una fitta sequenza di “bla bla bla”. «Le argomentazioni degli interlocutori sono fin troppo spesso prive di concretezza», mi dice sorridendo.

È un impatto visivo che cattura il visitatore. Subito dopo il contatto estetico arriva il momento della lettura e dell’interpretazione: azioni mai passive, come sottolinea Sun. Lei stessa non sta mai ferma: sorride, gesticola e si muove con una grazia che sa di concreto. Sulla tela, le sue mani dipinte fanno cose, in perfetta continuità con un mestiere che fonde lavoro manuale e pensiero. Lo sguardo di chi osserva riconosce e si riconosce, ma viene proiettato nell’immaginario peculiare dell’artista, lo spettatore è invitato a uscire dalle proprie consuetudini per cogliere la malinconia e l’ironia con cui Sun riproduce il mondo.

Questo sarcasmo divertito, a volte velato di amarezza ma sempre in cerca di sincerità, è una delle chiavi di lettura più feconde della produzione di Sun Hee. Pur ferma nella piccola Grado, Sun Hee osserva il mondo globale e lo seziona. La sua capacità di declinare questo alfabeto con materiali e accostamenti azzardati la rende un’artista poliedrica e multi – materica, ben oltre le grandi tele a olio che colonizzano lo studio. L’urgenza di superare i confini della tela emerge nei progetti transdisciplinari come Melting Continents (2024-2025), installazione tessile che trasforma la fibra in un manifesto ecologico contro il cambiamento climatico. Il legame tra materia e concetto trova compimento nel ciclo Still Life (2020-2022), installazione monumentale di migliaia di storni in argilla, esposta anche a Bolzano, che esplora la sospensione tra staticità e transitorietà.

Still Life
Red touch

olio su tela, 70×70 cm., 2026
collezione privata

La sua sperimentazione è sempre in guardia, affinché ogni messaggio trovi la sua esatta espressione visiva. Sun mi conduce attraverso le pile di quadri accostate ai muri e si ferma sulla tela di un bambino. Qual è il momento giusto per fermarsi mentre si crea? «Lo dice il quadro: basta così», risponde. È la stessa urgenza di dare voce all’infanzia e interrogare il mondo che Sun ha respirato tra le pagine de Il tamburo di latta di Günter Grass, un romanzo-gancio che ha sollevato nella sua mente domande profonde sul senso del comunicare. Dopotutto la letteratura è sempre stata per lei una bussola identitaria. Anni prima la maratona di letture per il Vestibular, temuto esame nazionale brasiliano, l’aveva costretta a misurarsi con i grandi classici. Tra quelle pagine Sun ha scoperto il Brasile vero attraverso il realismo vitale e crudo di Jorge Amado in Capitães de areia, (Capitani della spiaggia) o l’ironia leggera e modernissima di un autore mistico come Machado de Assis in Don Casmurro. Storie di persone e di vissuti che hanno allenato il suo orecchio all’ascolto della realtà prima ancora che la sua mano toccasse la tela.

È infatti l’orecchio di chi dipinge a doversi allenare all’ascolto. Esiste una comunicazione segreta tra una tela bianca e la mano che la tocca: nel mezzo prende vita l’opera, che esige il rispetto dello spazio che occupa e reclama il diritto di dirsi compiuta. È lei a decidere.

A quel punto l’artista arretra, posa gli strumenti e si congeda. Ogni passo falso rischierebbe di trasformare una forma ormai perfetta in una rincorsa e in una sconfitta, sia per il lavoro che per il suo autore. Questo concetto di autoconsapevolezza si declina in ogni ambito della vita. È così che l’arte, nel silenzio complice di Grado, si trasforma nel teatro timido e universale delle nostre esistenze.

Osservando i quadri addossati gli uni agli altri, la qualità vivente delle opere è l’aspetto che resta più impresso. Forse perché, per arrivare allo studio dal porto vecchio, non ho incontrato quasi nessuno: qualche turista sperduto, i frequentatori di un bar in via Marina, camerieri concentrati sui tavoli estivi. A ripensarli, sembrano soggetti distanti, simili a statue di cera pronte a impersonare un ruolo; persone indifferenti allo straniero che sa essere solo di passaggio.

Eppure, a contrasto con questa estraneità, dentro lo studio la vita emerge prepotente anche nei lavori più distanti dal ritratto classico. La serie Still Life ne è la prova. Cosa potrebbe esserci di vitale in un estintore su fondo grigio o in uccellini in creta che mantengono un equilibrio precario nello spazio? Eppure, tra il 2020 e il 2022, il dialogo con le cose ha permesso all’artista di instaurare una connessione profondissima con gli oggetti inerti. Complice l’isolamento del Covid, Sun ha intravisto in questi una vitalità inaspettata, capace di tradurre l’inglese Still Life letteralmente come “ancora vita”, e non come “natura morta”. Un ribaltamento di significato che investe chi osserva: il compito più alto dell’arte è assolto, ma il viaggio non finisce qui.

Quella di Sun Hee si rivela come una pratica della correzione a colpi di cancellature. Segno, cancello, e segno ancora. La gomma pane diventa una bacchetta magica che elimina la paura di insistere, perseverare, modificare. Anche dopo una caduta si cancella e si ricomincia, senza timore. Proprio come nella vita.

