COME STA OGGI L’OCCIDENTE?
Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 102 - aprile 2024 | storia
Un saggio dello storico Franco Cardini
di Fulvio Senardi
pp. 170, euro 17,00
I sogni e gli incubi della ragione moderna sembrano incrociarsi – per decreto indiscutibile dello spirito della storia, nume supremo di quella categoria del mutamento di cui scriveva Hegel nelle Lezioni sulla filosofia della storia – con l’idea stessa ed i destini dell’Europa, l’“eccezione occidentale” come la chiama Franco Cardini nel ricco volume(La deriva dell’Occidente, Laterza) – ma sono meno di duecento pagine – che ha licenziato nell’autunno del 2023, pochi giorni prima della strage di Hamas nei kibbutzim di confine e delle stragi di Israele a Gaza (uno spartiacque che i politologi, credo, terranno in futuro ben presente).
Probabilmente stimolato, dal riaffacciarsi della guerra in Europa (Ucraina), dopo la non breve stagione di conflitti balcanici chiusi nel 1999 con il bombardamento di Belgrado da parte della Nato, e dai dibattiti che tale nuova guerra ha suscitato nel continente, mostrando una certa difficoltà ad argomentare evitando il partito preso e le scorciatoie un po’ sleali della censura e della scomunica, Cardini ha voluto offrirci una riflessione sulla storia d’Europa, densissima (perfino troppo) quanto all’andamento concettuale, e non sempre felicemente arricchita (quanto al piacere della lettura) da quel bagaglio di cultura ed erudizione che ne ha fatto uno dei più stimolanti storici italiani.
L’Europa antica stazione d’arrivo di popoli giunti dall’oriente, che arrestano il nomadismo sulle sponde del mare caldo alle estreme propaggini dell’Asia, ma soprattutto l’Europa che, a partire dall’epoca delle scoperte geografica, delle grandi invenzioni (tecniche e militari, stampa e polvere da sparo) e della crescente consapevolezza di una propria identità cristiana e insieme razionalistica, si accinge all’impresa dell’occidentalizzazione del mondo e la porta a termine, spietatamente, nel giro di pochi secoli; producendo anche delle sovrastrutture intellettuali che tale conquista accompagnava e giustificava, in nome della Croce, della razionalità produttiva, della “civiltà” (e della politica, nel senso dell’invenzione dello Stato come oggi lo conosciamo). Prendono allora qualità particolari e agonistiche antichi concetti, un tempo neutri e diventati invece poi “instrumenta regni”, Occidente e Oriente appunto, civiltà e barbarie e, in luce razzistica, l’uomo bianco e gli indigeni, quei popoli bambini (“the native is a child”, argomentava Cecil Rhodes) che il “white man”, come canta la poesia di Kipling in piena epoca imperialistico-coloniale, si assume il compito – con pura dedizione altruistica e generoso spirito di sacrificio, ovviamente – di traghettare nella cristianità, nella civiltà, nella modernità (ma che restano, come “scopre” l’Ottocento positivista, nonostante la nuova anima cristiana, irrimediabilmente inferiori per ragioni di razza).
È in opera fin da subito, e Cardini insiste nel metterlo in rilievo, una patente contraddizione: nel momento stesso in cui l’uomo bianco cerca di imporre al mondo la disciplina della Croce, quel Dio al quale ambisce conquistare nuove anime viene messo in questione proprio nel continente che, con i suoi esploratori, conquistadores, mercanti coraggiosi, imprenditori, filantropi, missionari, avventurieri si travasa sul globo tutto, seguendo una incoercibile, così l’autore, “Volontà di Potenza” (sempre con iniziali maiuscole nel libro). Il cristianesimo arretra, e lascia scorgere un futuro di religiosità tiepida se non di ateismo: declino raccontato, per quanto riesco a cogliere, con un’ombra di rammarico da parte di Cardini, che si dichiara cattolico, ma non condanna il pluralismo religioso e si richiama sovente alla “parabola dei tre anelli” di Boccaccio per spiegare la propria posizione.
