LA PROSA DELLO SGUARDO, LA POESIA DEL DIPINTO

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Opere di Bastianutto furono acquisite dal Civico Museo Revoltella di Trieste, dai Musei Provinciali di Gorizia e dal Museo dell’Aquila, oltre naturalmente da una quantità di collezionisti privati

di Walter Chiereghin

Riccardo Bastianutto Cancello ad Aurisina
olio su tela, senza data
coll. privata

In un contesto triestino in cui le amministrazioni locali si curano assai poco di porre in risalto opere ed autori che hanno segnato la storia delle arti visive del territorio, occupate come sono a rincorrere le sgargianti farfalle di esposizioni da scegliersi sui cataloghi proposti da organizzazioni private – sempre le stesse – destinando ad esse ingenti risorse economiche, è fatale che le generazioni più giovani perdano il contatto con autori pur significativi che hanno lasciato la scena artistica quaranta o più anni fa. Rimane così all’iniziativa di singoli privati ed associazioni l’onere e il merito di assicurare – mediante iniziative di necessità più sobrie – una visibilità che non sia limitata a ristrette elite di studiosi.

Prendiamo Riccardo Bastianutto (Trieste, 1906-1979), ad esempio: un artista che ha lasciato una traccia di sé non solo nelle opere che direttamente ha realizzato, ma anche per quanto ha elargito ai suoi allievi negli anni in cui si era speso come didatta nelle aule dell’Istituto statale d’arte triestino. Nato in una Trieste ancora austroungarica, il 12 maggio del 1906, ultimo nato, decimo tra fratelli e sorelle, dopo la scomparsa del padre che subì quando ancora era bambino, continuò a vivere con la madre, con un fratello e con due sorelle fino all’età matura. Intanto, negli anni giovanili, trasferitosi assieme alla famiglia a Venezia, frequentò con profitto l’Accademia di Belle Arti, continuando la sua formazione presso gli studi di Mario Rocci a Torino, di Gianni Vegnetti a Firenze e di Mario Carraro a Venezia. Ritornato a Trieste, sempre con la famiglia, nel 1926 si impiegò presso il Cementificio di Savogna d’Isonzo; fu probabilmente negli ambienti di quella fabbrica che il suo organismo subì l’aggressione subdola dell’amianto che, decenni più tardi, ne segnò il destino. Intanto iniziò ad esporre, a partire da una prima personale nello stesso 1926, ottenendo fin dall’inizio un discreto successo di pubblico e di critica. Nel 1940, a Firenze, conseguì l’abilitazione all’insegnamento di materie artistiche, Nel 1943 espose alla Biennale di Venezia nel padiglione riservato agli artisti delle Tre Venezie. Nell’immediato dopoguerra aprì la “Galleria della Strega“ in Via San Maurizio, nel centro di Trieste, che si qualificò subito come luogo d’incontro di una pluralità di artisti e intellettuali triestini, molti dei quali orbitavano anche all’interno della Società Artistico Letteraria (SAL) fondata nel 1945 da Marcello Fraulini. Notevole in quegli anni fu anche la sua attività di restauratore, professione che abbandonò allorché, nel 1956, gli fu offerta una cattedra al neo costituito Istituto statale d’Arte “Enrico e Umberto Nordio” di Trieste, dove lavorò fino alla quiescenza, essendo maestro per moltissimi artisti che in quella scuola si formarono. Riprese in quegli anni con intensità l’attività espositiva, partecipando tra l’altro nel 1948 all’Esposizione d’Arte sacra all’Angelicum di Milano e alla Mostra Nazionale d’Arte di Napoli, oltre a numerose personali e collettive in ambito regionale e nazionale, tra le quali meritano di essere ricordate almeno le sue partecipazioni alla Quadriennale romana e alle Triennali padovane.

