APPUNTI SU POESIE DI GIUSEPPE PICCIÒLA
Alberto Brambilla | Il Ponte rosso n. 102 - aprile 2024
Pubblicata da Fabrizio Serra la produzione in versi del letterato di Capodistria legatissimo a Carducci
di Alberto Brambilla
introduzione di Giorgio Baroni
cura e saggio storico-biografico di Maria Ballarin
Fabrizio Serra editore
Pisa-Roma 2023
pp. 316, euro 72,00
Ho di recente acquistato in una libreria triestina l’opuscolo Per Giuseppe Picciola, corposo estratto della rivista Pagine istriane (anno X, 1912, numeri 7-8 e 9-10), che riunisce gli interventi di amici e colleghi in ricordo dell’intellettuale parenzano (1859-1912). Il fascicolo si conclude con una dettagliata bibliografia compilata da Salomone Morpurgo (1860-1942); come è noto, egli fu vicino a Picciòla sin dagli anni del liceo, e poi fu compagno di pericolose imprese in ambito politico e anzi irredentista; così come di incoscienti quanto straordinarie avventure giovanili in ambito culturale, a partire dalla pubblicazione nel 1881 dell’ambizioso Archivio per Trieste, l’Istria e il Trentino, aiutato dal ‘gemello siamese’ di Salomone, Albino Zenatti (1859-1915). Era quello un gravoso impegno culturale per ricostruire filologicamente l’eredità romana e dunque veneziana e italiana dei territori ancora amministrati dall’Impero asburgico, al fine di rivendicarne la conquista a complemento dell’epopea risorgimentale. Che fosse assunto da tre giovani poco più che ventenni, costretti a fuggire dai loro luoghi d’origine appare ancora oggi incredibile.
A parte ciò, la bibliografia degli scritti a stampa compilata da Morpurgo rende da sola conto della molteplice e fervida attività di Picciola, che fu storico ed erudito raffinato, formatosi alla scuola pisana di Alessandro D’Ancona; ma anche divulgatore ed educatore (cfr. su questo aspetto il volume di Nando Cecini, Giuseppe Picciòla. Una biografia intellettuale, Il Lavoro editoriale, Pesaro, 2016), mai rinunciando all’impegno politico. Percorrendo i temi e illustrando le tappe fondamentali dell’opera strettamente letteraria di Picciòla, Giovanni Quarantotto auspicava il compimento di un nobile e meritevole atto, ossia la raccolta in un unico volume di frammenti sparsi. Commuove oggi rilevare che le pagine di Quarantotto erano dettate da Semedella, così da rafforzare quella fertile e frastagliata linea tutta istriana che arriva sino a Pier Antonio Quarantotti Gambini (qui penso all’epopea risorgimentale riassunta ne Gli anni ciechi) e oltre.
In effetti Picciòla pubblicò in vita un solo volume di Versi (1890), inserito nella prestigiosa “Collezione elzeviriana” stampata dal bolognese Zanichelli, editore principe di Carducci; altre prove poetiche apparvero negli anni in opuscoli, Per nozze e fogli di non facile reperibilità. Più di un secolo dopo, l’augurio di Quarantotto si è ora realizzato, con i preziosi caratteri dell’editore Fabrizio Serra, grazie al libro Poesie (Pisa-Roma, 2023), che finalmente riunisce tutte le liriche di Picciòla. Il volume – diviso in tre sezioni: Versi; Poesie edite in opuscoli o in riviste; Inediti e rari –si conclude con un’interessante appendice iconografica e si avvale di un’introduzione di Giorgio Baroni e di un ricco saggio storico-biografico della curatrice, Maria Ballarin, la quale già aveva ben curato un volume di Scritti Danteschi del Picciòla (Serra editore, Pisa-Roma, 2022, con un saggio di Davide Colombo). Proseguendo nella sua indagine, Ballarin ricostruisce con precisione, spesso utilizzando carteggi e altro materiale inedito, la biografia culturale di Picciòla, a cominciare dagli anni trascorsi alla Scuola Normale dove ebbe come amico e compagno Guido Mazzoni (e, aggiungo io, Francesco Novati, uno dei giovani fondatori, con Rodolto Renier e Arturo Graf, del prestigioso Giornale storico della letteratura italiana; importanti lettere del Picciòla, non consultate dalla curatrice, sono conservate nel Carteggio Novati depositato nella Biblioteca Braidense di Milano). Insegnante di Guido al Liceo di Livorno era stato Giuseppe Chiarini, da molti anni legatissimo al Carducci. Fu appunto tramite Mazzoni e Chiarini che Giuseppe entrò in contatto con Carducci e poi con Ferdinando Martini.
