AL FAST FOOD DELLA LETTURA
Il Ponte rosso n. 129 -luglio-agosto 2026 | narrativa | Roberto Curci
Narrativa da consumare subito: l’ascesa di romance e romantasy
Spazio anche per il soprannaturale: il ritorno di un maestro, Blackwood
di Roberto Curci

D’accordo: la letteratura d’evasione è sempre esistita, quella – intendiamo – da sala d’aspetto del dentista o da scompartimento ferroviario (dove, però, a ogni residuo lettore cartaceo corrispondono ormai venti smanettatori sul PC portatile). Non c’è dunque da stupirsi affatto per la proliferazione del poliziesco – tra l’altro genere nobile – e degli infiniti commissari e detective seriali, né (forse) per l’irruzione dei libri-gioco intelligenti che quest’estate ha portato Murdoku in vetta alle classifiche di vendita. Sconcerta piuttosto la montante invasione di quelli che un tempo venivano banalmente definiti romanzi rosa e oggi vanno invece tassativamente chiamati romance, di autrici – sì: donne, tutte – anglosassoni o italiane mimetizzate da esotici pseudonimi.
Chi studia il fenomeno garantisce: è un segnale di grande progresso intellettuale, nel senso che quanti (quante, piuttosto) si accostano alla lettura tramite queste banalissime storielle di travagliato amore – suppergiù le stesse che leggevano le nonne, ovviamente aggiornate ai nostri tempi digitali e (così dicono) artificialmente intelligenti – cresceranno e amplieranno i propri orizzonti e le proprie esigenze culturali, e magari approderanno prima o poi a Calvino o a Kafka o perfino a Proust.
Sicuri? L’impressione, al momento, è piuttosto quella che, dalla letteratura d’evasione, si sia passati al fast food della lettura, al consumo intensivo, coatto e dunque bulimico di banalità sentimental-avventurose, se è vero che l’ultima classifica della narrativa stilata da Millelibri nel numero di agosto-settembre, su dieci titoli, ne segnala ben quattro di Elle Kennedy: quattro, per capirci, dei 44 che la scrittrice canadese ha sfornato finora, implacabilmente, anno dopo anno.
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E intanto un altro filone entra a gamba tesa nel gran bailamme: quello ribattezzato romantasy, incrocio – come si arguisce – di romance e fantasy. Una casa editrice specializzatissima, Armenia, che aveva debuttato mezzo secolo fa con i temi dell’occulto e della parapsicologia (dove libri e autori eccellenti non sono mai mancati, tra ’800 e ’900), ha quadruplicato le vendite grazie alla svolta impressa dalla giovane responsabile, Benedetta Belloni. Spiegazione: «Armenia pubblica attualmente la collana Fenici, dedicata all’High Fantasy, la collana Unicorni, dedicata invece al fenomeno Book Tok, in particolare ai generi Romantasy e Cozy Fantasy, e la collana Centauri, dedicata invece a quegli Horror che presentano elementi paranormali e fantastici». Chiaro? Limpido!
S’intende: l’horror, il noir, il paranormale, il sovrannaturale (mistero e terrore) hanno ben altre, illustri ascendenze letterarie. Non occorre risalire a Poe o a Maupassant, o al romanzo gotico e fantastico che da noi ebbe il suo boom editoriale nella collana che l’intrepida Ginevra Bompiani ideò nei lontani Anni ’60: il Pesanervi, si chiamava quella collana, e la grafica era di Franco Maria Ricci. Durò pochi anni, quell’esperienza (solo 17 titoli), ma – com’è stato scritto – «ebbe il merito di introdurre in Italia testi destinati a rimanere nel catalogo della letteratura europea». Altro che romantasy!
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Per un estimatore del genere (il sottoscritto, reo confesso) suona dunque come una piacevole e imprevista sorpresa l’uscita nella collana Weird della BUR Rizzoli di sei racconti di Algernon Blackwood, uno dei maestri del paranormale. Qui è la Natura a dimostrare la propria ancestrale malignità: l’imprevedibile e inafferrabile orrore può nascondersi anche nel fitto di una sterminata foresta canadese (Il Wendigo, il racconto più famoso dello scrittore inglese). E dunque è ben giustificato il titolo della piccola silloge, Ecologia della paura.
Ciononostante, la notorietà di Blackwood resta principalmente legata – e un’altra riedizione ad hoc sarebbe benvenuta – alla creazione di un personaggio che, nel suo ambito di investigazione liminale, è un po’ il pendant di Sherlock Holmes, ovvero John Silence, “detective dell’occulto”, con doti deduttive (ma anche medianiche) che gli consentono di battersi vittoriosamente contro le forze del Male, entità diaboliche o fantasmatiche, revenant magari infestanti le classiche case abbandonate e “maledette”.
Proprio La casa vuota s’intitolava il primo racconto che dell’allora sconosciuto Blackwood fu pubblicato in Italia, nell’antologia del soprannaturale Storie di fantasmi curata nel 1960 da Fruttero e Lucentini per Einaudi. Non era il solo fanta-scrittore ignoto, se non a qualche recondito adepto: in quella fondamentale raccolta apparivano per la prima volta anche Montague Rhodes James (che sarebbe stato poi riedito nel citato Pesanervi con una squisita prefazione di Dino Buzzati, nientemeno), quell’Arthur Machen che col suo racconto Gli arcieri pubblicato nel 1914 avrebbe dato vita, agli inizi della Grande Guerra, a un’incredibile leggenda bellica, e l’imitatissimo Howard Phillips Lovecraft, poi autore di culto, che, con la choccante evocazione di tenebrosi, antichissimi miti, avrebbe ispirato quasi tutti i registi che all’horror avrebbero poi devoluto i propri film.

Divaghiamo, divaghiamo. Ma, citando Lovecraft, è impossibile non ricordare un eccellente studioso quale Giuseppe Lippi, immaturamente scomparso nel 2018. Campano di nascita, si trasferì a Trieste, studiando e laureandosi a Lettere, collaborando col Festival del film di fantascienza negli anni 1976-’77 e pure con le pagine culturali del Piccolo negli Anni ’80. Curatore editoriale a Milano (per Armenia, anzitutto), traduttore, conoscitore sopraffino della letteratura fantastica, curò le collane degli Oscar Mondadori dedicate a fantascienza, fantasy e horror, assieme (guarda un po’) al triestino Glauco Arneri, nonché l’edizione in quattro volumi di Tutti i racconti di Lovecraft. Fu infine, e a lungo, direttore della storica collana di fantascienza “Urania”, aprendola anche ad autori italiani.
Fra i tanti libri tradotti e curati, è da citare, per gli Oscar, Il gran Dio Pan e altre storie soprannaturali (1982), anch’esso con un pizzico di triestinità. La suggestiva copertina fu infatti firmata dallo Studio Tassinari-Vetta, nel segno di un rapporto sentimentale fra Lippi e Trieste mai venuto meno.