Riccardo Bastianutto Conte di Savoia
olio su faesite, 1931, coll. privata

 

Negli anni Cinquanta, frequentando la Scuola di figura diretta da Carlo Pacifico presso il Museo Revoltella, incontrò la pittrice Pedra Zandegiacomo, che divenne la sua compagna di vita e di lavoro, alla quale fu legato per tutta la vita in un sodalizio affettivo e artistico, anche se i due pittori perseguirono strade formali diverse nel loro esprimersi.

Del suo lavoro scrissero i critici Silvio Benco, Giovanni Scheiwiller, Agnoldomenico Pica, Claudio H. Martelli, Giulio Montenero, Maria Campitelli, Decio Gioseffi, Remigio Marini, Luigi Danelutt, Carlo Milic, Milko Bambič e numerosi altri.

Opere di Bastianutto furono acquisite dal Civico Museo Revoltella di Trieste, dai Musei Provinciali di Gorizia e dal Museo dell’Aquila, oltre naturalmente da una quantità di collezionisti privati.

Buona parte delle informazioni che precedono sono dovute alla nipote, Gabriella Bastianutto Benci, anche lei apprezzata artista, che si è fatta promotrice di una pregevole mostra per ricordare la figura e l’opera dello zio, allestita presso la sala di Edilarea srl dal 15 al 29 marzo scorso.

Alcuni dipinti presenti nella mostra, ora in possesso dei familiari, risalgono al decennio successivo a quello d’esordio; tra essi alcuni dipinti di figura, nature morte e un olio su tela del transatlantico «Conte di Savoia» dipinto mentre la nave era in allestimento presso il cantiere San Marco, affiancata dal pontone galleggiante «Ursus», ancora attualmente ormeggiato presso il Magazzino IV nel Porto vecchio di Trieste.

Organizzare una mostra che, a più di tre decenni dalla precedente occasione espositiva, ha riproposta un numero significativo di opere di Riccardo Bastianutto ha consentito di documentare visivamente la memoria di un lavoro creativo che si sviluppò lungo una parabola temporale prolungatasi per circa mezzo secolo, attraversando diverse stagioni, dall’impressionismo dei primi anni successivi alla formazione accademica, all’espressionismo, al Novecento degli anni Trenta, fino a sfiorare l’informale. E tuttavia seguendo una propria indole schiva e riflessiva, mai genuflessa alle mode del momento, dalle quali Bastianutto attingeva soltanto alcuni spunti senza votarsi a un’adesione acritica e totalizzante, preferendo invece perseguire l’itinerario di una sua poetica rifuggente da facili suggestioni scenografiche, dall’adescamento di ogni retorica compositiva e coloristica. Ogni scelta diversa lo avrebbe difatti indotto a deragliare da un suo disegno programmatico di rappresentazione del reale, rispondente a una sua naturale inclinazione a cogliere anche nel grigiore e nell’inerzia di quanto si proponeva al suo sguardo frammenti intrisi di lirismo, enucleando dettagli che gli riusciva di restituire arricchiti per mezzo della sua perizia esecutiva e, soprattutto, della sua sensibilità serenamente e pianamente composta. Il tutto filtrato attraverso una sensibilità vigile e attenta, che trovava espressione ricorrendo a una tavolozza essenziale e sintetica in grado di riversare sul dipinto accordi tonali volutamente dimessi che costituiscono il complemento cromatico di un’idea tendente a restituire l’immagine di paesaggi industriali esplorati nella loro stasi silente (così in dipinti quali Nave in cantiere, Conte di Savoia, o Ferriera), in alcune nature morte (Natura morta, appunto, e Pesci, o Pesci con conchiglia) schiarendosi ed animandosi, ma sempre con equilibrata misura, in occasioni di più evidenziato dinamismo (Circo, o La tenda gialla) o, necessariamente, nelle nature morte recanti vasi di fiori.

La mostra allestita presso Edilarea, pur nelle sue contenute dimensioni, ha offerto una panoramica sufficiente a testimoniare dell’impegno creativo di un autore che sembra aver attinto per mezzo della sua visione ad una realtà fatta di prosa e di quotidianità, riuscendo però a restituirla trasfigurata in autentica ammaliante poesia.