A GRADO, IN CALLE TOGNON

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Un sogno impossibile: che il ponte possa sparire e Grado tornare un’isola

L’identità, un nodo di sentimenti e parole che vale la pena conservare

di Fulvio Senardi

Tullio Svettini,
fondatore e direttore di “Grado Teatro”

C’è una Grado più segreta di quella esposta in piena luce, nel tepore dei mesi estivi sulla spiaggia inondata di sole, all’edonismo di chi corre al mare, ciondola sull’arenile, gioca con i bimbi spalmati di crema come pesciolini alla frittura, chiacchiera con gli amici sotto l’ombrellone. Quella Grado ha giocato la sua scommessa sul tavolo del turismo internazionale, attenta, come ogni ospite che si rispetti, alle esigenze di chi viene da fuori, ospitale e sorridente, gioiosa di musiche allegre che durano fino al mattino, tra gli odori di tavole imbandite e il cicaleccio di stranieri, un tempo nostri compagni di destino nel grande Impero continentale. È la città del piacere (e del lucro) dove il tempo scorre con i ritmi di ogni luogo turistico, con lo stesso spirito, se lo possiede, di tante località della costa adriatica, tutte uguali per le case di vacanze e i viali alberati lunghi e dritti, e tutte differenti per una chiesa, un monumento, un angolo antico, di quelli che collegano al presente un passato grande e un po’ messo da parte di fronte alle pretese della modernità. Piccole scaglie quest’ultime di un’Italia che ha fatto di se stessa un parco a tema, vittima della “fatale bellezza” che Lord Byron cantava, e che sgretola la sua identità nell’anonima globalizzazione fatta di speculazione edilizia, fast food consumato per strada (l’erba cattiva che soffoca la pianta buona della cucina di tradizione locale), volgarità che arranca nelle nostre città di turismo e di arte incarnata nei corpaccioni ingombranti di gitanti in bermuda, con sandali ai piedi e calzini color tortora alla ricerca, con la frenesia dei topi, di un “ancoraggio”  alimentare.

Bene, dicevo, c’è una Grado più segreta e più nobile, e su quella vorrei dire qualcosa. La incontro quasi per caso mentre, a fianco di una persona cara, passeggio, in una serata d’agosto, nel centro della cittadina, fra povere case di epoca medievale, cercando un rifugio di pace a ridosso di Santa Maria delle Grazie, dopo aver schivato le mangiatoie all’aperto della massa volgare (servita da un’altra massa, quella degli schiavi del lavoro povero). Càpito in calle Tognon, più una piazzetta che una strada, dominata dalla chioma di un grande albero che non dà ristoro dal caldo tropicale delle ore diurne, né irradia frescura quando cala la sera, ma completa il quadro di quest’angolo di mondo, facendolo apparire come una stampa antica, con quel pizzico di malinconico che le pertiene. Per un attimo la mente vola, certo incongruamente, all’ippocastano che Anna Frank guardava dalla finestra nel febbraio del 1944, e a cui spesso il suo sguardo ritorna fino al tragico epilogo. Scaccio il pensiero: siamo nell’Italia democratica (o postdemocratica) del III millennio.

“Il Ponte”,
teatro a leggio a Grado

C’è gente che ascolta e qualche sedia libera. Ci sediamo. Sta parlando Paola Purga, che ha competenze in campo storico. Ci fu un tempo, racconta, in cui Grado si poteva raggiungere solo in battello. Finché non venne Virgilio De Grassi, gradese di nascita, e poi, raggiunta l’età, studente alla Technische Hochschule di Vienna. Sarà urbanista e architetto; il suo sogno è di legare alla terraferma con un nutriente cordone ombelicale il microcosmo lagunare, che gli austriaci avevano iniziato a  frequentare per i bagni di mare. Nel 1930 il progetto, poi nel 1936 l’inaugurazione del Ponte, allora, Littorio. Opera importante perché solidamente piantata, quasi un paradosso, nel fango viscido del canale, con una sezione girevole per far passare i battelli. È la fine dello splendido isolamento e l’inizio delle splendide sorti e progressive della Grado turistica.

Paola Purga finisce di parlare e si alzano gli attori, prendendo posto davanti ai leggii. Tullio Svettini, fondatore e direttore dell’Associazione Grado Teatro, ed Elisabetta Polo iniziano a recitare, accompagnati dal suono caldo del sassofono di Giuseppe Polo. Il piccolo dramma – ci spiegherà Svettini in conclusione di serata – tratta appunto del Ponte, un tempo Littorio ora Matteotti, quel manufatto che ha determinato il destino di Grado, facendone il luogo che conosciamo. L’autore del breve testo è Giovanni Marchesan, detto Stiata, gradese espatriato a Graz, autore di testi teatrali, racconti, poesie, la maggior parte dei quali nella lingua della patria; il suo racconto, chiarisce Svettini, è stato un po’ ritoccato, trasformando in un sogno impossibile vissuto dal protagonista l’attentato che distrugge il ponte, riportando indietro l’orologio della Storia, a quando l’Isola d’oro (già, ma oro per chi?) era un piccolo borgo di gente di mare (anche Stiata lo è stato, sulle navi del Loyd), povero ma di diffusa serenità, forse anche perché «non sa […] che ci sia altra felicità» (un grazie ai poeti, che così bene ci aiutano a dire).