Non a caso il volume zanichelliano dei Versi si apriva con una dedica a Giosuè Carducci, padre spirituale, maestro e insieme modello assoluto di Picciòla. Quest’ultimo gli fu sempre vicino in qualità di collaboratore fidato fungendo quasi di segretario; e al contempo di interprete e divulgatore della sua opera, come dimostra l’Antologia carducciana (composta nel 1908 con l’aiuto del fedelissimo Guido Mazzoni) allestita soprattutto per uso scolastico, libro che fu per decenni ristampato da Zanichelli. Da Carducci fu influenzata anche la visione politica di Picciòla, segnando il suo passaggio da forme di protesta di stampo repubblicano a più moderate posizioni filo monarchiche, fermo restando in entrambi l’impegno per la liberazione delle terre irredente.
Il volume delle Poesie non sfugge a questa forte impronta carducciana, presente persino nella ripresa di qualche titolo e nella curiosa celebrazione amorosa di una Evelina cantata come Lina; nome che non può non richiamare la Lina-Lidia amante e musa di Giosuè. Del maestro è anche il desiderio di sperimentazione metrica, non escluso l’esercizio barbaro; così come l’intarsio e la ripresa stilistica di modelli classici latini e italiani. Esercizi poetici a cui si sottoponevano volentieri altri discepoli di Carducci come Severino Ferrari e il già citato Mazzoni (altra storia è evidentemente quella del ribelle Pascoli). In questa impegnativa e insieme riduttiva gabbia dorata, lo spazio di originalità della sua voce è ridotto (come ha ben sottolineato Fulvio Senardi in una recensione pubblicata ne Il Piccolo del 24 febbraio 2024); e in fondo neppure cercato da Picciòla, il quale mirava ad un’imitazione tecnicamente valida di esempi che riteneva indiscutibili quanto insuperabili. In questo senso il volume va inserito nella folta schiera dei poeti ‘carducciani’ che in forme diverse ma tuttavia omogenee segnano larga parte della cultura giuliana (e istriana) sino alla comparsa, del tutto inaspettata, dei versi di Umberto Saba.
Come si annuncia a chiare lettere nella presentazione di Paolo Sardos Albertini, Presidente della Lega Nazionale (che ha in concreto contribuito alla pubblicazione), l’intento principale di questa iniziativa editoriale non sarebbe di valore squisitamente letterario; ma invece quello di inserire Picciòla, costretto per motivi politici a emigrare giovanissimo in Italia, in una sorta di Pantheon ideale che da oltre un secolo la Lega Nazionale cerca di costruire. Esilio e patriottismo sono le condizioni indispensabili per accedere a tale tempio della Patria. In tale prospettiva, Picciòla risponde pienamente a tali requisiti, che in fondo rimandano al monumento centrale di tale Pantheon, Guglielmo Oberdan, celebrato non a caso anche nel volume delle Poesie. E indirettamente richiamano ancora a Carducci che del martire fu il vate più autorevole ed ascoltato. Credo che a questo punto sia indispensabile per inserire il tutto in un’architettura degna, pubblicare con ampio commento il carteggio Carducci-Picciòla, studiato in maniera sommaria e poco accurata da Lina Gasperini (Giuseppe Picciòla e Giosue Carducci, Trieste, Tipografia mutilati, 1935). Da quelle lettere credo che possa scaturire un paesaggio suggestivo, con qualche novità di non poco momento.
