SELLERIO, RACCONTARE CON LA FOTOGRAFIA

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«Penso che un fotografo che sia realmente tale non può essere che uno scrittore che si esprimere per immagini»

«La fotografia di Sellerio – ha scritto Vincenzo Consolo – come ogni vera arte, non è naturalistica, ma allusiva, e metaforica…»

di Michele De Luca

Enzo Sellerio

Il reportage Borgo di Dio pubblicato da Enzo Sellerio  (Palermo, 25 febbraio 1924 – 22 febbraio 2012) nel 1955 su Cinema nuovo , la rivista fondata tre anni prima da Guido Aristarco, dopo aver da poco iniziato a svolgere il lavoro di fotografo a tempo pieno, oggi considerato uno dei capolavori della fotografia neorealista italiana, rimane senza dubbio uno dei suoi lavori più importanti, incentrati sul forte e appassionato impegno civile di Danilo Dolci (Sesana, Slovenia, 28 giugno 1924 – Trappeto, 30 dicembre 1997), grande sociologo, poeta, educatore e attivista della nonviolenza soprannominato Gandhi della Sicilia (una felice coincidenza li accomuna nel centenario della loro nascita). La strenua attività di Dolci nel denunciare la situazione economica, sociale e umana della Sicilia occidentale, fondando e animando coraggiosamente la comunità di Partinico, trovò nelle immagini del fotografo la rappresentazione più puntuale e significativa in quello che può essere considerato come uno dei più esemplari “racconti con le immagini” del dopoguerra italiano. Le immagini ora restano consegnate alla memoria storico-visiva non solo del nostro paese. In esse sono profondi gli echi e i riferimenti, sia per i soggetti che per l’impronta estetica, con la cultura fotografica dei grandi maestri d’oltre Atlantico, della famosa Farm Security Administration: Dorothea Lange, Walker Evans, Margaret Bourke-White – allora da noi poco noti, ma che Elio Vittorini ci fece conoscere scegliendo alcune loro foto per illustrare la famosa antologia Americana edita da Bompiani nel 1942 –, senza tralasciare il mondo letterario di autori come Erskine Caldwell, Jack Kirkland, John Steinbeck.

Gela, 1967
© Enzo Sellerio

La fotografia, per come l’ha pensata e praticata lungo tutta la sua coerente produzione, si può racchiudere, nella sua “poetica”, sintetizzata in poche quanto chiare parole: «Penso che un fotografo che sia realmente tale non può essere che uno scrittore che si esprimere per immagini»; e ancora: «è il collegamento tra la percezione e la memoria che fa la differenza fra l’essere e il non essere fotografo, fra il guardare e il vedere». «La fotografia di Sellerio – ha scritto Vincenzo Consolo in Enzo Sellerio fotografo ed editore a cura di Roberta Valtorta, World Art Project, 1991 – come ogni vera arte, non è naturalistica, ma allusiva, è metaforica […] lo stile di Sellerio, il suo linguaggio, non è espressionistico. Esso si regge sul difficile equilibrio tra la parola e la cosa, tra il significato e il significante, tra l’informazione e l’espressione, tra la storia e la poesia, infine».

Quelli che Enzo Sellerio raccontò con le sue splendide immagini in bianco e nero nel suo libro capolavoro Inventario siciliano, pubblicato solo nel 1977 con la sua casa editrice, erano – paradossalmente – i “colori” di una Sicilia fotografata negli anni ’50 e ’60 («una rappresentazione malinconica della realtà contadina e popolare della Sicilia degli Anni Sessanta», la definì Leonardo Sciascia) che, allora come oggi, non appariva “datata”,perché la valenza documentativa ­ imprescindibile – delle sue immagini era coniugata ogni volta con un racconto “interiore”, fatto di ricordi e di continui rimandi culturali. Diceva Sellerio, offrendo la chiave giusta per leggere le sue densissime inquadrature: «Nelle immagini di vita che mi sfilavano davanti rivedevo antichi quadri, vecchi film, fotografie dimenticate, persino pagine di libri che avevo letto chissà quando» o antichi quadri (celebre la “citazione” della famosa Fucilazione del 3 maggio 1808 di Goya nella foto della fucilazione per gioco dei bambini della Kalsa, 1960, uno degli scatti “storici” e più noti del fotografo siciliano). Tutte tessere di un grande mosaico in cui si ricomponeva il volto, o meglio il “paesaggio” non solo fisico, ma umano e sociale della “perla” del Mediterraneo: le bellezze naturali e le antiche tracce archeologiche, ma anche la vita di strada (chi non ri­corda la bellissima Con­versazione intorno ad un oleandro nella piazza di Gela?), i quartieri poveri di Palermo, la dura vita dei campi, i riti religiosi, la dolcezza dei bimbi, emergevano – foto dopo foto – in un’appassionante sequenza di immagini sempre in bilico tra realismo ed una sorprendente vena surreale; e anche di humor, come ha scritto Carlo Bertelli.

Borgo di Dio, anni ’50
© Enzo Sellerio

Impegnato dal 1947 a fare fotografie industriali e pubblicitarie o riproduzioni d’arte, molto apprezzato a livello internazionale, Sellerio fu preso dal forte desiderio di un radicale mutamento nel modo di pensare e praticare la fotografia, volendo impiegare la sua sapienza compositiva al servizio del reportage; ciò fino al 1969, quando decide di chiudere questo ciclo fotografico siciliano particolarmente incentrato su Palermo: «Non mi interessa la città nuova, con i suoi mostri di cemento armato, né la nuova fauna umana che vi abita, dimentica del suo passato e incapace di immaginarsi il futuro. Questa città e quest’isola le lascio ai giovani che possono fotografare con minore angoscia».

Ma, pur dedicandosi sempre più al lavoro editoriale, dove ebbe modo di esprimere tra l’altro tutto il suo potente genio grafico, come ha detto la figlia Olivia (che, con il fratello Antonio, continua brillantemente e con grande amore la gloriosa impresa editoriale creata dai genitori), in una bella intervista apparsa sul Corriere della Sera del 25 febbraio scorso, Sellerio «in realtà non ha mai smesso di scattare perché ha sempre raccontato per immagini». Non solo, ma ha realizzato nuove splendide pubblicazioni delle sue fotografie riproponendo le sue foto per così dire “classiche” e pescando ancora nel suo poderoso archivio e quindi arricchendo di tante immagini, inedite o meno note, il suo “inventario”, offrendo anche l’occasione per nuove letture critiche del suo lavoro fotografico.

Ragusa, 1967
© Enzo Sellerio

Nel volume Enzo Sellerio. Fotografo in Sicilia (Art&, Udine, 1996), ci è dato di leggere nella sua auto-introduzione testimonianze e riflessioni molto interessanti per addentrarci ancora di più nella sua opera. Si legge tra l’altro; «Ancora oggi e chissà per quanto tempo a venire, la fotografia, in attesa di una collocazione definitiva, dimora stancamente nell’anticamera dell’arte, mentre la padrona di casa è partita per ignota destinazione. Visto come stanno le cose, in un libro come questo un cappello ideologico costituirebbe un inutile ornamento, la mancanza del quale tuttavia non può impedirmi di prendere, come si suol dire, posizione. Ed ecco il mio credo: come nell’arte militare la fanteria è definita la regina delle battaglie, nella sub-arte fotografica (lo dico senza falsa umiltà) il primato spetta senza alcun dubbio, al reportage, anche a quello minimalista, a cui mi sono dedicato per circa un quarto di secolo».