Portavoce delle nostalgie di Marchesan è Bepi, all’anagrafe Giuseppe Burchio, reduce della Grande Guerra, quindi operaio, poi finalmente in pensione; testimone di come tutto si sia ribaltato, passando dal meglio al peggio, ed è lo stesso Svettini a prestargli la voce; ferma, forte, carismatica. Il tema è di assoluta attualità: la modernità senza volto che travolge storia e destini, tanto più rovinosa dove intercetta le rotte del turismo, è uno tsunami che ha trasformato, nel giro di poche generazioni, la faccia del mondo. Bepi pensa che il colpevole di tutto ciò, nella piccola parentesi della storia locale, sia il Ponte, che profana la magia del Canale che proteggeva l’isola in laguna dai marosi della globalizzazione. I giovani sono di altro avviso; la figlia, il nipote, il fratello gli ricordano che il cammino della Storia è inarrestabile, e che Grado, aprendosi al mondo, ha trovato in esso un moltiplicatore di energie, una forza che ne amplifica le potenzialità. In fondo, argomentano con convinzione, il cammino in avanti è il normale processo di evoluzione della società. Opporvisi non solo è inutile, ma pure sbagliato. Del resto anche Bepi, che ha fatto l’operaio, è al di là dello spartiacque che separa il borgo di pescatori dalla cittadina ormai immersa nel flusso della Storia (per altro, in una prospettiva di ampissimo periodo, forme antiche e millenarie di produzione della ricchezza sembrano tra loro quasi omogenee se paragonate alla contemporanea dematerializzazione del lavoro e ai processi di realtà simulata, ponendo in anni vicini a noi la decisiva cesura epocale).

Il progresso, la tradizione, la modernità, il passato… Il dilemma è ovviamente insolubile, e Stiata lascia al pubblico libertà di giudizio; mettendo però il dito sulla piaga di una realtà che, a differenti livelli, dà spesso l’impressione, per dire con Günther Anders, che l’uomo sia antiquato; antiquati i suoi valori, i sentimenti, la dignità. I mezzi soppiantano i fini, l’irrealtà dell’immagine la concretezza dell’uomo vero, l’artificialità della rete la carne e il sangue dell’esperienza, l’isteria del consumo l’essenzialità dei bisogni. La scoperta di luoghi “altri”, da sfiorare con religioso rispetto e curiosità nutrita di discrezione si degrada nell’invasione turistica di “migranti” con il portafoglio pieno, lucuste che si disperdono nel mondo a caccia di facili emozioni.

Ed anche a scendere dalle altezze filosofiche di Anders nella prosaicità del quotidiano, la prospettiva di benessere che il Ponte sembrava garantire si è a poco a poco arenata nelle secche di un presente avaro: ad ogni tornante, invece che verdi praterie, si svelano panorami desolati.

Locandina dello spettacolo
“Le Bagnine”

Il pubblico ascolta; ciascuno, con il suo vissuto, è depositario di buone ragioni e l’empatia con la voce recitante è assoluta ed  evidente (verrà meglio ancora evidenziata dallo scrosciante t spettacolo). Per molti il futuro è una certezza, per i più giovani – ma se ne contano pochissimi nella piazzetta – un orizzonte opaco. Ma in tutti, mentre lo spettacolo si avvia alla conclusione, fa breccia il lampo di genio del piccolo dramma che Svettini, da consumato uomo di teatro, ha saputo pienamente valorizzare. Due codici linguistici vi convivono, irriducibili l’uno all’altro, l’italiano e la parlata locale, il graisan (che Tullio ha un poco addolcito, per farlo comprendere anche agli “stranieri”). Di freschezza meravigliosa quest’ultima, intrisa del salso del mare, una lingua che vien su dai canali, “de sol e de sal”, come recita la maggiore raccolta poetica di Stiata; così come il dialetto di Trieste, il nostro, respira invece con la bora. Non c’è bisogno che nessuno spieghi ai presenti cosa significa tradizione e identità, a cui il breve spettacolo così tanto allude. Lo sappiamo benissimo tutti noi, dialettali, che a volte assaporiamo la densità corposa dell’espressione vernacola, sentendo palpitare in essa la “cosa”, a differenza della parola insipida della lingua standard, che fluttua nell’aria troppo leggera e, immensamente distante dal cuore, si perde lontano come una nuvola sfilacciata dal vento.

Straordinaria la capacità della parola letteraria, quando amministrata da un bravo dicitore, di enunciare senza dire, di incidere una fessura profonda nella crosta della quotidianità più banale, suscitando luminosi istanti di consapevolezza (non solo storte sillabe, dunque, e secche come un ramo). Qualche tempo fa su un giornale, non ricordo più quale, Franco Cardini ha avvertito che  l’identità resta spesso una parola vuota o viene affidata a penose esercitazioni retoriche. Piuttosto un’arma d’offesa nelle mani dei politici che un’opportunità per serene riflessioni. Ma chi è stato con noi quella sera se ne andato più ricco di una piccola certezza che la riguarda. Un’idea che non contrabbanda razzismo o revanscismo, ma semplicemente rammenta l’importanza di valori essenziali che vale la pena conservare. Un nodo caldo e stretto di sentimenti e parole che può convivere con la modernità dei ponti, dei collegamenti veloci, del turismo mordi e fuggi, dell’“iperrealtà” della digitalizzazione integrale e del mondo disincarnato con la sua inedita antropologia, di cui ha scritto, con toni da profeta di sventura, Jean Baudrillard? Forse dipende da noi.

Ritornando poi a casa mi sorprendo a spiare il volto marmoreo di Biagio Marin, colui che ha fatto diventare la parlata di una  piccola isola patrimonio universale di tutti gli amanti della poesia, come se una lacrima di commozione potesse rigarne la maschera gelidamente impassibile. Che sciocchezza, mi dico, non siamo in una favola di Oscar Wilde.