A IDRIA CON “CESCO”
Claudio Grisancich | Il Ponte rosso N.° 113 - marzo 2025 | la memoria
di Claudio Grisancich
Ci telefonavamo ai primi della settimana per concordare di vederci la mattina del sabato. In auto, da Trieste, andavo a posteggiare all’entrata della stazione ferroviaria di Gorizia. Puntuale, tra le 10.30 e le 11.00, Cesco arrivava guidando la sua automobile. Non so più le volte che gli avevo proposto di lasciare la sua auto in posteggio e di spostarci con la mia, quasi scusandosi diceva di no, che era meglio guidasse lui perché io, con una decina d’anni meno dei suoi, avevo una guida un po’ troppo disinvolta. Guidava con tale prudenza che spesso venivamo insultati dai guidatori delle auto in sorpasso e gli occhi gli brillavano, stellati da un’arguzia infantile, quasi si divertisse ad andare piano per farli arrabbiare. Ci dirigevamo sempre fuori porta, verso un agriturismo, un’osteria, non troppo frequentati ma, più spesso, prendevamo la strada di un ristorante di Mossa, chiuso nel verde di un bosco e già dalla prima volta che mi portò, mi parve quasi una ‘dacia’ piovuta da quel mondo cecoviano che Cesco amava fino all’intenerimento.

Francesco Macedonio
Con Cesco ci conoscevamo dal 1976, dal tempo di “A casa tra un poco”, la prima commedia messa in scena da La Contrada, il teatro che lui aveva costituito assieme a Orazio Bobbio, Ariella Reggio e Lidia Braico ; il testo era di Roberto Damiani e mio, e Cesco aveva firmato la regia; a contarli da allora sono ormai 50 anni e mi pare strano non poter telefonargli per ‘vederci il sabato’.
Cesco ti lasciava un segno ad ogni incontro, ti dava la ‘carica’, ti eccitava la curiosità; si parlava di libri, di cinema, di teatro, di sogni, di strane coincidenze, di magie nelle cose d’ogni giorno, anche di cibo, di amori e di amicizie.
E un amico, Cesco, in particolare, ricordava sempre con un rimpianto sconfinato, diceva “mi manca, non avrò mai un amico come lui”:
Tullio Reggente partiva da Trieste in treno e Cesco andava a prenderlo in stazione, gli ero amico anch’io e negli anni Novanta lo portavo con me in auto per incontrarci tutti e tre assieme. “In tanti anni non ho mai sentito dirgli una cattiveria su nessuno” – questa forma di moralità assai colpiva Cesco.
Ci sedevamo a tavola – si arrivava sempre un po’ in anticipo sull’ora canonica – e Cesco ordinava un piattino, ma poco – due fettoline di salame o di prosciutto – tanto da far la bocca per il pranzo.
E intanto si continuava a parlare di letture fatte o che stavamo facendo; ci segnalavamo a vicenda autori nuovi, il più delle volte coincidevano ed era allora la gioia di scoprire identici percorsi di sensibilità, d’intesa intellettuale.
Si restava a tavola molto oltre finito il pranzo, tanto che quelli del ristorante già stavano a togliere le tovaglie, iniziando a risistemare la sala per le cene, ma non si azzardavano a farci premura, Cesco era di casa e riscuoteva un affettuoso rispetto.
“Una volta voglio portarti a Idrija, dove sono nato – mi disse d’impeto”.
E a luglio del 2013, sempre lui alla guida dell’auto, partimmo. Purtroppo dei lavori lungo il percorso e le conseguenti deviazioni allungarono i tempi d’arrivo per cui, già troppo avanti nel pomeriggio, ci fermammo a Montenero d’Idria (Črni Vrh); per metterci all’ombra, fuori della locanda Metka dove Cesco, nell’ordinarli, mi magnificò gli žlikrofi, i ravioli tipici di quella cucina. Non gli dispiaceva non fossimo arrivati a Idrija e per il tempo che là restammo a tavola mi favoleggiò del tempo di lui bambino, dei suoi nonni, dei minatori.
“Perché non le scrivi, sono storie molto belle – chiesi.
“A Idrija, una volta, era tutto molto bello – commentò, scuotendo il capo.
