L’AQUILEIA DI CIPPUTI
Emanuele Sichenze | Il Ponte rosso n. 130 settembre Speciale Grado Aquileia 2026 | visti da vicino
Un incontro con Francesco Tullio Altan
di Emanuele Sichenze

Esiste un’Aquileia celebre, culla di Santi, Martiri, Papi e Patriarchi. È il borghetto archeologico, museale e Patrimonio dell’Umanità che abitualmente si conosce e che si viene a visitare. D’altronde, persino i nomi di piazze e stradine sembrano voler ribadire la vocazione rassicurante di quest’angolo di Friuli: alle romane via Annia e Livia, infatti, si affiancano la virile XXIV Maggio, le immancabili via Roma, Mazzini e Dante, per concludere con la piazza Garibaldi, dove ha sede il Municipio. Ma è proprio a questo punto che, con rammarico, l’infruttuosa ricerca di Vicolo Stretto e Vicolo Corto si deve interrompere. In effetti, la piazza dedicata all’Eroe dei due mondi non affaccia su alcuna via, bensì su di un canale che, per quanto esile, sembra scavare, proprio di fronte ad un gran bandierone tricolore, una specie di fossato, a difesa del castello. Che cosa si trova al di là del ponte? Hic sunt leones.
In realtà, sull’altra sponda del canale vive buona parte della popolazione aquileiese. Lì, l’esistenza è scandita da monotone strade asfaltate che, disciplinate, si srotolano perpendicolarmente, incasellando basse villette a schiera. Ogni cosa ha il proprio posto: prati meticolosamente tagliati, inferriate verniciate, station wagon parcheggiate. Dall’altra parte del ponte, in poche parole, riaffiora la più classica delle periferie del Bel Paese, quelle che ognuno conosce ma che nessun turista vedrà mai. Eppure, questa volta, sono proprio i nomi delle vie a stupire: sulle targhe bianche è conservata la memoria di una storia sbiadita. Agli angoli delle strade si trovano ricordate figure che nemmeno l’imbarazzo delle interminabili distese metropolitane avrebbe saputo scovare. Enrico ed Eugenio Curiel. Via Di Vittorio. Achille Grandi, Giorgio Amendola, Tina Modotti, Pier Paolo Pasolini. Corso Gramsci. Via Martiri della Risiera di San Sabba. Piazza Fratelli Cervi.
«Aquileia ha una storia molto particolare, fatta di sessant’anni di PCI. Insieme a Fiumicello, Terzo di Aquileia e Monfalcone, per lungo tempo è stata l’unico comune di Sinistra della zona. In questo, l’anima operaia dell’Italcantieri si è rivelata senz’altro decisiva». Francesco Tullio Altan, o semplicemente “Altan”, è da anni una delle matite più famose e riconoscibili dell’illustrazione satirica italiana. Le sue vignette sono comparse sulle pagine dei maggiori periodici italiani, tra i quali Linus, L’Espresso e La Repubblica. Tuttavia, sono in pochi, forse, a ricordare che il percorso dell’artista ebbe inizio proprio ad Aquileia «Qui abitava mio nonno, che fu un uomo importante, un Senatore del Regno. Ed infatti sempre qui c’era anche l’azienda di famiglia che, oltre all’essicazione del tabacco, produceva portainnesti per la vite, il cosiddetto Kober, che veniva esportato fino in Germania. Per me, però, da bambino questa era la casa dei nonni, in cui venivo le estati, così da poter andare al mare a Grado. Più tardi, diventato adulto, passai un periodo in Brasile, dove raggiunsi un amico, anche se da mezzo clandestino devo ammettere, così da poter lavorare con lui nel cinema. Sempre in Brasile, iniziai a collaborare con qualche giornale locale, disegnando alcune vignette. Dopodiché mi traferii a Milano, dove la mia carriera decollò, prima di quanto potessi immaginare. Tuttavia, lì mia moglie non si trovava bene. Perciò, tra il ’76 ed il ’77, decidemmo di tornare qui, nella casa di mio nonno». Ed è così che in un mondo che tende sempre più a polarizzarsi nelle grandi città, Altan ha preferito la periferia «Per fortuna il mio lavoro non ha bisogno di grandi centri. Certo, all’inizio era un po’ più complicato: senza internet, né fax, dovevo andare fino a Udine per spedire i lavori. Ma oggi posso fare tutto da qui». Da queste strade, da questa terra, sono nate molte delle vignette che hanno accompagnato la storia d’Italia, tenendo sempre presente la voce degli operai, tramite un epigono illustre: Cipputi.