Discorso muto
The Dumb Speech wall

olio e acrilico su tela
20×20 cm., 2025
Atelier

Produrre sé stessi senza paura: è la scintilla che ha spinto Sun Hee a compiere il passo più audace. A quarantasei anni, aprire il proprio atelier significava sfidare i dubbi, i propri così come quelli di chi non comprendeva la direzione del viaggio. Ma la determinazione ha ridefinito i contorni del percorso. L’impegno di Sun Hee come vicepresidente dell’ARCOI (Associazione Artisti Coreani in Italia) segna l’ingresso ufficiale nel panorama istituzionale e la volontà di dare voce a un collettivo di creativi.

In questo momento il tema del femminile emerge con forza, portando in primo piano la produttività delle donne nell’arte. Sun Hee parla della storica rinuncia a favore del quotidiano e della famiglia, di quella responsabilità che costringe le artiste a viaggiare sempre con il «freno a mano tirato». L’emancipazione dai modelli sociali trova una risposta plastica nella recente sperimentazione sui nudi: una liberazione tematica da un retaggio culturale che ha pesato a lungo sulla sua maturazione personale, una liberazione tematica da un retaggio culturale che ha pesato a lungo sulla sua maturazione personale. Questo sguardo sul femminile tuttavia ha radici lontane, sedimentate nel tempo e riscoperte in età adulta. Tra i fari della sua formazione spicca Clarice Lispector e il suo denso Passo a due. Una figura emblematica che Sun e le sue compagne consideravano come la loro Oriana Fallaci: donne capaci di cambiare il mondo e di scardinare l’idea di insubordinazione all’universo maschile.

Biografia e ricerca visiva si intrecciano così in direzioni opposte. La gabbia familiare e culturale rappresenta la prima soglia da varcare. Quello di Sun Hee è stato un percorso a ostacoli: nata in Corea, si trasferisce piccolissima in Brasile, in un sobborgo dove non ha mai trovato una casa accogliente. L’effetto “straniero” le ha sottratto la gioia dell’appartenenza. Parlare una lingua d’adozione in un contesto percepito come ostile, senza padroneggiare il coreano d’origine, ha privato la sua identità di uno strumento di auto riconoscimento. Un vuoto che ha trovato solo nell’alfabeto pittorico una sintesi costruttiva. Eppure, l’incanto per la parola non l’ha mai abbandonata. Se la prosa e la realtà erano ostili, la poetica di autori come Carlos Drummond de Andrade le ha offerto un rifugio precoce. Comprendere la poesia, per la giovane Sun equivaleva a possedere un super potere: la capacità di decodificare la realtà e il mondo oltre i confini del linguaggio quotidiano. Quello stesso super potere che oggi di modula in un linguaggio di segni e mani nel suo Discorso muto.

Hanbock
La poetessa

olio e transfer su tela
120×90 cm., 2026
collezione privata

Questa urgenza di riappropriazione si fa carne nella serie di grandi oli “Hanbok and other stories”. Qui, l’abito tradizionale coreano delle cerimonie smette di essere un semplice indumento per diventare manifesto esistenziale. Eppure, in queste tele intime, Sun compie una scelta precisa: lascia sempre un dettaglio imperfetto, una sbavatura nel tessuto dipinto. È il riflesso della sua filosofia: l’idea che sia proprio l’imperfezione a renderci autentici e perfetti. Quel difetto sulla tela è la crepa da cui passa la vita. In questo lungo vagare, l’Italia è diventata la sua patria d’elezione; e Grado il porto definitivo in cui le precedenti fratture e imperfezioni hanno trovato un assestamento, offrendo una base solida alla produzione attuale.

Grado, distante dai centri nevralgici dell’arte, silenziosa e quieta, fa da bozzolo protettivo per la ricerca portata avanti di Sun Hee. Eppure, la mente e lo sguardo di Sun Hee non si fermano. Nella primavera di quest’anno l’artista ha partecipato a un workshop in Austria, lavorando per tre giorni fianco a fianco con venti colleghi di tutto il mondo. È un’esperienza che mi racconta con gli occhi colmi di luce. Nel suo resoconto, il vissuto personale arretra spontaneamente per fare spazio all’entusiasmo per il lavoro altrui e per il maestro tedesco Georg Baselitz. Gli artisti in residenza hanno potuto visitare in anteprima una mostra dedicata al grande scultore, celebre per l’arte del rovesciamento e per le sue figure capovolte.

Qui il parallelismo si fa sottile. Se Baselitz ribalta il mondo per costringerci a guardarlo fuori dai canoni, Sun Hee compie un’operazione analoga ma intima, operando sui significati, sulle cancellature e sulle rinascite della materia. Inoltre, nel modo vibrante in cui Sun descrive la potenza di un altro autore risiede la cifra della sua generosità. Torna in mente un aforisma di Jean de La Bruyère: «Parlare bene degli altri quando è il proprio turno di brillare richiede un’anima grande, libera dall’invidia». Sun Hee brilla esattamente così, per riflesso e per accoglienza. Lascio Via Gradenigo mentre la luce di mezzogiorno scalda la pietra dei vicoli, con la certezza che quel piccolo studio non sia solo una fucina di tele, ma un porto aperto sul mondo.