Qualche mese dopo, a metà settembre, sempre di sabato: “oggi ti porto a Gradisca: un’osteria col vecchio pavimento di legno e i “rami” appesi al soffitto, ti piacerà”. Cesco aveva una sorpresa, me l’aveva preannunciata per strada. Appena seduti, dalla tasca del giaccone, tolse un quaderno dalla copertina morbida, di colore verde, ad uso un tempo nelle scuole elementari.
“Sono racconti che ho scritto da ragazzo, parlano di Idrija; li sto ricopiando”.
E lì, nel semibuio di un angolo del ‘Mulin vecio’, me ne lesse due, bellissimi: glielo dissi con grande entusiasmo.
“Anche Pino Longo ha detto che sono belli; mi piacerebbe pubblicarli”.
Ai primi di novembre Cesco, già ammalato, non usciva più di casa; per telefono mi diceva che stava trascrivendo i racconti e si raccomandava, appena pronti, di metterli subito in cantiere per la stampa; ed io a ripetergli che l’avremmo fatto non appena ce li avesse consegnati.
“Mi resta poco tempo – si raccomandava in un soffio: erano telefonate da piangere.
Cesco morì l’1 aprile del 2014, senza avere la gioia di veder stampati i suoi “Racconti di Idria” che, alcuni mesi dopo, a cura di Walter Chiereghin e di Fulvio Senardi, furono pubblicati dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione.

Francesco Macedonio
Racconti di Idria
a cura di Walter Chiereghin
postfazione di Fulvio Senardi
Istituto Giuliano di Storia
Cultura e Documentazione
Trieste-Gorizia, 2015
pp. 124, euro 13,00
Sarei orgoglioso di poter vantare con Francesco Macedonio una lunga, fruttuosa amicizia, ma non posso proprio farlo, considerato che Cesco ho avuto modo di conoscerlo di persona soltanto un paio di mesi prima della sua scomparsa: una manciata di settimane, tre incontri appena nella sua casa di Gorizia, un appartamento al primo piano, distante pochi passi dalla piazza Transalpina ora, e già allora, punto di contatto tra Gorizia e Nova Gorica, che oggi, assieme, celebrano il condiviso ruolo di Capitale europea della cultura.
Quegli incontri erano organizzati perché leggessimo assieme i racconti che in seguito furono pubblicati dall’Istituto Giuliano, che mi aveva dato l’incarico di curare il volume. Naturalmente, anche nei troppo pochi incontri che ho avuto con lui, la conversazione debordava spesso da quelle letture critiche che facevamo assieme, Cesco, Claudio ed io, ma erano ogni volta digressioni di pochi secondi, tanto per conoscere qualcosa l’uno dell’altro (scoprimmo così di aver avuto la stessa professoressa di Lettere, l’indimenticabile Maria Cavazzuti, nel caso di Cesco all’inizio e nel mio alla fine della lunga carriera dell’insegnante).
Macedonio presentava sintomi evidenti della sua malattia: respirava con difficoltà, era ridotto dall’astenia a una prostrazione che gli impediva di alzarsi dalla poltrona per salutarci al nostro arrivo, o per congedarci mentre stavamo uscendo. Lavorava, però, con determinazione e assiduità a questi suoi racconti riesumati dai suoi anni giovanili, una rivisitazione degli anni della sua formazione, filtrati attraverso l’obiettivo di un’esperienza umana giunta ormai alla più tarda maturità.
Noi, Claudio ed io, restavamo incantati ad ascoltare dalla sua voce ormai quasi flebile le piccole storie che ci leggeva, avendole in precedenza estratte dai quaderni sui quali, negli anni giovanili, le aveva annotate, come presagisse che quel materiale narrativo gli sarebbe prima o poi tornato utile per fare i conti con se stesso, con la propria vita, che si apprestava a chiudere la sua lunga parabola, riandando, con la memoria e con una scrittura che di momento in momento si faceva più urgente, a quei minimi episodi degli esordi, nel microcosmo di Idria dove un suo alter ego di nome Andrea viveva nei periodi di vacanza, le sue prime esperienze di vita accanto al nonno.
Riportai nella prefazione a Racconti di Idria la storia di questi nostri incontri, gli ultimi per Grisancich di un’amicizia durata tanti anni, mentre a me tolsero l’illusione di aver trovato in Cesco un amico davvero importante.
Walter Chiereghin