«Qui sicuramente c’erano il Sindacato, la Casa del Popolo di Cervignano… ma devo ammettere che Cipputi è nato a Milano, dico sempre che devo averlo visto su qualche tram. Al tempo la classe operaria esisteva, si faceva vedere ed era forte». Ma è proprio in questa regione che, a differenza di molte altre realtà, sembra essersi conservata ancora una forte componente operaia; intercettarne la voce, tuttavia, sembra diventato più difficile «Sì, gli operai ci sono, e molti. Basti pensare alla Fincantieri. Ma non li conosciamo, non li incontriamo, non condividiamo più gli stessi spazi. Anche il lavoro è cambiato: i Sindacati hanno perso potere e le esperienze lavorative sono diventate più individuali. Ognuno oggi compie un percorso differente. Se vogliamo, è per questi motivi che incontrare un nuovo Cipputi, oggi, sarebbe difficile. Lui, per ogni evenienza, lo tengo qui nel taschino e, quando ne ho bisogno, lo tiro fuori». Di conseguenza, negli ultimi tempi sembra essere cambiato tutto, anche politicamente «E non è un caso che le persone che oggi lavorano nei cantieri navali, provenendo da tutte le parti del mondo, non possano votare». Forse, però, è lecito aspettarsi che la forza per un cambiamento, per un rinnovamento, possa nascere proprio dalle periferie, dalle identità particolari «Anche nei territori più marginali serve un progetto vasto, strutturato. Servono esperienza e storia politica. Altrimenti, rischia di risolversi tutto in uno spreco di energie. I movimenti giovanili, ad esempio, che pur si sono fatti sentire, hanno bisogno di una rete alla base. Ecco, oggi non so trovare chi possa dare sbocco a queste energie. Perfino i grossi temi del nostro tempo, come la questione climatica, che pur toccano tutti da vicino, non riescono a suscitare reazioni, risultati politici».
Da quando per la prima volta la tuta blu di Cipputi ha fatto capolino sulle pagine dei giornali italiani, tuttavia, non è stata solamente la società a cambiare radicalmente. Anche la satira politica, che quella società cerca di raccontare, si è dovuta trasformare, perfino reinventare a volte «Non ci sono più molti giovani che decidono di fare questo lavoro sui giornali. D’altronde, è anche vero che i quotidiani si vendono sempre meno, le edicole chiudono… io non frequento molto i social, ma forse sono questi nuovi spazi che i giovani illustratori scelgono per esprimersi». Oltre al “dove” pubblicare, ormai non sembra nemmeno più scontato il “chi” poter rappresentare «Come dicevo, trovare un nuovo Cipputi sarebbe difficile. Questo perché individuare, ad oggi, personaggi così rappresentativi è complicato. Prendiamo, ad esempio, i lavori di Maicol e Mirco, un artista che conosco bene: nelle sue vignette non si vedono “caratteri” o figure riconoscibili. È una satira più esistenziale».
Ripercorrendo, questa volta all’inverso, il ponte che dalla parte moderna di Aquileia porta a quella storica, si ha l’impressione di percorrere ben più dei pochi metri effettivi. In quel breve salto, infatti, si attraversano due Paesi differenti. Il primo è l’Italia dei Santi, dei Martiri, di Papi e Patriarchi. L’Italia turistica, archeologica, Patrimonio dell’Umanità che si conosce e che si viene a visitare. Al di là di questo, tuttavia, esiste, o almeno è esistito, un secondo Paese: un’Italia senza grandi pretese che, tramontata la sua breve stagione, sembra essere stata ormai accantonata, trascurata. Ed è questa seconda Italia che Altan, come altri grandi artisti, ha provato a raccontare: l’Italia dei più. L’Italia di Cipputi.

18/04/1962 Archivio del Consorzio Culturale
del Monfalconese