Gli ultimi due capitoli del volume, Le radici perdute d’Europa, il destino incompiuto dell’Occidente e la Conclusione (se in Europa il tempio di Giano riapre i battenti) sono ovviamente, nella loro esplicita problematicità (quanti punti interrogativi costellano i lunghi, talvolta lunghissimi paragrafi!) quelli che più direttamente ci interpellano. La “schizofrenia” dell’Occidente così ben messa in rilievo nelle parti precedenti – la conquista del mondo in nome della fede (intrecciata ad infinite altre motivazione più sordide e calamitose) da parte di un continente che la stava perdendo – prende qui un differente accento, ma l’aporia permane: «tra le culture l’occidentale è la sola che non proponga se stessa come centrale, normativa, unica, che non pretenda di situarsi al centro del mondo, ma anzi, con la sua stessa denominazione, scelga di identificarsi con una parte (l’Occidente appunto) […] Solo che quella occidentale è anche l’unica cultura che, nella pratica, sia riuscita ad imporre – con una forza che sarebbe roseo eufemismo definire solo ‘della ragione’ – se stessa alle altre in modo sistematico, insieme con l’idea di un senso della storia universale che coincidesse con una pluralità di dinamiche tutte però convergenti nell’accettazione, da parte delle altre culture, della nostra. Al fondo di queste contraddizioni tra supposte o addirittura esibite intenzioni e realtà pratica sta probabilmente l’autentico dramma della schizofrenia di quella che definiamo civiltà occidentale: la sua Weltanschauung fondata sulla dignità e la libertà della persona umana, sulla tolleranza, sui diritti dell’uomo, sulla ricerca della felicità, e la sua prassi politica, economico-finanziaria e tecnologica radicata invece nei principi della produzione, del consumo, del profitto e in ultima analisi su una dura e illimitata Volontà di Potenza» (p. 119).
In chiusura di libro, dopo aver affrontato, con occhio incline al pessimismo, una serie di nodi geo-politici e storico-culturali Cardini si concede «la libertà di sperare, forse di sognare»: che «la solenne e inconcludente formula ‘Unione Europea’» possa un giorno riempirsi di sostanza vera, «l’Europa libera e unita per la quale sarebbe valsa la pena di morire e, soprattutto, nella quale sarebbe stato tanto meglio vivere» (in curiosa assonanza con la conclusione dell’articolo di Giani Stuparich, A Firenze nel 1911, sul Piccolo del 22 agosto 1943, se solo sostituiamo Italia ad Europa). E affinché ciò possa avvenire, lo aveva scritto nelle pagine precedenti, la prima condizione sarebbe che l’Europa muovesse un passo verso «il multipolarismo, strangolato sul nascere dalla follia suprematista statunitense» (p. 35). Un tema appena sfiorato e che meriterebbe anch’esso un libro, ma che pure, anche nella sua marginalità, è facile da rimettere sullo spartito del ragionamento complessivo. Gli Stati Uniti dell’ultimo trentennio appaiono infatti agli occhi di Cardini quel potere globale nel cui agire più macroscopicamente si incarna la “schizofrenia occidentale”: le grandi parole di libertà e democrazia, e perfino quella felicità, che fa bella mostra di sé nella Costituzione americana, appaiono un mascheramento o un alibi, portati fino alla parodia, di una prassi politica che mira spregiudicatamente al raggiungimento di interessi particolari, costituendo un impero che, a differenza di quello romano, «non è mai stato accompagnato (salvo il caso hawaiano) a un espandersi del diritto di cittadinanza della potenza egemone su quelle a vario titolo subordinate».
Nel contesto di una strategia il cui copione resta sempre lo stesso, e ha il bell’involucro dell’esportazione della democrazia (auto-illusione o inganno? – così l’ineludibile domanda) ma lo scabroso contenuto della Volontà di Potenza, con l’Europa-satellite in una subalterna parte assegnata. In conclusione: affidarsi a Cardini, così lucido nelle sue mappature economico-storico-culturali, per antivedere il domani prossimo venturo o metterlo risolutamente da parte per l’ardua (e partigiana) sfida intellettuale? La modernità perturbata e protesa verso l’ignoto in cui siamo fuscelli al vento impone l’uso responsabile della “ragione”, al quale Kant ci invita da duecento anni, e in questa prospettiva Cardini è sicuramente utile per modellare un’idea di futuro non adagiata sulla passività e la rinuncia.
